Estremo, feroce bisogno di scrivere. Ma cosa? E per chi, poi, se non per me stessa? Per svuotare la mente, per dormire sonni tranquilli. Esattamente per questo, anche se è l'una passata e domani ho lezione e ho passato la giornata al pc e sono stanca. Solo per questo.
Ho scattato delle fotografie al palazzo della Regione tra ieri mattina e stanotte. Mi piaceva l'idea di conservarne un ricordo notturno, e in ogni caso di pensare che sto vivendo questa città. Perché comincio ad amarla, di un amore odioso e di un odio innamorato. Perchè è un posto libero, una zona franca. Perché qui sono me stessa... o quantomeno ci provo più che a casa.
Lì mi sforzo come non mai di compiacere i miei genitori per evitare degli scontri. Non li reggo, gli scontri e a volte nemmeno loro. Mi fanno schizzare, gli scontri e a volte loro. Quando litigo con qualcuno, quasi sempre significa che sto tagliando i ponti, ed infatti stava per finire così anche lunedì con mia madre. Le ho detto che poteva evitare di parlarmi e di considerare del tutto la mia esistenza, che volevo solo essere lasciata in pace. Costruire un rapporto con lei - con loro - è come tessere la tela di Penelope: una settimana costruiamo e poi in due ore annientiamo tutto. Siamo come i bombardamenti sulle città, e al contempo chi sgancia la bomba non esegue mai solo un ordine militare. E' il principio che sta dietro ad ogni azione malvagia: non la compiamo solo così, per ferire l'altro, ma nel farla proviamo una gioia data dalla distruzione. Schadenfreude, si chiama in tedesco; ora finalmente comprendo a fondo questa parola. Godiamo nel fare del male, proviamo piacere. Come il vigile quando ci fa la multa e noi lo supplichiamo di passare sopra alla nostra trasgressione. O come implorare qualcuno che ci punta una pistola alla testa: alle volte lo convinciamo a sparare, gli facciamo pregustare la gioia dell'uccidere.
E pensare che domenica notte, il giorno prima della bufera, avevo sognato di prendere un 27 e che mia madre mi dava il tormento. Voleva che lo rifiutassi, mi avrebbe rovinato la media (!), e poi in quella materia avrei potuto sicuramente prendere un voto più alto. E io volevo soltanto non sentire la sua voce, essere lasciata stare.
Poi lunedì pomeriggio abbiamo litigato per praticamente tre ore di fila. Buffo, no? O spaventoso, dipende dalle interpretazioni. Sono ancora arrabbiata nera con lei, non so se mi passerà tanto presto questa volta. Invece di idealizzarla come faccio sempre a Milano, la sto odiando ferocemente. Ieri sera ha chiamato la suora perché non avevo risposto al telefono e gliene avevo dette tante quando l'avevo richiamata, sia prima che dopo cena. E questa sera avevo lasciato di proposito il cellulare in camera, speravo di trovare una chiamata persa solo per insultarla ancora.
Vorrei dirle tutte le parolacce che conosco in italiano, inglese e tedesco, ma anche francese, spagnolo e greco antico. Vorrei affibbiarle gli epiteti peggiori dell'universo e dirle che è la persona più stronza sulla faccia della terra, che si cura solo di non fare brutta figura per causa mia, che le importa solo che io non sia una pazza o eccessivamente strana. Che mi ha resa insicura come neanche un pesce in una giungla potrebbe esserlo, vorrei dirle che la odio almeno quanto la amo. E che in questo momento si meriterebbe solo un gigantesco dito medio sul cellulare, come avevo fatto in Egitto, e un altro in cortile, come aveva fatto l'ex marito di quella tizia in America. Vorrei che sapesse che se davvero pensa che io sia fatta come diceva, allora non ha capito un cazzo di niente, della vita e della sua prima figlia. Vorrei chiederle se non si vergogna ad avere una figlia di 23 anni e a non conoscerla ancora. Vorrei che si riprendesse tutti i regali che mi ha fatto e che testimoniano che se ne frega dei miei gusti o non li conosce, e tanto peggio per lei.
Vorrei dirle che tentare di compiacerla mi sta sfibrando, mi sta annientando come persona.
Vorrei che ogni tanto tentasse di vedermi davvero, invece di guardarmi e basta.
coccola5
giovedì 20 febbraio 2014
lunedì 23 dicembre 2013
Don’t move
La rabbia ha un enorme potere, spesso sottovalutato. Proprio in questi giorni lo sto sperimentando sulla mia pelle, principalmente per via della lite silente con F., anche se, ad essere sinceri, non è l'unica causa. (Mi ha persino fatto scrivere una poesia, cosa che non facevo da almeno cinque anni.) Un potere magico, forse? Direi piuttosto eclettico, poliedrico, versatile – che poi questi aggettivi mi fanno tuffare a delfino nel mondo greco, probabilmente per la loro etimologia.
GIORNALISTA: "Tutto quello che dice è contradditorio. Non può essere stato in un posto e in un altro contemporaneamente."
NEMO: "Intende dire che si devono fare delle scelte?"
GIORNALISTA: "Di tutte queste vite, qual è quella giusta?"
NEMO: "Ognuna di queste vite è quella giusta. Ogni percorso è il percorso giusto. Tutto potrebbe essere stato qualcos'altro e avrebbe lo stesso significato."
Contraddizione significa semplicemente affermare sia il vero che il falso. Forse significa anche non scegliere una verità. Se non scegli, tutto rimane possibile, ricordate? L'inglese racconta attraverso due parole molto simili il processo di scelta: una volta presa una decisione, il falso (false, fake) comincia a sbiadire (to fade), si assottiglia via via sempre più fino a scomparire del tutto. La nostra mente lavorerà con una nozione di vero, cancellando quella falsa. Si fiderà di noi, altrimenti in capo a pochi mesi il suo continuo dubitare ci spedirebbe al manicomio.
La mia lite con F. è contradditoria, a ben guardarla: non è venuta da me a cena per fare shopping con la sorella, ma non mi ha dato tecnicamente buca, perché mi ha avvertita il giorno prima. L'ha fatto perché la famiglia viene per lei prima di ogni altra cosa, ma ho l'impressione che ne sia dipendente, piuttosto che legata. E pensavo, tra venerdì e oggi, che il nostro scontro mi sta portando decisamente incontro ad una scelta che, come Nemo, non voglio compiere: prendere atto del fatto che per lei conto meno di quanto credessi e fare come se niente fosse, proseguire normalmente la nostra amicizia, insomma, oppure ridimensionare il rapporto, probabilmente tagliare i ponti. Quanta dignità mi rimane se resto con una persona che mi pospone sempre a qualcosa'altro? E, d'altro canto, ho davvero il diritto di rompere così, letteralmente da un giorno all'altro, un legame che dura da dieci anni?
In chess it's called Zugzwang, when the only viable move is not to move ("Negli scacchi si chiama Zugzwang, quando l'unica mossa possibile è quella di non muovere"). È una possibilità che si verifica quando ti rendi conto che, ognuna delle due mosse che puoi fare, porterà la tua pedina ad essere mangiata e te a perdere la partita. Ognuna delle due mosse ti ucciderà: quale scegliere, allora? E su che base? Come Nemo, anch'io sono giunta ad uno Zugzwang. Non so se posso davvero prendere una decisione, e questo posso ha i molteplici significati dell'inglese: sono in grado di farlo (perché lo desidero), sono semplicemente in grado di farlo, ho il diritto di farlo. Non lo so, e come per Nemo, "non muovere" mi distrugge comunque.
E tuttavia, questa rabbia, che ad osservarla al microscopio non è poi nemmeno rabbia, ma un concentrato di amarezza e disillusione, mi ha anche fatto scrivere una poesia. Non lo facevo dai tempi del liceo. Mi ero ormai convinta che la mia forma di scrittura fosse la prosa, e in particolare una prosa rivolta sempre ad analizzare, mescolandoli, i fatti che mi accadono e la mia interiorità, i miei valori. Trovarmi ieri sera a pensare delle parole che, per qualche motivo, non avrei mai potuto scrivere in prosa è stato sorprendente. Non strano, ma sorprendente sì.
Non sono sicura di ricordare l'ultima poesia che ho scritto; anzi, non me la ricordo e basta. Ad un certo punto credo di aver deciso di abbandonare la poesia come genere, e così ho fatto. La poesia è un genere bellissimo, dà la possibilità di esprimere davvero tutto quanto vogliamo dire e raccontare, ma è un'arma a doppio taglio: è altissimo il rischio di sconfinare nel sentimentalismo, nel vomito di anafore, ad esempio. Ma credo che la poesia possa anche essere profetica, come nel mio caso, oltre che terapeutica: alle volte mi sale alla mente un'accozzaglia di nomi, aggettivi e parole che lì per lì non ha nessun senso. Cionondimeno la scrivo, e qualche giorno dopo, a volte qualche settimana o mese dopo, ecco che quelle parole si avverano e acquistano un significato.
Spero siano profetiche anche quelle che ho scritto ieri sera; le posto qui a chiusura di questo post.
A partire da venerdì, il giorno nero, appunto, non sono riuscita a staccare il pensiero da un concetto in particolare: la contraddizione. È affluito nei miei pensieri secondo una modalità e una frequenza imprevedibili: ieri non mi è mai venuto in mente, sabato a volte, oggi di continuo. Addirittura mentre mia sorella cuoceva la pasta e io apparecchiavo la tavola. Recitavo – in inglese – un dialogo di Mr. Nobody, film inedito in Italia che mi aveva consigliato il ragazzo di mia sorella. Il tema principale è la possibilità, la necessità in alcuni casi – di non scegliere: you have to make the right choice. As long as you don't choose, everything remains possible, racconta Nemo Nobody, protagonista del film. ("devi fare la scelta giusta. Finché non scegli, tutto rimane possibile"). Ma, inevitabilmente, non scegliere genera infinite contraddizioni: tutto potrebbe accadere, ma per la stessa ragione non potrebbe accadere nulla. E verso la fine del film il giornalista cui Nemo racconta le sue incredibili dirà:
GIORNALISTA: "Tutto quello che dice è contradditorio. Non può essere stato in un posto e in un altro contemporaneamente."
NEMO: "Intende dire che si devono fare delle scelte?"
GIORNALISTA: "Di tutte queste vite, qual è quella giusta?"
NEMO: "Ognuna di queste vite è quella giusta. Ogni percorso è il percorso giusto. Tutto potrebbe essere stato qualcos'altro e avrebbe lo stesso significato."
Contraddizione significa semplicemente affermare sia il vero che il falso. Forse significa anche non scegliere una verità. Se non scegli, tutto rimane possibile, ricordate? L'inglese racconta attraverso due parole molto simili il processo di scelta: una volta presa una decisione, il falso (false, fake) comincia a sbiadire (to fade), si assottiglia via via sempre più fino a scomparire del tutto. La nostra mente lavorerà con una nozione di vero, cancellando quella falsa. Si fiderà di noi, altrimenti in capo a pochi mesi il suo continuo dubitare ci spedirebbe al manicomio.
La mia lite con F. è contradditoria, a ben guardarla: non è venuta da me a cena per fare shopping con la sorella, ma non mi ha dato tecnicamente buca, perché mi ha avvertita il giorno prima. L'ha fatto perché la famiglia viene per lei prima di ogni altra cosa, ma ho l'impressione che ne sia dipendente, piuttosto che legata. E pensavo, tra venerdì e oggi, che il nostro scontro mi sta portando decisamente incontro ad una scelta che, come Nemo, non voglio compiere: prendere atto del fatto che per lei conto meno di quanto credessi e fare come se niente fosse, proseguire normalmente la nostra amicizia, insomma, oppure ridimensionare il rapporto, probabilmente tagliare i ponti. Quanta dignità mi rimane se resto con una persona che mi pospone sempre a qualcosa'altro? E, d'altro canto, ho davvero il diritto di rompere così, letteralmente da un giorno all'altro, un legame che dura da dieci anni?
In chess it's called Zugzwang, when the only viable move is not to move ("Negli scacchi si chiama Zugzwang, quando l'unica mossa possibile è quella di non muovere"). È una possibilità che si verifica quando ti rendi conto che, ognuna delle due mosse che puoi fare, porterà la tua pedina ad essere mangiata e te a perdere la partita. Ognuna delle due mosse ti ucciderà: quale scegliere, allora? E su che base? Come Nemo, anch'io sono giunta ad uno Zugzwang. Non so se posso davvero prendere una decisione, e questo posso ha i molteplici significati dell'inglese: sono in grado di farlo (perché lo desidero), sono semplicemente in grado di farlo, ho il diritto di farlo. Non lo so, e come per Nemo, "non muovere" mi distrugge comunque.
E tuttavia, questa rabbia, che ad osservarla al microscopio non è poi nemmeno rabbia, ma un concentrato di amarezza e disillusione, mi ha anche fatto scrivere una poesia. Non lo facevo dai tempi del liceo. Mi ero ormai convinta che la mia forma di scrittura fosse la prosa, e in particolare una prosa rivolta sempre ad analizzare, mescolandoli, i fatti che mi accadono e la mia interiorità, i miei valori. Trovarmi ieri sera a pensare delle parole che, per qualche motivo, non avrei mai potuto scrivere in prosa è stato sorprendente. Non strano, ma sorprendente sì.
Non sono sicura di ricordare l'ultima poesia che ho scritto; anzi, non me la ricordo e basta. Ad un certo punto credo di aver deciso di abbandonare la poesia come genere, e così ho fatto. La poesia è un genere bellissimo, dà la possibilità di esprimere davvero tutto quanto vogliamo dire e raccontare, ma è un'arma a doppio taglio: è altissimo il rischio di sconfinare nel sentimentalismo, nel vomito di anafore, ad esempio. Ma credo che la poesia possa anche essere profetica, come nel mio caso, oltre che terapeutica: alle volte mi sale alla mente un'accozzaglia di nomi, aggettivi e parole che lì per lì non ha nessun senso. Cionondimeno la scrivo, e qualche giorno dopo, a volte qualche settimana o mese dopo, ecco che quelle parole si avverano e acquistano un significato.
Spero siano profetiche anche quelle che ho scritto ieri sera; le posto qui a chiusura di questo post.
La felicità
è un attimo.
È un ballo lento
nell'abbraccio più tenero.
E ha il colore blu,
profuma
come la terra di montagna
a Ferragosto.
è un attimo.
È un ballo lento
nell'abbraccio più tenero.
E ha il colore blu,
profuma
come la terra di montagna
a Ferragosto.
venerdì 20 dicembre 2013
Quelle persone senza dio
Strana
settimana. Ho passato a Milano solo due giorni e mezzo, ma non vedevo comunque
l’ora di rientrare a Verona. Questa città mi manca come l’aria, quando non la
respiro. Non appena vi rimetto piede,
espiro naturalmente tutti i problemi e le mie angosce. Odio l’atteggiamento
snob della sua gente, che la considera letteralmente il centro del mondo (a un’ora dalle montagne, a un’ora dal
mare... abbiamo tutto!), odio il suo dialetto talvolta fin troppo sboccato,
eppure non riesco a farne a meno. E alla fine sono anch’io, mio malgrado, una
di quelli che la considerano caput mundi.
Ad
ogni modo, martedì chiamo F. Voglio sentire come sta, fare due parole di inizio
settimana. Chiacchieriamo un po’, poi mi dice che le farebbe piacere vedermi
per darmi un pensiero natalizio. Se ti
va, potresti venire a cena da me sabato. Ma sì, è una buona idea. Se la nebbia o la pioggia non saranno tanto
forti da impedirmi di guidare, ci sarò. Oggi, verso mezzogiorno la chiamo
per accordarci. Una ragazza della mia compagnia mi ha invitato a cena, e io non
ho ancora dato una risposta e d’altra parte non sono nemmeno sicura che F.
verrà. Ah, mi dice, e io intanto mi
allarmo, a dire la verità mio padre e mia
sorella verranno domani per darmi uno strappo da Parma e, sai, lei vorrebbe fare
un giro. Probabilmente torneremo domani, faresti meglio ad accettare l’invito
della tua amica.
Meno
di un pomeriggio di shopping. Oggi mi è sembrato di valere così, meno di zero,
meno di un giro per i negozi di una città come Parma, come Verona. Città piccole,
così piene di sé. E mi è sembrato di aver fatto, ancora una volta, lo stesso
errore di sempre: investire troppo e sulla persona sbagliata. Illudermi di
contare per lei più di quanto io non conti davvero.
The
same old mistake, once again. La stessa che era
successa, è tempo di ammetterlo, in fin dei conti, con E. E con tanti altri, di
cui non scrivo le iniziali perché sarebbe fin troppo umiliante. La mia
incapacità di riconoscere quanto vale davvero un rapporto o solo un lento
declino, un deteriorarsi delle cose nel tempo? A volte l’una; in questo caso,
forse, essenzialmente l’altra.
Questa
sera ho cenato da mia nonna. Tutti gli
altri di casa mia erano da qualche parte, e mia madre mi ha suggerito di
chiamarla. Così non resti sola.
Allora la raggiungo per le 18.30, al mio arrivo trovo la minestra già nel
piatto. E intanto che mangiamo mi racconta della figlia di una sua amica, che
ha convissuto per tre anni e adesso è tornata a vivere dalla madre. Il
fidanzato le ha detto che preferisce stare solo, forse non è fatto per la
convivenza. E allora ho pensato: F. è così, ecco, una di quelle persone per cui le
motivazioni non contano. Le cose, le persone non importano, così come non
importa il loro tempo, il loro affetto. Un po’, ci pensavo nel pomeriggio, come
quelli che cambiano i proverbi e i modi di dire a proprio piacimento, sbagliano
il congiuntivo perché tanto è lo stesso.
Tanto è lo stesso.
Contano
talmente poco, le persone, che non serve nemmeno una motivazione seria,
plausibile, per allontanarsene, e lo fanno con una banalità sorprendente e
imbarazzante. Forse preferisco stare
solo. Faccio un giro con mia sorella. C’è una tremenda somiglianza in
queste due frasi, me ne rendo conto con un brivido di terrore. Non c’è niente a
separarle davvero, moralmente
parlando.
Sono
persone senza dio, quelle come F., senza un principio così alto da essere
inviolabile. Un principio morale come quello kantiano, cui non si può trasgredire
mai, nemmeno per un valido e inappellabile motivo, ma che ti guida in ogni circostanza
ed è il metro con cui misurare cose e persone.
Persone
senza rispetto e, in fin dei conti, senza cuore. Al punto che qualche ora dopo
ti taggano in un ridicolo post su Facebook.
coccola5
domenica 27 ottobre 2013
A year from now
Nell’equitazione si insegna all’allievo a buttarsi da cavallo quando il cavallo è imbizzarrito e si è perso il controllo della situazione. Per chi non va a cavallo, si tratta di un gesto quasi paradossale, quasi suicida. Buttarsi significa accettare una sconfitta, ma anche la possibilità di farsi male. Io credo anche che, d’altra parte, significhi anche capire che rimanere in sella sarebbe molto più rischioso.
Nella vita ci mettiamo sempre un po’ a capire che abbiamo perso il controllo. Questo accade anche a cavallo, certo, perché si spera sempre di “recuperare le redini”, come si suol dire, all’ultimo.
L’anno scorso, come ho raccontato a sprazzi qui sul blog, ho cominciato un percorso con una psicologa della mia città per risolvere i miei problemi d’ansia e di relazione. Vi dico solo che mercoledì ho compiuto ventitré anni, e che i problemi sussistevano da molto più tempo. Dalle elementari, praticamente. Mi ero presentata al primo appuntamento con una lettera, che poi le avevo letto. Era il mio grido d’aiuto, e insieme una spiegazione del perché mi trovavo lì. Qual è il problema?, mi aspettavo di sentirmi chiedere appena entrata. Già, qual è il problema? Alle volte non c’è un problema ben definito, ci sono una serie di dinamiche che scatenano una “risposta esteriore”, un modo di comportarsi che gli altri vedono. Il mio era una leggera venatura di antipatia, forse anche di snobberia e tanta, tantissima ansia. Modi di difendermi dal mondo, in buona sostanza, e che non mi facevano bene. Erano diventate pericolose abitudini, e la cosa peggiore è che non mi rendevo conto di quanto la mia vita ne fosse impregnata.
L’anno scorso mi sono buttata da cavallo. Non mi piace pensare che la vita delle persone sia una sconfitta. Abbiamo sempre la possibilità di trasformarci, o per lo meno di capire ciò che sta alla base dei nostri sbagli. Però quel buttarmi mi ha permesso di scendere da un cavallo imbizzarrito, e al contempo di salvarmi la pelle accettando di farmi almeno qualche graffio. Sì, perché le cadute difficilmente ti lasciano perfettamente illeso. Ritrovarsi con le mani spinate e la guancia un po’ grattata, quello è il minimo sindacale. Per me il graffio è stato capire che parlare di me stessa non era così semplice come pensavo, che avrei dovuto imparare a farlo, e che aprirsi comporta dei rischi. Ogni venerdì mattina mi pongo la stessa domanda: qual è il mio margine di rischio? Fin dove posso spingermi? E piano piano lascio che la mia psic avanzi e conquisti terreno.
Sono ancora lontana dal risolvere i miei problemi, ma ci provo. Ogni giorno cerco di non far vedere che sono in ansia, cerco di non pensare, di andare sempre e comunque avanti. Sto imparando che se mi impunto posso fare (quasi) tutto quello che voglio. Come quando devo seguire le indicazioni stradali di qualcuno e la sfida più grande è ricordarmele tutte, ma soprattutto non entrare in panico. Come quando devo fare una torta e l’impasto non sembra amalgamarsi, e allora so che devo lavorarla di più, finché non si formerà quella palla unica.
Ma ho una certezza: se quest’anno avessi dovuto scrivere una lettera, non assomiglierebbe poi molto a quella dell’anno scorso. Ho degli amici, ho dei professori e una famiglia che mi spronano ad andare avanti e che non mi fanno dimenticare che valgo ma, soprattutto, mi sto sforzando di tagliare i ponti con tutti quei pensieri che mi dicono “non ce la farai”. Non sono ancora parte del passato, ma so che possono diventarlo. E lo diventeranno.
coccola5
martedì 15 ottobre 2013
The origin of love
Ancora nel 2011, avevo creato la pagina che porta il titolo La gioia di vivere, che costituisce una sorta di manifesto del blog. Come raccontavo in un post la settimana scorsa, una delle mie recenti (ri)scoperte musicali è stata Mika e, soprattutto, il suo ultimo album. Lungi dal voler fare pubblicità a un cantante che ci pensa benissimo da sé, posto qui sotto il video di una sua canzone che trovo possa dire molto sul tema della gioia, Origin Of Love. Ne approfitto per trascrivere anche il testo originale, che a mio parere è degno almeno di una lettura in allegria. Buon'ascolto!
Love is a drug and you are my cigarette
Love is addiction and you are my Nicorette
Love is a drug like chocolate like cigarettes
I'm feeling sick, I've got to medicate myself
I want your love don't try and stop me
Can't get enough, still hanging on me
Your guilty heart, don't let it break you
And if you pray well no one's gonna save you
Like everyone that you fear and everything you hold dear
Even the book in your pocket
You are the sun and the light, you are the freedom I fight
God will do nothing to stop it
The origin is you
You're the origin of love
Love is a drug and you are my cigarette
Love is addiction and you are my Nicorette
Love is a drug like chocolate like cigarettes
I'm feeling sick, I've got to medicate myself
Well if God is a priest and the devil a slut
Now that's a reason for loving
Like every word that you preach
Like every word that you teach
With every rule that you breach
You know the origin is you
From the air I breathe, to the love I need
Only thing I know, you're the origin of love
From the God above to the one I love
Only thing that's true, the origin is you
[x2]
Padre nostrum, deus machismo
Padre deus, deus machismo
Dione madre, deus machismo
Deus esso sancto spirito
Like stupid Adam and Eve they found their love in a tree
God didn't think they deserved it
He taught them hate, taught them pride
Gave them a leaf, made them hide
Let's push their stories aside
You know the origin is you
From the air I breathe to the love I need
Only thing I know, you're the origin of love
From the God above to the one I love
Only thing that's true, the origin is you
[x2]
Some love's a pill and some love is a candy cane
It tastes so sweet but leaves you feeling sick with pain
Your love is air, I breathe it in around me
Don't know it's there but without it I'm drowning
Love
You're the origin of love
Love
You're the origin of love love love
Love love
[x4]
The origin of love love love
Love love
Thank God that you found me
Thank God that you found me
Thank God that you found me
coccola5
(Not) all good things come to an end
Le cose belle degli ultimi giorni sono tante, così ho deciso di non raccontarvele tutte, altrimenti scriverei un tema di sei pagine. Vi farò solo un elenco dettagliato di emozioni e little things.
Pesarsi di lunedì mattina dopo quasi due mesi e scoprire di aver perso tre chili senza aver fatto una qualunque dieta. L'ho rischiata grossa a pesarmi alle 9 di lunedì, ma ieri mi sentivo come se avessi vinto al SuperEnalotto!
Scoprire che in bocca non hai un vaso di pandora delle malattie come pensavi, devi fare una pulizia e rimuovere due cariette, per altro piccole e non dolorose. Il dolore, sicuramente causato anche dall'ansia, è notevolmente diminuito, e chiaramente anche il mio malumore.
Trovare il messaggio della tua amica A. che ti chiede com'è andata la visita dal suddetto dentista. Tra parentesi: negli ambulatori e ospedali della mia zona il personale è di una scortesia unica, una cosa inaudita...
Le trasformazioni di giornata: partire in ritardo perché la metro è piena, arrivare con dieci minuti di ritardo a lezione, ma scoprire che la prof non è ancora arrivata e non farai la figura della ritardataria.
Riuscire a incrociare tuo padre perchè lui torna da un viaggio e tu parti per Milano, ma siete riusciti a salutarvi e baciarvi.
Il treno che parte e arriva, perchè non è detto che sia così, in perfetto orario.
Ascoltare canzoni di Gianna che non sentivi da un po' e pensare, proprio come un anno fa, che sono sempre meravigliose.
Tradurre per tre ore dal tedesco e non sentirti stanca. Pensare che è una lingua stupenda, che addirittura ti piace più dell'italiano.
E poi prendere e mangiarsi una cotoletta per pranzo.
coccola5
Pesarsi di lunedì mattina dopo quasi due mesi e scoprire di aver perso tre chili senza aver fatto una qualunque dieta. L'ho rischiata grossa a pesarmi alle 9 di lunedì, ma ieri mi sentivo come se avessi vinto al SuperEnalotto!
Scoprire che in bocca non hai un vaso di pandora delle malattie come pensavi, devi fare una pulizia e rimuovere due cariette, per altro piccole e non dolorose. Il dolore, sicuramente causato anche dall'ansia, è notevolmente diminuito, e chiaramente anche il mio malumore.
Trovare il messaggio della tua amica A. che ti chiede com'è andata la visita dal suddetto dentista. Tra parentesi: negli ambulatori e ospedali della mia zona il personale è di una scortesia unica, una cosa inaudita...
Le trasformazioni di giornata: partire in ritardo perché la metro è piena, arrivare con dieci minuti di ritardo a lezione, ma scoprire che la prof non è ancora arrivata e non farai la figura della ritardataria.
Riuscire a incrociare tuo padre perchè lui torna da un viaggio e tu parti per Milano, ma siete riusciti a salutarvi e baciarvi.
Il treno che parte e arriva, perchè non è detto che sia così, in perfetto orario.
Ascoltare canzoni di Gianna che non sentivi da un po' e pensare, proprio come un anno fa, che sono sempre meravigliose.
Tradurre per tre ore dal tedesco e non sentirti stanca. Pensare che è una lingua stupenda, che addirittura ti piace più dell'italiano.
E poi prendere e mangiarsi una cotoletta per pranzo.
coccola5
domenica 13 ottobre 2013
I confini del mio universo
Per qualche motivo, da quando ho
conosciuto E., ho cominciato a pensare una cosa stranissima: non troverò mai
più un’altra persona come te. I rapporti con lui, come ho raccontato spesso qui
sul blog, hanno sempre avuto un che di magico,
lui è una persona per la quale provo un fortissimo affetto – oserei dire amore –
e, davvero, ho sempre pensato, e penso tuttora, di aver incontrato qualcuno di meraviglioso. Meraviglioso perché con
lui, pur con tutti i problemi e gli ostacoli del caso, è riuscita una cosa che
raramente mi è capitata in amicizia: imparare ad accettarsi l’un l’altro per
come si è, abbandonare ogni pretesa di cambiamento sull’altro. È un difetto da
cui nemmeno io sono immune, forse perché alle volte non vedi solo l’altro, ma
anche come potrebbe essere se.
È quel se a porre fine alle relazioni, di qualunque tipo, ma so che
rinunciare a quell’immagine, a quell’Idea che abbiamo di lui, è una tra le cose
più complicate nei rapporti interpersonali. Ma riuscire ad accogliere davvero qualcuno per com’è e non perchè lo vorremmo diversamente, è meraviglioso. Quando lo fai e
senti che anche l’altro è arrivato allo stesso punto, sai di aver trovato un
amico vero e che non lo perderai, nonostante i capricciosi sentieri che la vita
ci riserva. You’re not alone anymore.
E il fatto che in inglese si dica alone,
qui, nasconde un’altra parola usata per indicare la solitudine, lonely. Alone lo è chi, fisicamente, non si trova in compagnia di nessuno; lonely lo sono quelle persone tristi per
la mancanza di amici. Strana lingua, l’inglese.
Ma, ecco, pensavo che E. sarebbe
stato una sorta di vetta, in fatto di
amicizie, di non poter pretendere di meglio, che forse ero già stata molto
fortunata. Fortunata, sì, perché per un’ex sfigata come me, chiedersi perché le
persone scelgono di frequentarti è la norma. Lo faccio sempre, ogni volta che
qualcuno mi fa un complimento o mi invita da qualche parte. Che cosa avrà visto
in quella lì di tanto interessante? Non ho mai parlato con nessuno di questo
mio interrogativo interiore, se non alla mia Psycho, ma credo che forse non
troverò mai una risposta, e credo sia la cosa migliore.
Invece, ci sono serate belle,
tanto che ti fanno completamente dimenticare questi tuoi dogmi, come quella di
ieri sera. Serate che dovevano essere noiose, perché andiamo per la seconda
volta in un mese a mangiare il risotto a una sagra di paese, perché la nuova
ragazza in compagnia con te, del tuo paese, ti fa capire che di guidare non ne
vuole sapere, perché hai litigato con tua madre, perché il tipo di ripetizioni
viene puntualmente con 50 euro manco fossi una banca e, siccome tu non hai 35
euro di resto da dargli, ti dice ti pago la prossima volta e tu lo mandi mentalmente
a quel paese. Le pensi tutte, queste cose, quando accendi il motore e ti viene
da piangere, un attimo di scoramento. E invece poi parti e la tua amica che non
guida è comunque simpatica e ti paga la benzina, i ragazzi sono su di giri e
ridono tanto, tantissimo.
E la testa vola, sembra che tutti
quei pensieri la faranno decollare, da tanti che sono. Alzarsi da tavola dopo
cena sembra quasi un delitto, tanto avete riso insieme. Finalmente ti senti
parte di un gruppo, ma non perché hai paura di rimanere sola e allora esci,
come mi capitava i primi tempi, ma perché quelle persone fanno per te, non ti guardano la maglia scollata, non dicono
nemmeno una parola quando scherzi sul fatto che provare a stare
con una ragazza, oltre che con un ragazzo, per te potrebbe essere un'idea, quando cominci con le tue storie sul
fatto che tu e la vita di coppia siete comunque universi paralleli.
E A. che mi sorride così tanto,
che non ce la a fare un sorriso più grande di così. A. che ha una luce
indescrivibile negli occhi e quando ti appoggi alla sua spalla con la testa
rimane fermo e rigido, ma senti che vorrebbe appoggiarsi a te. E poi,
a un certo punto, ti chiede quando ti laurei perché vorrebbe che tu andassi in
California con lui e un altro tuo amico, ma sai che l’invito te lo sta facendo
solo lui, o quasi. Ti spaventa perché caratterialmente assomiglia a tuo padre,
nel turbinio di emozioni pensi perfino di non essere ancora uscita dal
complesso di Elettra, ma fisicamente ti piace e un sacco di vostri gusti
combaciano e la cosa ti piace ma ti atterrisce al contempo.
Io che pensavo di aver trovato
con te i limiti dell’universo. Io che adoro sbagliarmi, che voglio essere
sempre contraddetta e adoro contraddire. Io che adesso sono un po’ sfasata, mi
sembra di non capire più bene il mio posto nel mondo, non è che mi hai tolto la
sedia da sotto?
Magari domani andrò dal dentista
e mi sistemerà l’infiammazione e passerà tutta quest’euforia. Vado un po’ fuori
di testa con il mal di denti, lo so. Magari è stata solo l’emozione di una
sera, o magari quella gioia di vivere che riaffiora quando meno ce l’aspettiamo.
Sa trovare le strade più impensate e si fa largo, percorre tutte le tue vene
per arrivare al cervello. Non è il cervello che la rilascia, questa adrenalina,
è lei che risale dalle viscere del tuo corpo. È un piccolo vulcano che giace
sepolto da qualche parte e ogni tanto ti risveglia e ti fa sentire viva.
Solo perché non ne posso fare a
meno, vi posto Io senza te di Gianna.
E il testo, ovviamente, è splendido.
coccola5
venerdì 11 ottobre 2013
Not a special day
Le cose belle si infilano nella normalità, vi si insinuano e la
trasformano. Mi piace dirlo così, le
cose belle, con un aggettivo semplice e genuino. Io sono un po'
un'estremista e le definisco sempre meravigliose,
fantastiche oppure assurde,
tristi, bruttissime. Ma oggi non voglio strafare, e allora le cose sono solo belle.
E' stata una settimana qualunque. Da lunedì
sino a stasera alle 18 ho avuto lezione in università, soliti rapporti
striminziti e un po’ faticosi con le mie compagne ma fa niente recupero in collegio. E lì i sorrisi delle
ragazze, le chiacchiere buone della cena e della tisana, ritrovare lo stesso
ambiente che l’anno scorso mi ha reso fiera di avere scelto un collegio. Ecco,
niente di particolare. Più di qualche mattina mi sono svegliata in ritardo e ho sgambettato per arrivare a lezione in orario.
La cosa bella è stata la riscoperta di Mika. Come cantante non l'ho mai conosciuto a fondo, ne ascolto i successi in
radio, li canto come tutti gli altri e, a tormentone passato, li ripongo nel
dimenticatoio pensando “alla prossima”. Ne ho qualcuno sull’iPod, punto e a
capo. Un paio di settimane fa guardo X-Factor con mia sorella: su Sky è
possibile rivedere le puntate delle audizioni, che a me piacciono per farmi un’idea
della varietà di umanità che c’è
soltanto in Italia, ma in generale un po’ dappertutto. Non sapevo che avrebbe
partecipato come giudice, l’ho scoperto accendendo la tv quel giorno, ma
confesso che è stata una bella sorpresa: l’ho trovato simpatico e dolce, e al
tempo stesso competente, per quanto lo si possa essere in un talent show. Così,
penso bene di riascoltare qualche sua canzone e scopro che l’anno scorso ha
pubblicato un disco, The Origin Of Love,
e lo scarico.
I like it, I like it, I damn like it. È geniale, davvero. Le canzoni hanno un’energia
unica, sono dinamiche e la voce acuta e insieme morbida di Mika ti porta in un
altro mondo. Considerando che scrive da solo i testi, sono davvero
strabilianti. Ricamano immagini dolci, caserecce a volte. Step With Me, ad esempio, canta:
this love is delicious like home-cooked dishes, I’m tasting mischievously,
creando l’immagine di casa con una mamma che prepara manicaretti e un bimbo che,
mischievously, da birichino, li
assaggia di soppiatto. Immagini belle, ecco, ma soprattutto ben curate, che
funzionano per la loro dolcezza.
E poi posso dirvela una cosa? Mi piace il suo buonumore, il suo
ottimismo. Sono stanca di sentire gente che canta di amori finiti, di com’era
bello con lui o lei, o di cosa si perde adesso il o la sua ex. L’amore è bello, al di
là di tutto. Ovviamente può comportare anche sofferenza, ma innanzitutto è
bellezza, gioia di vivere, è luce negli occhi. È quella stessa euforia che
torna in ogni canzone di Mika. Quello che voglio dire è che abbiamo
tremendamente bisogno di sentirci coccolati quando ascoltiamo musica. C’è una
parola perfetta in inglese per descrivere come voglio sentirmi quando indosso
le cuffiette: high, fatta, anzi
strafatta. Voglio sentirmi su, alta, cinque metri sopra terra. Voglio che la musica mi faccia dimenticare perfino il
mio nome. Ma voglio anche trovare qualcuno che sappia giocare con le parole,
costruire immagini e portarle avanti, che sappia pronunciare una parolaccia
senza farla sembrare volgare. Vuoi l’erba
voglio, direbbe mia madre, e perdonate il gioco di parole e l’asfittica
ripetizione di “voglio” delle ultime righe.
Ecco, con il tempo ho abbandonato il tentativo di ascoltare musica
rock o di generi particolari. Mi piace la musica pop, mi piace davvero, forse
proprio per la sua esuberanza. Al contempo, sempre tra le cose belle, mi sono
scoperta accanita fan delle Nozze di
Figaro di Mozart che, fra l’altro, sono – vergognosamente – la prima opera che ho
ascoltato, sempre lo scorso weekend. Le arie, le voci dei cantanti, le parole,
tutte ti trascinano in un’altra dimensione. Sabato sera ne ho visto un pezzo
del secondo atto per caso su Sky Arte, mentre tentavo di scaricare un film. Pur
essendo cominciata da un pezzo, sono rimasta comunque ad ascoltarne una buona
mezz’ora, incantata dalla limpidità delle voci dei soprani. Come raccontavo
alle ragazze in collegio questa settimana (giusto per non perdere la nomea di quella strana), ne sono rimasta folgorata. Mi si è aperto un mondo.
La cosa migliore è che tutte queste scoperte le ho fatte proprio
adesso che ho un’infiammazione gengivale che mi sta mandando letteralmente fuori di testa.
coccola5
martedì 3 settembre 2013
Just to slip this skin
Qualche tempo fa
ho visto Philadelphia, un film del
1993 con Tom Hanks e Denzel Washington. Meraviglioso, nonostante i suoi ormai
vent’anni, e a mio parere sempre attuale. Racconta la storia di Andrew Beckett,
un brillante avvocato gay di Philadelphia. Quando i suoi superiori, dopo
avergli affidato un caso importante, notano una lesione sulla sua fronte
causata dall’AIDS (precisamente dal sarcoma di Kaposi, patologia opportunistica
all’epoca molto comune tra i sieropositivi), lo licenziano con la scusa di aver
quasi smarrito un documento. Con l’appoggio del suo compagno e della sua
famiglia, Andy decide di fare causa all’azienda. Inizialmente respinto da un
avvocato di sua conoscenza (interpretato da Denzel Washington) per via della
sua malattia, questi deciderà infine di aiutarlo.
Inutile che vi
dica perché trovo grandioso questo film: per l’estrema e brutale delicatezza, con cui viene trattata una tematica come l’AIDS, per l’attenzione al
cambiamento e al pregiudizio, legati qui inscindibilmente e, non da ultimo, per
un giovanissimo Tom Hanks che, concedetemelo, è disperatamente fico.
Ma, tolto
questo, di questo film amo la canzone di apertura, scritta da Bruce Springsteen
proprio per Philadelphia, e la scena
che l’accompagna, che ritrae una metropoli bella, genuina e tuttavia così diversa
da sé stessa, con le sue mille sfaccettature. La amo, Streets of Philadelphia, così si intitola la canzone, per un verso
in particolare: I walked a thousand miles
just to slip this skin. Tradotta letteralmente, quest’espressione significa
“ho percorso mille miglia solo per lasciar scivolare questa pelle”. Se vi
propongo quest’orrida traduzione, c’è un motivo, e non risiede soltanto nel
fatto che Bruce Springsteen sia l’unico a parlare di slip one’s skin in un contesto tanto particolare, ma anche nella
bellezza di questo modo di dire. To slip
the skin è un’espressione legata ai serpenti, che periodicamente cambiano
pelle lasciandosi alle spalle quella vecchia. Lasciandola scivolare, in un
certo senso. Solo che i serpenti, a differenza nostra, non hanno bisogno di
percorrere mille miglia, la abbandonano in un solo passo, mentre noi a volte
restiamo con la nostra vecchia pelle per anni, non riusciamo mai a sfilarla
completamente, o ne restiamo intrappolati, o ingarbugliati.
Guardando Philadelphia, mi è venuto in mente un
parallelismo proprio con l’AIDS, tema centrale del film. La nostra seconda
pelle è a volte proprio come questa malattia: per quanto tentiamo di scrollarcela
di dosso, non ce ne liberiamo mai davvero. Segno del fatto che fa parte di noi,
“ci appartiene”. Non saprei dire esattamente in che cosa consista questa pelle:
credo nei nostri difetti, fisici o caratteriali, nei nostri ricordi, in tante
piccole cose che costituiscono l’altra
metà di noi o, come li chiamavo tempo fa, i nostri abissi. Ora come allora, non pretendo che da quegli abissi si
risalga sempre, solo che si sia consapevoli di averli, che magari li si
accetti. Tanto basta, davvero.
Aggiungo il
testo della canzone, vale la pena leggerlo per intero.
coccola5
ps. mi riprometto di dedicare uno dei prossimi post all'Hiv e all'AIDS, tematiche che recentemente sono state abbandonate, e di cui secondo me è urgente parlare. Ma intanto godetevi Springsteen e la sua performance.
martedì 27 agosto 2013
Ogni cosa è illuminata
Okay, I confess, divoro due o tre libri alla volta, e non è detto che li concluda tutti. Per esempio, ho momentaneamente accantonato la lettura de L'isola del giorno prima di Eco, di cui avevo parlato nell'ultima blog reading. Avevo scelto per le vacanze in Scozia Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. Se conoscete questo autore, è probabilmente perché avete letto il libro Molto forte, incredibilmente vicino, o visto il film che ne è stato fatto recentemente. Entrambi bellissimi, e sicuramente più noti di Ogni cosa è illuminata, pubblicato per la prima volta da Guanda nel 2002.
Tema del romanzo è la storia di Jonathan, un ebreo statunitense che si reca in Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò suo nonno durante le deportazioni naziste. In questo viaggio è accompagnato da Alex, una guida locale, suo nonno, affetto da cecità psicosomatica e la loro cagnetta puzzolente.
Non sono ancora andata molto avanti nella lettura, ho letto all'incirca le prime 60 pagine, quindi è ancora presto per una recensione equilibrata, ma confesso di essermi, in un certo senso, trovata in difficoltà: la prosa di Safran Foer è sempre molto particolare. Le lettere scritte da Alex a Jonathan ricalcano l'inglese che parlerebbe uno straniero che l'ha studiato da autodidatta: una lingua "finta", in cui si ritrovano espressioni come nel mio secondo anno di università ho fatto paurosamente bene, ma comunque pregiata, come direbbe lui. Quelle parole storte, a volte innaturali, aiutano a riflettere su quanto ci sta raccontando, consentono un'angolatura migliore e diversa.
Per farla breve, se credete di aver comprato un romanzo in senso stretto, vi sbagliate di grosso. Safran Foer ci consegna sempre personaggi strani, sgangherati, che pochi altri sceglierebbero per la loro narrazione, e che eppure funzionano. Era andata così anche in Molto forte, incredibilmente vicino, il cui protagonista è Oskar, un ragazzino di 9 anni affetto dalla sindrome di Asperger alla ricerca di un modo per elaborare il lutto del padre, morto nell'attentato al World Trade Center dell'11 settembre.
Vi propongo la lettura di questo brano, che racconta la storia di Yankel, uno dei personaggi, disperato perché la moglie lo ha tradito con un altro e lo ha lasciato. Forse, però, non si tratta solo di questo. Io ci ho riletto tutte le parti di me che vorrei abbandonare e di cui invece non riesco a liberarmi. Ogni tanto sembrano essersene andate, ogni tanto affiorano e ritornano, come il biglietto della moglie di Yankel, e mi fanno perdere "più occasioni di quante ne possa contare".
Buona lettura.
coccola5[Yankel] aveva anche perso la moglie, e non per colpa della morte, ma di un altro uomo. Rincasando dopo un pomeriggio in biblioteca, aveva trovato un biglietto sopra lo SHALOM! sul tappetino della soglia: Ho dovuto farlo, per me.[...] Non so che cosa fare, pensava. Probabilmente dovrei suicidarmi.Come non poteva sopportare la sua vita, o il pensiero di lei che faceva l'amore con qualcuno che non era lui, non poteva sopportare nemmeno di conservare il biglietto, e nemmeno di distruggerlo. Quindi tentò di perderlo. Lo lasciò vicino ai candelieri lacrimanti di cera, a ogni Pasqua lo mise fra le matzot, lo lasciò cadere senza riguardo fra carte sgualcite sulla sua scrivania sempre ingombra, nella speranza che al suo ritorno non ci sarebbe stato più. E invece era sempre lì. Tentava di farselo cadere dalla tasca mentre era seduto sulla panchina davanti alla fontana della sirena prostrata, ma quando infilava la mano per cercare il fazzoletto era ancora lì. Lo celava come un segnalibro in un romanzo fra quelli da lui più odiati, ma il biglietto riappariva qualche giorno dopo fra le pagine di uno dei libri occidentali che era l'unico a leggere in tutto lo shtetl, uno dei libri che ora quel biglietto gli aveva rovinato per sempre. Ma come non poteva perdere la sua vita, in tutta la vita non poteva perdere quel biglietto. Continuava a tornare da lui. Rimaneva con lui come una parte di lui, una voglia, un arto, era su di lui, dentro di lui, era lui, il suo motto: Ho dovuto farlo, per me.Nel tempo aveva perso tanti frammenti di carta, e chiavi, e penne, camicie, occhiali, orologi, argenteria. Aveva perso una scarpa, i suoi gemelli preferiti di opale (le frange Scompigliate delle sue maniche erano in pieno, incontrollato rigoglio), perso tre anni lontano da Trachimbrod, milioni di idee che avrebbe voluto trascrivere (alcune di assoluta originalità, alcune di profondo significato), i capelli, la postura, due genitori, due figli, una moglie, una fortuna in moneta, più occasioni di quante ne potesse contare. Aveva addirittura perso un nome: era Safran prima di fuggire dallo shtetl, Safran dalla nascita alla sua prima morte. Sembrava non ci fosse niente che non poteva perdere. Ma quel pezzo di carta non sarebbe scomparso mai e poi mai, e nemmeno sarebbe scomparsa l'immagine di sua moglie a quattro zampe, e nemmeno il pensiero che, se ne fosse stato capace, avrebbe di molto migliorato la sua vita ponendovi fine.
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