domenica 13 aprile 2014

If you desire me

La seduta comincia parlando dell’ultima fiera, Vinitaly. Quattro giornate lunghe e stancanti, eppure passate. E visto l’epilogo di tutto, sono anche un po’ grata al cielo. L’ultimo giorno mi viene incontro il parcheggiatore, e prima che mi incammini per il lavoro mi fa qualche domanda: studi, lavori, fiera a parte che fai? E tu? Gli chiedo io poco dopo. Ha avuto per quindici anni una sua attività, ora lavora con un’azienda comunale da qualche anno. La mia testa fa rapidamente due conti: quindici anni di qui, cinque di lì… il tizio si aggira sui quaranta! Cerco di concludere in fretta il discorso, salutandolo con un “si, ci vedremo”. Spero di essere stata vaga, e soprattutto ringrazio il cielo per aver indosso gli occhiali da sole, che mi hanno decisamente protetta in questi momenti di imbarazzo. E poi la sera, quando torno alla macchina e trovo il biglietto incastrato nella maniglia della portiera, con il numero e un fiorellino disegnato, e un fiorellino vero. Oh, santo cielo!, esclamo d’istinto. A quel punto mi sento oltraggiata, lui invece è “patetico”, come mi suggerisce la mia analista. A quarant’anni mi lasci biglietti tipici di un adolescente in calore, e non metti nemmeno l’accento sulla parola “caffè”… è il colmo. Comunque sia, lo saluto educatamente e riparto. Sono d’accordo con un’amica per un aperitivo in centro. Le racconto la storia. Il Martini ci sta, commento per spiegare la decisione di darmi a un alcolico.

E finiamo a parlare di A. e M., i due ragazzi nella mia compagnia a cui potrei interessare. O forse interesso. Nessuno dei due mi piace veramente, non mi vedo in una storia con nessuno per motivi diversi. Troppo simile a mio padre A., troppo amico M., per farla breve. Che avrà mai, A.?, mi chiede l’analista. Ha un lavoro fisso, un’Audi, vive (quasi) da solo, è fisicamente carino e colto al punto giusto, ha quel pizzico di curiosità che non guasta, le rispondo. È un ottimo partito. Per una madre, chiosa lei. Non è questo il punto: è un ottimo partito, il classico bravo ragazzo e questo lo rende immediatamente non desiderabile. Questa parola, desiderabile, è il cuore della seduta. A. ha tutto quello che potrei volere e mi toglie il gusto della ricerca, della scoperta, del volere qualcosa che tu non hai. Del cercare, certo con un pizzico di masochismo, di cambiarti un po’, di renderti appena un po’ più folle. Invece lui è lì, completamente asservito alla sua cotta e troppo rispettoso per mancarmi di rispetto. Io la vedo nei suoi occhi, nelle sue parole quando ci troviamo assieme. Vedo quell’ammirazione che lo porta a non contraddirmi, o al limite a darmi ragione con quel tono da “solo lei ha capito”. È sempre questo il punto. Al contrario di lui, M. mi ha fatto capire chiaramente che gli interesso, sa che non lo corrispondo, ma se ne frega. Mi fa delle battute a proposito, mi porta al limite chattando con me in toni un po’ spinti, mi chiede se mi tocco dentro il bar di paese, senza la musica e con altre dieci persone in silenzio intorno… e io gli rispondo!, mi scrive che non gli ho dato il bacio che si aspettava. Vive bene anche senza di me, in buona sostanza.

Non posso soffrire quelli che si innamorano di una persona e poi per anni immaginano di soffrire per lei perché non corrisposti, e sono talmente innamorati anche se l’hanno vista due volte. Questa è autentica cretineria. Fatti un viaggio, di qualunque tipo, e dimenticala. Vai avanti!, vorresti gridare loro, invece scoppiano a piangere e vanno di nuovo in paranoia. Che senso ha vivere solo se c’è qualcuno, vivere per qualcuno? Oltretutto per qualcuno che nemmeno conosci e ti conosce. Che nemmeno ti vuole. La vita è troppo breve per essere infelici. Dovremmo imparare a vivere bene anche senza di lui, di lei. Magari non dimenticarli, solo ricordarci che non è l’unica via possibile.

Cosa c’è di più bello di essere desiderata proprio perché desiderabile? Essere l’oggetto delle fantasie di qualcuno, pensare di conoscere una persona e continuare invece a scoprirla? In fondo, chi lo vuole il bravo ragazzo che non ti sorprende mai? Io no di certo. Vogliamo tutte il bello e dannato, quello pieno di problemi o comunque un po’ folle, giusto quel tanto da ricordarci che siamo vive. Certo, poi siamo pronte a maledirlo non appena avremo scoperto la verità, ma importa poi davvero? Quella persona era, o è, affascinante, misteriosa, ha saputo creare un gioco con noi. Quanti amori durano quando i due partner continuano a litigare? A sentirli, pare che complottino per uccidersi, e invece non si lasciano mai. È il gusto di scoprire l’altro, sfidarlo, pensare di aver capito cosa lo irrita e poi stupirsi del contrario. O esultare perché si aveva ragione. Non è da pazzi, è la vita.


E che cos’è in fondo quel mistero che alimenta il desiderio? Possiamo davvero dire di essere misteriosi? Io non credo, e insieme credo di sì. Non siamo mai davvero misteriosi perché alcune persone ci conoscono più di altre, e tuttavia lo siamo perché tutti abbiamo segreti che non desideriamo svelare. Nemmeno alla nostra analista. Ci sono parti di noi di cui non parliamo, e non sono necessariamente negative. Sono intime, però, questo sì, e inconfessabili. Siamo un mistero persino per noi stessi, figuriamoci per gli altri. Il punto sta nel non dimostrarsi già conosciuti, prevedibili.

mercoledì 2 aprile 2014

Happy

Come stai? Questa settimana ti vedo più in gamba del solito, mi dice I., una mia compagna di collegio. È vero, le confermo, oggi è stata una bella giornata. E io non lo dico spesso, sono più una da come va? Non male. Sì, mi risponde lei, sembra quasi che tu abbia paura di essere felice.

A dire la verità, non sono abituata a parlare di felicità con tanta naturalezza. In effetti credo di non ritenere possibile il raggiungimento di uno stato d’animo perpetuo a cui diamo il nome di ‘felicità’. Credo piuttosto che nella vita attraversiamo periodi felici, che sono stati tali grazie alle circostanze o alle persone. Mi è sempre sembrato più ragionevole pensare alla gioia, sentimento più passeggero e al contempo più esplosivo. Uno scoppio di gioia, un urlo, un’espressione di gioia. Tutte espressioni che descrivono il sentimento di un attimo, eppure talmente pregno di chimica ed emozione da rimanerci impresso.

Il ricordo che ricollego più spontaneamente alla gioia sono i galoppi a cavallo. Per chi non pratica questo sport, è davvero difficile descrivere la sensazione che dà quest’andatura. È a metà tra il volo e l’unione perfetta con un animale che, a dispetto del suo aspetto, ci è più vicino di quanto immaginiamo. Scriveva la Yourcenar, per bocca di Adriano nelle Memorie, che tra il cane e il cavallo sceglierebbe senza indugio quest’ultimo. Credo che probabilmente, anche per il fatto di star loro in groppa, essi si accorgano dei nostri attimi di nervoso o di timore. Se ne fanno poi spesso trascinare: per quanto possa sembrare paradossale, deriva dalla nostra. È l’uomo a guidare il cavallo, in tutti i sensi, a spiegargli di cosa avere paura e di cosa no, a regolare la sua andatura a seconda del sentiero e del terreno.

Il cavallo mi ha sempre portato gioia, dicevo. Da qualche anno non vado quasi più, principalmente per una serie di coincidenze più che per scelta, e quest’attività mi manca tantissimo. Sembra essere scomparso quell’universo magico, parallelo e… felice, sì, davvero felice che ha salvato la mia vita. Quando la mia adolescenza non era altro che una serie di disastri, Beauty, le passeggiate a cavallo, quella compagnia di adulti che accettavano una ragazzina dalla mentalità più adulta senza giudicare, tutto questo mi ha salvata, e forse nell’unico modo possibile. Se nella preghiera gridavo la mia disperazione e la mia solitudine, a cavallo avevo l’occasione di rinascere come mascotte, come voce presa davvero in considerazione e al tempo stesso come bimba di tutti.

Ad ogni modo, il fatto di non credere davvero a quella felicità di cui oggi si parla tanto, che oggi molti vogliono insegnarci a raggiungere, non mi rende insoddisfatta della mia vita. So che mi ‘mancano’ diverse cose, come le esperienze sessuali che la maggior parte dei miei coetanei ha già fatto, ma per quanto mi riguarda è solo una questione di punti su un elenco che non ho ancora spuntato. Non mi interessa davvero avere un ragazzo, forse sperimentare i baci, le coccole e il sesso sì, ma solo come esperimenti, appunto. Nulla più. La vita matrimoniale non mi ha mai attirata e non credo succederà nemmeno in futuro. Comprendo l’istituzione del matrimonio e la appoggio, ma non credo faccia per me. E in ogni caso, credo che il 90% degli uomini su questa terra mi farebbe impazzire.

Ma nel complesso sto bene. Non basta questo? Forse tra lo stare bene e la felicità ci sono un gradino o due, ma francamente non credo importi poi molto. Nel momento in cui riconosciamo che la nostra vita ci piace, che stiamo facendo o abbiamo fatto le cose che volevamo, che abbiamo accanto persone che ci capiscono e ci amano esattamente per come siamo, esistono tutte le condizioni per essere felici.

È stata una bella giornata, dicevo.

coccola5

domenica 30 marzo 2014

The best of us

House: - Credere il meglio di qualcuno non significa migliorarlo.
Paziente: - Ma il timore di crederlo non lo peggiora.
(Dr. House – M.D.)

Che cos’è il meglio di una persona?
Mi pongo continuamente questa domanda, soprattutto riguardo me stessa. Qual è il mio meglio e come posso fare per realizzarlo? E poi, è davvero possibile raggiungere il proprio meglio? Che rivolgiamo a noi stessi questa domanda o che la proiettiamo su chi ci è accanto, essa si rivela ugualmente pericolosa. È un’arma a doppio taglio, che da un lato ci mostra una visione allettante e piacevole, dall’altro essa corrisponde a una nostra aspettativa che pertanto può essere disattesa.

Certo, guardare a sé stessi o agli altri in potenza, per dirla aristotelicamente, non può che farci bene. Ci aiuta a tenere alto lo sguardo verso un modello di noi stessi, ci spinge a dare costantemente il massimo. E tuttavia, questo non significa che essi siano davvero migliori di come sono in realtà. È un’illusione, in fin dei conti, quella che accarezziamo con un sorriso o un sospiro… e spesso tale rimane.

Possiamo avere pietà di chi non è come avevamo creduto. Io trovo che questo sentimento sia l’unico a rendere l’uomo veramente e interamente uomo. La capacità di dialogare con l’altro per comprendere le sue ragioni, la sua storia, e alle volte la sua incapacità di oltrepassare un certo “livello” personale, questo ci eleva e ci edifica. Nei rapporti, io cerco sempre di partire dal presupposto che gli altri sono diversi da me e che necessariamente le loro scelte spesso non corrispondono a quelle che farei io, ma questo merita la mia comprensione e il mio rispetto, mai il mio giudizio. Chi siamo noi per sentenziare sulla vita altrui? Allora possiamo solo essere pietosi, nel senso migliore del termine, e aprire il più possibile la nostra visuale.

Non è forse vero, d’altronde, che alle volte scegliamo di costruire e mantenere rapporti con persone che non sentiamo veramente amiche solo perché non c’era altra strada? Magari abbiamo temuto di non trovare un altro fidanzato, un amico migliore, e allora abbiamo deciso di adattarci e di convivere con quella che ci sembrava la nostra migliore possibilità, sperando che il tempo avrebbe cambiato le cose, ci avrebbe resi migliori. E non ci sentiamo degli idioti quando la vita ci sbatte in faccia il contrario? Allora ci è tanto difficile avere pietà di noi stessi e ce la prendiamo con loro: certo, è loro la colpa, loro sono stati nostri complici nell’accettare la nostra pochezza, il nostro limite e meritano di essere puniti per questo.


Ci vuole moltissimo amore per vedere il meglio di qualcuno, e ci vuole coraggio, ne sono certa. Ma ce ne vuole ancora di più per scendere sin dall’inizio a un fondamentale compromesso con noi stessi: è (spesso) solo una nostra aspettativa, se pure una fantasia tanto dolce da accarezzare.

coccola5

giovedì 20 febbraio 2014

Ti odio almeno quanto ti amo

Estremo, feroce bisogno di scrivere. Ma cosa? E per chi, poi, se non per me stessa? Per svuotare la mente, per dormire sonni tranquilli. Esattamente per questo, anche se è l'una passata e domani ho lezione e ho passato la giornata al pc e sono stanca. Solo per questo.

Ho scattato delle fotografie al palazzo della Regione tra ieri mattina e stanotte. Mi piaceva l'idea di conservarne un ricordo notturno, e in ogni caso di pensare che sto vivendo questa città. Perché comincio ad amarla, di un amore odioso e di un odio innamorato. Perchè è un posto libero, una zona franca. Perché qui sono me stessa... o quantomeno ci provo più che a casa.

Lì mi sforzo come non mai di compiacere i miei genitori per evitare degli scontri. Non li reggo, gli scontri e a volte nemmeno loro. Mi fanno schizzare, gli scontri e a volte loro. Quando litigo con qualcuno, quasi sempre significa che sto tagliando i ponti, ed infatti stava per finire così anche lunedì con mia madre. Le ho detto che poteva evitare di parlarmi e di considerare del tutto la mia esistenza, che volevo solo essere lasciata in pace. Costruire un rapporto con lei - con loro - è come tessere la tela di Penelope: una settimana costruiamo e poi in due ore annientiamo tutto. Siamo come i bombardamenti sulle città, e al contempo chi sgancia la bomba non esegue mai solo un ordine militare. E' il principio che sta dietro ad ogni azione malvagia: non la compiamo solo così, per ferire l'altro, ma nel farla proviamo una gioia data dalla distruzione. Schadenfreude, si chiama in tedesco; ora finalmente comprendo a fondo questa parola. Godiamo nel fare del male, proviamo piacere. Come il vigile quando ci fa la multa e noi lo supplichiamo di passare sopra alla nostra trasgressione. O come implorare qualcuno che ci punta una pistola alla testa: alle volte lo convinciamo a sparare, gli facciamo pregustare la gioia dell'uccidere.

E pensare che domenica notte, il giorno prima della bufera, avevo sognato di prendere un 27 e che mia madre mi dava il tormento. Voleva che lo rifiutassi, mi avrebbe rovinato la media (!), e poi in quella materia avrei potuto sicuramente prendere un voto più alto. E io volevo soltanto non sentire la sua voce, essere lasciata stare.
Poi lunedì pomeriggio abbiamo litigato per praticamente tre ore di fila. Buffo, no? O spaventoso, dipende dalle interpretazioni. Sono ancora arrabbiata nera con lei, non so se mi passerà tanto presto questa volta. Invece di idealizzarla come faccio sempre a Milano, la sto odiando ferocemente. Ieri sera ha chiamato la suora perché non avevo risposto al telefono e gliene avevo dette tante quando l'avevo richiamata, sia prima che dopo cena. E questa sera avevo lasciato di proposito il cellulare in camera, speravo di trovare una chiamata persa solo per insultarla ancora.

Vorrei dirle tutte le parolacce che conosco in italiano, inglese e tedesco, ma anche francese, spagnolo e greco antico. Vorrei affibbiarle gli epiteti peggiori dell'universo e dirle che è la persona più stronza sulla faccia della terra, che si cura solo di non fare brutta figura per causa mia, che le importa solo che io non sia una pazza o eccessivamente strana. Che mi ha resa insicura come neanche un pesce in una giungla potrebbe esserlo, vorrei dirle che la odio almeno quanto la amo. E che in questo momento si meriterebbe solo un gigantesco dito medio sul cellulare, come avevo fatto in Egitto, e un altro in cortile, come aveva fatto l'ex marito di quella tizia in America. Vorrei che sapesse che se davvero pensa che io sia fatta come diceva, allora non ha capito un cazzo di niente, della vita e della sua prima figlia. Vorrei chiederle se non si vergogna ad avere una figlia di 23 anni e a non conoscerla ancora. Vorrei che si riprendesse tutti i regali che mi ha fatto e che testimoniano che se ne frega dei miei gusti o non li conosce, e tanto peggio per lei.
Vorrei dirle che tentare di compiacerla mi sta sfibrando, mi sta annientando come persona.

Vorrei che ogni tanto tentasse di vedermi davvero, invece di guardarmi e basta.

coccola5

lunedì 23 dicembre 2013

Don’t move

La rabbia ha un enorme potere, spesso sottovalutato. Proprio in questi giorni lo sto sperimentando sulla mia pelle, principalmente per via della lite silente con F., anche se, ad essere sinceri, non è l'unica causa. (Mi ha persino fatto scrivere una poesia, cosa che non facevo da almeno cinque anni.) Un potere magico, forse? Direi piuttosto eclettico, poliedrico, versatile – che poi questi aggettivi mi fanno tuffare a delfino nel mondo greco, probabilmente per la loro etimologia.

A partire da venerdì, il giorno nero, appunto, non sono riuscita a staccare il pensiero da un concetto in particolare: la contraddizione. È affluito nei miei pensieri secondo una modalità e una frequenza imprevedibili: ieri non mi è mai venuto in mente, sabato a volte, oggi di continuo. Addirittura mentre mia sorella cuoceva la pasta e io apparecchiavo la tavola. Recitavo – in inglese – un dialogo di Mr. Nobody, film inedito in Italia che mi aveva consigliato il ragazzo di mia sorella. Il tema principale è la possibilità, la necessità in alcuni casi – di non scegliere: you have to make the right choice. As long as you don't choose, everything remains possible, racconta Nemo Nobody, protagonista del film. ("devi fare la scelta giusta. Finché non scegli, tutto rimane possibile"). Ma, inevitabilmente, non scegliere genera infinite contraddizioni: tutto potrebbe accadere, ma per la stessa ragione non potrebbe accadere nulla. E verso la fine del film il giornalista cui Nemo racconta le sue incredibili dirà:

GIORNALISTA: "Tutto quello che dice è contradditorio. Non può essere stato in un posto e in un altro contemporaneamente."
NEMO: "Intende dire che si devono fare delle scelte?"
GIORNALISTA: "Di tutte queste vite, qual è quella giusta?"
NEMO: "Ognuna di queste vite è quella giusta. Ogni percorso è il percorso giusto. Tutto potrebbe essere stato qualcos'altro e avrebbe lo stesso significato."

Contraddizione significa semplicemente affermare sia il vero che il falso. Forse significa anche non scegliere una verità. Se non scegli, tutto rimane possibile, ricordate? L'inglese racconta attraverso due parole molto simili il processo di scelta: una volta presa una decisione, il falso (false, fake) comincia a sbiadire (to fade), si assottiglia via via sempre più fino a scomparire del tutto. La nostra mente lavorerà con una nozione di vero, cancellando quella falsa. Si fiderà di noi, altrimenti in capo a pochi mesi il suo continuo dubitare ci spedirebbe al manicomio.

La mia lite con F. è contradditoria, a ben guardarla: non è venuta da me a cena per fare shopping con la sorella, ma non mi ha dato tecnicamente buca, perché mi ha avvertita il giorno prima. L'ha fatto perché la famiglia viene per lei prima di ogni altra cosa, ma ho l'impressione che ne sia dipendente, piuttosto che legata. E pensavo, tra venerdì e oggi, che il nostro scontro mi sta portando decisamente incontro ad una scelta che, come Nemo, non voglio compiere: prendere atto del fatto che per lei conto meno di quanto credessi e fare come se niente fosse, proseguire normalmente la nostra amicizia, insomma, oppure ridimensionare il rapporto, probabilmente tagliare i ponti. Quanta dignità mi rimane se resto con una persona che mi pospone sempre a qualcosa'altro? E, d'altro canto, ho davvero il diritto di rompere così, letteralmente da un giorno all'altro, un legame che dura da dieci anni?

In chess it's called Zugzwang, when the only viable move is not to move ("Negli scacchi si chiama Zugzwang, quando l'unica mossa possibile è quella di non muovere"). È una possibilità che si verifica quando ti rendi conto che, ognuna delle due mosse che puoi fare, porterà la tua pedina ad essere mangiata e te a perdere la partita. Ognuna delle due mosse ti ucciderà: quale scegliere, allora? E su che base? Come Nemo, anch'io sono giunta ad uno Zugzwang. Non so se posso davvero prendere una decisione, e questo posso ha i molteplici significati dell'inglese: sono in grado di farlo (perché lo desidero), sono semplicemente in grado di farlo, ho il diritto di farlo. Non lo so, e come per Nemo, "non muovere" mi distrugge comunque.

E tuttavia, questa rabbia, che ad osservarla al microscopio non è poi nemmeno rabbia, ma un concentrato di amarezza e disillusione, mi ha anche fatto scrivere una poesia. Non lo facevo dai tempi del liceo. Mi ero ormai convinta che la mia forma di scrittura fosse la prosa, e in particolare una prosa rivolta sempre ad analizzare, mescolandoli, i fatti che mi accadono e la mia interiorità, i miei valori. Trovarmi ieri sera a pensare delle parole che, per qualche motivo, non avrei mai potuto scrivere in prosa è stato sorprendente. Non strano, ma sorprendente sì.

Non sono sicura di ricordare l'ultima poesia che ho scritto; anzi, non me la ricordo e basta. Ad un certo punto credo di aver deciso di abbandonare la poesia come genere, e così ho fatto. La poesia è un genere bellissimo, dà la possibilità di esprimere davvero tutto quanto vogliamo dire e raccontare, ma è un'arma a doppio taglio: è altissimo il rischio di sconfinare nel sentimentalismo, nel vomito di anafore, ad esempio. Ma credo che la poesia possa anche essere profetica, come nel mio caso, oltre che terapeutica: alle volte mi sale alla mente un'accozzaglia di nomi, aggettivi e parole che lì per lì non ha nessun senso. Cionondimeno la scrivo, e qualche giorno dopo, a volte qualche settimana o mese dopo, ecco che quelle parole si avverano e acquistano un significato.

Spero siano profetiche anche quelle che ho scritto ieri sera; le posto qui a chiusura di questo post.

La felicità
è un attimo.
È un ballo lento
nell'abbraccio più tenero.
E ha il colore blu,
profuma
come la terra di montagna
a Ferragosto.



venerdì 20 dicembre 2013

Quelle persone senza dio

Strana settimana. Ho passato a Milano solo due giorni e mezzo, ma non vedevo comunque l’ora di rientrare a Verona. Questa città mi manca come l’aria, quando non la respiro. Non appena vi rimetto piede, espiro naturalmente tutti i problemi e le mie angosce. Odio l’atteggiamento snob della sua gente, che la considera letteralmente il centro del mondo (a un’ora dalle montagne, a un’ora dal mare... abbiamo tutto!), odio il suo dialetto talvolta fin troppo sboccato, eppure non riesco a farne a meno. E alla fine sono anch’io, mio malgrado, una di quelli che la considerano caput mundi.

Ad ogni modo, martedì chiamo F. Voglio sentire come sta, fare due parole di inizio settimana. Chiacchieriamo un po’, poi mi dice che le farebbe piacere vedermi per darmi un pensiero natalizio. Se ti va, potresti venire a cena da me sabato. Ma sì, è una buona idea. Se la nebbia o la pioggia non saranno tanto forti da impedirmi di guidare, ci sarò. Oggi, verso mezzogiorno la chiamo per accordarci. Una ragazza della mia compagnia mi ha invitato a cena, e io non ho ancora dato una risposta e d’altra parte non sono nemmeno sicura che F. verrà. Ah, mi dice, e io intanto mi allarmo, a dire la verità mio padre e mia sorella verranno domani per darmi uno strappo da Parma e, sai, lei vorrebbe fare un giro. Probabilmente torneremo domani, faresti meglio ad accettare l’invito della tua amica.

Meno di un pomeriggio di shopping. Oggi mi è sembrato di valere così, meno di zero, meno di un giro per i negozi di una città come Parma, come Verona. Città piccole, così piene di sé. E mi è sembrato di aver fatto, ancora una volta, lo stesso errore di sempre: investire troppo e sulla persona sbagliata. Illudermi di contare per lei più di quanto io non conti davvero.

The same old mistake, once again. La stessa che era successa, è tempo di ammetterlo, in fin dei conti, con E. E con tanti altri, di cui non scrivo le iniziali perché sarebbe fin troppo umiliante. La mia incapacità di riconoscere quanto vale davvero un rapporto o solo un lento declino, un deteriorarsi delle cose nel tempo? A volte l’una; in questo caso, forse, essenzialmente l’altra.

Questa sera ho cenato da mia nonna. Tutti gli altri di casa mia erano da qualche parte, e mia madre mi ha suggerito di chiamarla. Così non resti sola. Allora la raggiungo per le 18.30, al mio arrivo trovo la minestra già nel piatto. E intanto che mangiamo mi racconta della figlia di una sua amica, che ha convissuto per tre anni e adesso è tornata a vivere dalla madre. Il fidanzato le ha detto che preferisce stare solo, forse non è fatto per la convivenza. E allora ho pensato: F. è così, ecco, una di quelle persone per cui le motivazioni non contano. Le cose, le persone non importano, così come non importa il loro tempo, il loro affetto. Un po’, ci pensavo nel pomeriggio, come quelli che cambiano i proverbi e i modi di dire a proprio piacimento, sbagliano il congiuntivo perché tanto è lo stesso. Tanto è lo stesso.

Contano talmente poco, le persone, che non serve nemmeno una motivazione seria, plausibile, per allontanarsene, e lo fanno con una banalità sorprendente e imbarazzante. Forse preferisco stare solo. Faccio un giro con mia sorella. C’è una tremenda somiglianza in queste due frasi, me ne rendo conto con un brivido di terrore. Non c’è niente a separarle davvero, moralmente parlando.

Sono persone senza dio, quelle come F., senza un principio così alto da essere inviolabile. Un principio morale come quello kantiano, cui non si può trasgredire mai, nemmeno per un valido e inappellabile motivo, ma che ti guida in ogni circostanza ed è il metro con cui misurare cose e persone.

Persone senza rispetto e, in fin dei conti, senza cuore. Al punto che qualche ora dopo ti taggano in un ridicolo post su Facebook.

coccola5

domenica 27 ottobre 2013

A year from now

Nell’equitazione si insegna all’allievo a buttarsi da cavallo quando il cavallo è imbizzarrito e si è perso il controllo della situazione. Per chi non va a cavallo, si tratta di un gesto quasi paradossale, quasi suicida. Buttarsi significa accettare una sconfitta, ma anche la possibilità di farsi male. Io credo anche che, d’altra parte, significhi anche capire che rimanere in sella sarebbe molto più rischioso.

Nella vita ci mettiamo sempre un po’ a capire che abbiamo perso il controllo. Questo accade anche a cavallo, certo, perché si spera sempre di “recuperare le redini”, come si suol dire, all’ultimo.

L’anno scorso, come ho raccontato a sprazzi qui sul blog, ho cominciato un percorso con una psicologa della mia città per risolvere i miei problemi d’ansia e di relazione. Vi dico solo che mercoledì ho compiuto ventitré anni, e che i problemi sussistevano da molto più tempo. Dalle elementari, praticamente. Mi ero presentata al primo appuntamento con una lettera, che poi le avevo letto. Era il mio grido d’aiuto, e insieme una spiegazione del perché mi trovavo lì. Qual è il problema?, mi aspettavo di sentirmi chiedere appena entrata. Già, qual è il problema? Alle volte non c’è un problema ben definito, ci sono una serie di dinamiche che scatenano una “risposta esteriore”, un modo di comportarsi che gli altri vedono. Il mio era una leggera venatura di antipatia, forse anche di snobberia e tanta, tantissima ansia. Modi di difendermi dal mondo, in buona sostanza, e che non mi facevano bene. Erano diventate pericolose abitudini, e la cosa peggiore è che non mi rendevo conto di quanto la mia vita ne fosse impregnata.

L’anno scorso mi sono buttata da cavallo. Non mi piace pensare che la vita delle persone sia una sconfitta. Abbiamo sempre la possibilità di trasformarci, o per lo meno di capire ciò che sta alla base dei nostri sbagli. Però quel buttarmi mi ha permesso di scendere da un cavallo imbizzarrito, e al contempo di salvarmi la pelle accettando di farmi almeno qualche graffio. Sì, perché le cadute difficilmente ti lasciano perfettamente illeso. Ritrovarsi con le mani spinate e la guancia un po’ grattata, quello è il minimo sindacale. Per me il graffio è stato capire che parlare di me stessa non era così semplice come pensavo, che avrei dovuto imparare a farlo, e che aprirsi comporta dei rischi. Ogni venerdì mattina mi pongo la stessa domanda: qual è il mio margine di rischio? Fin dove posso spingermi? E piano piano lascio che la mia psic avanzi e conquisti terreno.

Sono ancora lontana dal risolvere i miei problemi, ma ci provo. Ogni giorno cerco di non far vedere che sono in ansia, cerco di non pensare, di andare sempre e comunque avanti. Sto imparando che se mi impunto posso fare (quasi) tutto quello che voglio. Come quando devo seguire le indicazioni stradali di qualcuno e la sfida più grande è ricordarmele tutte, ma soprattutto non entrare in panico. Come quando devo fare una torta e l’impasto non sembra amalgamarsi, e allora so che devo lavorarla di più, finché non si formerà quella palla unica.

Ma ho una certezza: se quest’anno avessi dovuto scrivere una lettera, non assomiglierebbe poi molto a quella dell’anno scorso. Ho degli amici, ho dei professori e una famiglia che mi spronano ad andare avanti e che non mi fanno dimenticare che valgo ma, soprattutto, mi sto sforzando di tagliare i ponti con tutti quei pensieri che mi dicono “non ce la farai”. Non sono ancora parte del passato, ma so che possono diventarlo. E lo diventeranno.

coccola5

martedì 15 ottobre 2013

The origin of love

Ancora nel 2011, avevo creato la pagina che porta il titolo La gioia di vivere, che costituisce una sorta di manifesto del blog. Come raccontavo in un post la settimana scorsa, una delle mie recenti (ri)scoperte musicali è stata Mika e, soprattutto, il suo ultimo album. Lungi dal voler fare pubblicità a un cantante che ci pensa benissimo da sé, posto qui sotto il video di una sua canzone che trovo possa dire molto sul tema della gioia, Origin Of Love. Ne approfitto per trascrivere anche il testo originale, che a mio parere è degno almeno di una lettura in allegria. Buon'ascolto!




Love is a drug and you are my cigarette
Love is addiction and you are my Nicorette
Love is a drug like chocolate like cigarettes
I'm feeling sick, I've got to medicate myself

I want your love don't try and stop me
Can't get enough, still hanging on me
Your guilty heart, don't let it break you
And if you pray well no one's gonna save you

Like everyone that you fear and everything you hold dear
Even the book in your pocket
You are the sun and the light, you are the freedom I fight
God will do nothing to stop it
The origin is you
You're the origin of love

Love is a drug and you are my cigarette
Love is addiction and you are my Nicorette
Love is a drug like chocolate like cigarettes
I'm feeling sick, I've got to medicate myself

Well if God is a priest and the devil a slut
Now that's a reason for loving
Like every word that you preach
Like every word that you teach
With every rule that you breach
You know the origin is you

From the air I breathe, to the love I need
Only thing I know, you're the origin of love
From the God above to the one I love
Only thing that's true, the origin is you
[x2]

Padre nostrum, deus machismo
Padre deus, deus machismo
Dione madre, deus machismo
Deus esso sancto spirito

Like stupid Adam and Eve they found their love in a tree
God didn't think they deserved it
He taught them hate, taught them pride
Gave them a leaf, made them hide
Let's push their stories aside
You know the origin is you

From the air I breathe to the love I need
Only thing I know, you're the origin of love
From the God above to the one I love
Only thing that's true, the origin is you
[x2]

Some love's a pill and some love is a candy cane
It tastes so sweet but leaves you feeling sick with pain
Your love is air, I breathe it in around me
Don't know it's there but without it I'm drowning

Love
You're the origin of love
Love
You're the origin of love love love
Love love

[x4]
The origin of love love love
Love love

Thank God that you found me
Thank God that you found me

Thank God that you found me

coccola5

(Not) all good things come to an end

Le cose belle degli ultimi giorni sono tante, così ho deciso di non raccontarvele tutte, altrimenti scriverei un tema di sei pagine. Vi farò solo un elenco dettagliato di emozioni e little things.

Pesarsi di lunedì mattina dopo quasi due mesi e scoprire di aver perso tre chili senza aver fatto una qualunque dieta. L'ho rischiata grossa a pesarmi alle 9 di lunedì, ma ieri mi sentivo come se avessi vinto al SuperEnalotto!
Scoprire che in bocca non hai un vaso di pandora delle malattie come pensavi, devi fare una pulizia e rimuovere due cariette, per altro piccole e non dolorose. Il dolore, sicuramente causato anche dall'ansia, è notevolmente diminuito, e chiaramente anche il mio malumore.
Trovare il messaggio della tua amica A. che ti chiede com'è andata la visita dal suddetto dentista. Tra parentesi: negli ambulatori e ospedali della mia zona il personale è di una scortesia unica, una cosa inaudita...
Le trasformazioni di giornata: partire in ritardo perché la metro è piena, arrivare con dieci minuti di ritardo a lezione, ma scoprire che la prof non è ancora arrivata e non farai la figura della ritardataria.
Riuscire a incrociare tuo padre perchè lui torna da un viaggio e tu parti per Milano, ma siete riusciti a salutarvi e baciarvi.
Il treno che parte e arriva, perchè non è detto che sia così, in perfetto orario.
Ascoltare canzoni di Gianna che non sentivi da un po' e pensare, proprio come un anno fa, che sono sempre meravigliose.
Tradurre per tre ore dal tedesco e non sentirti stanca. Pensare che è una lingua stupenda, che addirittura ti piace più dell'italiano.

E poi prendere e mangiarsi una cotoletta per pranzo.

coccola5

domenica 13 ottobre 2013

I confini del mio universo

Per qualche motivo, da quando ho conosciuto E., ho cominciato a pensare una cosa stranissima: non troverò mai più un’altra persona come te. I rapporti con lui, come ho raccontato spesso qui sul blog, hanno sempre avuto un che di magico, lui è una persona per la quale provo un fortissimo affetto – oserei dire amore – e, davvero, ho sempre pensato, e penso tuttora, di aver incontrato qualcuno di meraviglioso. Meraviglioso perché con lui, pur con tutti i problemi e gli ostacoli del caso, è riuscita una cosa che raramente mi è capitata in amicizia: imparare ad accettarsi l’un l’altro per come si è, abbandonare ogni pretesa di cambiamento sull’altro. È un difetto da cui nemmeno io sono immune, forse perché alle volte non vedi solo l’altro, ma anche come potrebbe essere se.

È quel se a porre fine alle relazioni, di qualunque tipo, ma so che rinunciare a quell’immagine, a quell’Idea che abbiamo di lui, è una tra le cose più complicate nei rapporti interpersonali. Ma riuscire ad accogliere davvero qualcuno per com’è e non perchè lo vorremmo diversamente, è meraviglioso. Quando lo fai e senti che anche l’altro è arrivato allo stesso punto, sai di aver trovato un amico vero e che non lo perderai, nonostante i capricciosi sentieri che la vita ci riserva. You’re not alone anymore. E il fatto che in inglese si dica alone, qui, nasconde un’altra parola usata per indicare la solitudine, lonely. Alone lo è chi, fisicamente, non si trova in compagnia di nessuno; lonely lo sono quelle persone tristi per la mancanza di amici. Strana lingua, l’inglese.

Ma, ecco, pensavo che E. sarebbe stato una sorta di vetta, in fatto di amicizie, di non poter pretendere di meglio, che forse ero già stata molto fortunata. Fortunata, sì, perché per un’ex sfigata come me, chiedersi perché le persone scelgono di frequentarti è la norma. Lo faccio sempre, ogni volta che qualcuno mi fa un complimento o mi invita da qualche parte. Che cosa avrà visto in quella lì di tanto interessante? Non ho mai parlato con nessuno di questo mio interrogativo interiore, se non alla mia Psycho, ma credo che forse non troverò mai una risposta, e credo sia la cosa migliore.

Invece, ci sono serate belle, tanto che ti fanno completamente dimenticare questi tuoi dogmi, come quella di ieri sera. Serate che dovevano essere noiose, perché andiamo per la seconda volta in un mese a mangiare il risotto a una sagra di paese, perché la nuova ragazza in compagnia con te, del tuo paese, ti fa capire che di guidare non ne vuole sapere, perché hai litigato con tua madre, perché il tipo di ripetizioni viene puntualmente con 50 euro manco fossi una banca e, siccome tu non hai 35 euro di resto da dargli, ti dice ti pago la prossima volta e tu lo mandi mentalmente a quel paese. Le pensi tutte, queste cose, quando accendi il motore e ti viene da piangere, un attimo di scoramento. E invece poi parti e la tua amica che non guida è comunque simpatica e ti paga la benzina, i ragazzi sono su di giri e ridono tanto, tantissimo.

E la testa vola, sembra che tutti quei pensieri la faranno decollare, da tanti che sono. Alzarsi da tavola dopo cena sembra quasi un delitto, tanto avete riso insieme. Finalmente ti senti parte di un gruppo, ma non perché hai paura di rimanere sola e allora esci, come mi capitava i primi tempi, ma perché quelle persone fanno per te, non ti guardano la maglia scollata, non dicono nemmeno una parola quando scherzi sul fatto che provare a stare con una ragazza, oltre che con un ragazzo, per te potrebbe essere un'idea, quando cominci con le tue storie sul fatto che tu e la vita di coppia siete comunque universi paralleli.

E A. che mi sorride così tanto, che non ce la a fare un sorriso più grande di così. A. che ha una luce indescrivibile negli occhi e quando ti appoggi alla sua spalla con la testa rimane fermo e rigido, ma senti che vorrebbe appoggiarsi a te. E poi, a un certo punto, ti chiede quando ti laurei perché vorrebbe che tu andassi in California con lui e un altro tuo amico, ma sai che l’invito te lo sta facendo solo lui, o quasi. Ti spaventa perché caratterialmente assomiglia a tuo padre, nel turbinio di emozioni pensi perfino di non essere ancora uscita dal complesso di Elettra, ma fisicamente ti piace e un sacco di vostri gusti combaciano e la cosa ti piace ma ti atterrisce al contempo.

Io che pensavo di aver trovato con te i limiti dell’universo. Io che adoro sbagliarmi, che voglio essere sempre contraddetta e adoro contraddire. Io che adesso sono un po’ sfasata, mi sembra di non capire più bene il mio posto nel mondo, non è che mi hai tolto la sedia da sotto?

Magari domani andrò dal dentista e mi sistemerà l’infiammazione e passerà tutta quest’euforia. Vado un po’ fuori di testa con il mal di denti, lo so. Magari è stata solo l’emozione di una sera, o magari quella gioia di vivere che riaffiora quando meno ce l’aspettiamo. Sa trovare le strade più impensate e si fa largo, percorre tutte le tue vene per arrivare al cervello. Non è il cervello che la rilascia, questa adrenalina, è lei che risale dalle viscere del tuo corpo. È un piccolo vulcano che giace sepolto da qualche parte e ogni tanto ti risveglia e ti fa sentire viva.

Solo perché non ne posso fare a meno, vi posto Io senza te di Gianna. E il testo, ovviamente, è splendido.


coccola5