domenica 13 ottobre 2013

I confini del mio universo

Per qualche motivo, da quando ho conosciuto E., ho cominciato a pensare una cosa stranissima: non troverò mai più un’altra persona come te. I rapporti con lui, come ho raccontato spesso qui sul blog, hanno sempre avuto un che di magico, lui è una persona per la quale provo un fortissimo affetto – oserei dire amore – e, davvero, ho sempre pensato, e penso tuttora, di aver incontrato qualcuno di meraviglioso. Meraviglioso perché con lui, pur con tutti i problemi e gli ostacoli del caso, è riuscita una cosa che raramente mi è capitata in amicizia: imparare ad accettarsi l’un l’altro per come si è, abbandonare ogni pretesa di cambiamento sull’altro. È un difetto da cui nemmeno io sono immune, forse perché alle volte non vedi solo l’altro, ma anche come potrebbe essere se.

È quel se a porre fine alle relazioni, di qualunque tipo, ma so che rinunciare a quell’immagine, a quell’Idea che abbiamo di lui, è una tra le cose più complicate nei rapporti interpersonali. Ma riuscire ad accogliere davvero qualcuno per com’è e non perchè lo vorremmo diversamente, è meraviglioso. Quando lo fai e senti che anche l’altro è arrivato allo stesso punto, sai di aver trovato un amico vero e che non lo perderai, nonostante i capricciosi sentieri che la vita ci riserva. You’re not alone anymore. E il fatto che in inglese si dica alone, qui, nasconde un’altra parola usata per indicare la solitudine, lonely. Alone lo è chi, fisicamente, non si trova in compagnia di nessuno; lonely lo sono quelle persone tristi per la mancanza di amici. Strana lingua, l’inglese.

Ma, ecco, pensavo che E. sarebbe stato una sorta di vetta, in fatto di amicizie, di non poter pretendere di meglio, che forse ero già stata molto fortunata. Fortunata, sì, perché per un’ex sfigata come me, chiedersi perché le persone scelgono di frequentarti è la norma. Lo faccio sempre, ogni volta che qualcuno mi fa un complimento o mi invita da qualche parte. Che cosa avrà visto in quella lì di tanto interessante? Non ho mai parlato con nessuno di questo mio interrogativo interiore, se non alla mia Psycho, ma credo che forse non troverò mai una risposta, e credo sia la cosa migliore.

Invece, ci sono serate belle, tanto che ti fanno completamente dimenticare questi tuoi dogmi, come quella di ieri sera. Serate che dovevano essere noiose, perché andiamo per la seconda volta in un mese a mangiare il risotto a una sagra di paese, perché la nuova ragazza in compagnia con te, del tuo paese, ti fa capire che di guidare non ne vuole sapere, perché hai litigato con tua madre, perché il tipo di ripetizioni viene puntualmente con 50 euro manco fossi una banca e, siccome tu non hai 35 euro di resto da dargli, ti dice ti pago la prossima volta e tu lo mandi mentalmente a quel paese. Le pensi tutte, queste cose, quando accendi il motore e ti viene da piangere, un attimo di scoramento. E invece poi parti e la tua amica che non guida è comunque simpatica e ti paga la benzina, i ragazzi sono su di giri e ridono tanto, tantissimo.

E la testa vola, sembra che tutti quei pensieri la faranno decollare, da tanti che sono. Alzarsi da tavola dopo cena sembra quasi un delitto, tanto avete riso insieme. Finalmente ti senti parte di un gruppo, ma non perché hai paura di rimanere sola e allora esci, come mi capitava i primi tempi, ma perché quelle persone fanno per te, non ti guardano la maglia scollata, non dicono nemmeno una parola quando scherzi sul fatto che provare a stare con una ragazza, oltre che con un ragazzo, per te potrebbe essere un'idea, quando cominci con le tue storie sul fatto che tu e la vita di coppia siete comunque universi paralleli.

E A. che mi sorride così tanto, che non ce la a fare un sorriso più grande di così. A. che ha una luce indescrivibile negli occhi e quando ti appoggi alla sua spalla con la testa rimane fermo e rigido, ma senti che vorrebbe appoggiarsi a te. E poi, a un certo punto, ti chiede quando ti laurei perché vorrebbe che tu andassi in California con lui e un altro tuo amico, ma sai che l’invito te lo sta facendo solo lui, o quasi. Ti spaventa perché caratterialmente assomiglia a tuo padre, nel turbinio di emozioni pensi perfino di non essere ancora uscita dal complesso di Elettra, ma fisicamente ti piace e un sacco di vostri gusti combaciano e la cosa ti piace ma ti atterrisce al contempo.

Io che pensavo di aver trovato con te i limiti dell’universo. Io che adoro sbagliarmi, che voglio essere sempre contraddetta e adoro contraddire. Io che adesso sono un po’ sfasata, mi sembra di non capire più bene il mio posto nel mondo, non è che mi hai tolto la sedia da sotto?

Magari domani andrò dal dentista e mi sistemerà l’infiammazione e passerà tutta quest’euforia. Vado un po’ fuori di testa con il mal di denti, lo so. Magari è stata solo l’emozione di una sera, o magari quella gioia di vivere che riaffiora quando meno ce l’aspettiamo. Sa trovare le strade più impensate e si fa largo, percorre tutte le tue vene per arrivare al cervello. Non è il cervello che la rilascia, questa adrenalina, è lei che risale dalle viscere del tuo corpo. È un piccolo vulcano che giace sepolto da qualche parte e ogni tanto ti risveglia e ti fa sentire viva.

Solo perché non ne posso fare a meno, vi posto Io senza te di Gianna. E il testo, ovviamente, è splendido.


coccola5

venerdì 11 ottobre 2013

Not a special day

Le cose belle si infilano nella normalità, vi si insinuano e la trasformano. Mi piace dirlo così, le cose belle, con un aggettivo semplice e genuino. Io sono un po' un'estremista e le definisco sempre meravigliose, fantastiche oppure assurde, tristi, bruttissime. Ma oggi non voglio strafare, e allora le cose sono solo belle.

E' stata una settimana qualunque. Da lunedì sino a stasera alle 18 ho avuto lezione in università, soliti rapporti striminziti e un po’ faticosi con le mie compagne ma fa niente recupero in collegio. E lì i sorrisi delle ragazze, le chiacchiere buone della cena e della tisana, ritrovare lo stesso ambiente che l’anno scorso mi ha reso fiera di avere scelto un collegio. Ecco, niente di particolare. Più di qualche mattina mi sono svegliata in ritardo e ho sgambettato per arrivare a lezione in orario.

La cosa bella è stata la riscoperta di Mika. Come cantante non l'ho mai conosciuto a fondo, ne ascolto i successi in radio, li canto come tutti gli altri e, a tormentone passato, li ripongo nel dimenticatoio pensando “alla prossima”. Ne ho qualcuno sull’iPod, punto e a capo. Un paio di settimane fa guardo X-Factor con mia sorella: su Sky è possibile rivedere le puntate delle audizioni, che a me piacciono per farmi un’idea della varietà di umanità che c’è soltanto in Italia, ma in generale un po’ dappertutto. Non sapevo che avrebbe partecipato come giudice, l’ho scoperto accendendo la tv quel giorno, ma confesso che è stata una bella sorpresa: l’ho trovato simpatico e dolce, e al tempo stesso competente, per quanto lo si possa essere in un talent show. Così, penso bene di riascoltare qualche sua canzone e scopro che l’anno scorso ha pubblicato un disco, The Origin Of Love, e lo scarico.

I like it, I like it, I damn like it. È geniale, davvero. Le canzoni hanno un’energia unica, sono dinamiche e la voce acuta e insieme morbida di Mika ti porta in un altro mondo. Considerando che scrive da solo i testi, sono davvero strabilianti. Ricamano immagini dolci, caserecce a volte. Step With Me, ad esempio, canta: this love is delicious like home-cooked dishes, I’m tasting mischievously, creando l’immagine di casa con una mamma che prepara manicaretti e un bimbo che, mischievously, da birichino, li assaggia di soppiatto. Immagini belle, ecco, ma soprattutto ben curate, che funzionano per la loro dolcezza.

E poi posso dirvela una cosa? Mi piace il suo buonumore, il suo ottimismo. Sono stanca di sentire gente che canta di amori finiti, di com’era bello con lui o lei, o di cosa si perde adesso il o la sua ex. L’amore è bello, al di là di tutto. Ovviamente può comportare anche sofferenza, ma innanzitutto è bellezza, gioia di vivere, è luce negli occhi. È quella stessa euforia che torna in ogni canzone di Mika. Quello che voglio dire è che abbiamo tremendamente bisogno di sentirci coccolati quando ascoltiamo musica. C’è una parola perfetta in inglese per descrivere come voglio sentirmi quando indosso le cuffiette: high, fatta, anzi strafatta. Voglio sentirmi su, alta, cinque metri sopra terra. Voglio che la musica mi faccia dimenticare perfino il mio nome. Ma voglio anche trovare qualcuno che sappia giocare con le parole, costruire immagini e portarle avanti, che sappia pronunciare una parolaccia senza farla sembrare volgare. Vuoi l’erba voglio, direbbe mia madre, e perdonate il gioco di parole e l’asfittica ripetizione di “voglio” delle ultime righe.

Ecco, con il tempo ho abbandonato il tentativo di ascoltare musica rock o di generi particolari. Mi piace la musica pop, mi piace davvero, forse proprio per la sua esuberanza. Al contempo, sempre tra le cose belle, mi sono scoperta accanita fan delle Nozze di Figaro di Mozart che, fra l’altro, sono – vergognosamente – la prima opera che ho ascoltato, sempre lo scorso weekend. Le arie, le voci dei cantanti, le parole, tutte ti trascinano in un’altra dimensione. Sabato sera ne ho visto un pezzo del secondo atto per caso su Sky Arte, mentre tentavo di scaricare un film. Pur essendo cominciata da un pezzo, sono rimasta comunque ad ascoltarne una buona mezz’ora, incantata dalla limpidità delle voci dei soprani. Come raccontavo alle ragazze in collegio questa settimana (giusto per non perdere la nomea di quella strana), ne sono rimasta folgorata. Mi si è aperto un mondo.

La cosa migliore è che tutte queste scoperte le ho fatte proprio adesso che ho un’infiammazione gengivale che mi sta  mandando letteralmente fuori di testa.

coccola5

martedì 3 settembre 2013

Just to slip this skin

Qualche tempo fa ho visto Philadelphia, un film del 1993 con Tom Hanks e Denzel Washington. Meraviglioso, nonostante i suoi ormai vent’anni, e a mio parere sempre attuale. Racconta la storia di Andrew Beckett, un brillante avvocato gay di Philadelphia. Quando i suoi superiori, dopo avergli affidato un caso importante, notano una lesione sulla sua fronte causata dall’AIDS (precisamente dal sarcoma di Kaposi, patologia opportunistica all’epoca molto comune tra i sieropositivi), lo licenziano con la scusa di aver quasi smarrito un documento. Con l’appoggio del suo compagno e della sua famiglia, Andy decide di fare causa all’azienda. Inizialmente respinto da un avvocato di sua conoscenza (interpretato da Denzel Washington) per via della sua malattia, questi deciderà infine di aiutarlo.

Inutile che vi dica perché trovo grandioso questo film: per l’estrema e brutale delicatezza, con cui viene trattata una tematica come l’AIDS, per l’attenzione al cambiamento e al pregiudizio, legati qui inscindibilmente e, non da ultimo, per un giovanissimo Tom Hanks che, concedetemelo, è disperatamente fico.

Ma, tolto questo, di questo film amo la canzone di apertura, scritta da Bruce Springsteen proprio per Philadelphia, e la scena che l’accompagna, che ritrae una metropoli bella, genuina e tuttavia così diversa da sé stessa, con le sue mille sfaccettature. La amo, Streets of Philadelphia, così si intitola la canzone, per un verso in particolare: I walked a thousand miles just to slip this skin. Tradotta letteralmente, quest’espressione significa “ho percorso mille miglia solo per lasciar scivolare questa pelle”. Se vi propongo quest’orrida traduzione, c’è un motivo, e non risiede soltanto nel fatto che Bruce Springsteen sia l’unico a parlare di slip one’s skin in un contesto tanto particolare, ma anche nella bellezza di questo modo di dire. To slip the skin è un’espressione legata ai serpenti, che periodicamente cambiano pelle lasciandosi alle spalle quella vecchia. Lasciandola scivolare, in un certo senso. Solo che i serpenti, a differenza nostra, non hanno bisogno di percorrere mille miglia, la abbandonano in un solo passo, mentre noi a volte restiamo con la nostra vecchia pelle per anni, non riusciamo mai a sfilarla completamente, o ne restiamo intrappolati, o ingarbugliati.

Guardando Philadelphia, mi è venuto in mente un parallelismo proprio con l’AIDS, tema centrale del film. La nostra seconda pelle è a volte proprio come questa malattia: per quanto tentiamo di scrollarcela di dosso, non ce ne liberiamo mai davvero. Segno del fatto che fa parte di noi, “ci appartiene”. Non saprei dire esattamente in che cosa consista questa pelle: credo nei nostri difetti, fisici o caratteriali, nei nostri ricordi, in tante piccole cose che costituiscono l’altra metà di noi o, come li chiamavo tempo fa, i nostri abissi. Ora come allora, non pretendo che da quegli abissi si risalga sempre, solo che si sia consapevoli di averli, che magari li si accetti. Tanto basta, davvero.


Aggiungo il testo della canzone, vale la pena leggerlo per intero.


coccola5
ps. mi riprometto di dedicare uno dei prossimi post all'Hiv e all'AIDS, tematiche che recentemente sono state abbandonate, e di cui secondo me è urgente parlare. Ma intanto godetevi Springsteen e la sua performance.

martedì 27 agosto 2013

Ogni cosa è illuminata

Okay, I confess, divoro due o tre libri alla volta, e non è detto che li concluda tutti. Per esempio, ho momentaneamente accantonato la lettura de L'isola del giorno prima di Eco, di cui avevo parlato nell'ultima blog reading. Avevo scelto per le vacanze in Scozia Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. Se conoscete questo autore, è probabilmente perché avete letto il libro Molto forte, incredibilmente vicino, o visto il film che ne è stato fatto recentemente. Entrambi bellissimi, e sicuramente più noti di Ogni cosa è illuminata, pubblicato per la prima volta da Guanda nel 2002. 

Tema del romanzo è la storia di Jonathan, un ebreo statunitense che si reca in Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò suo nonno durante le deportazioni naziste. In questo viaggio è accompagnato da Alex, una guida locale, suo nonno, affetto da cecità psicosomatica e la loro cagnetta puzzolente.
Non sono ancora andata molto avanti nella lettura, ho letto all'incirca le prime 60 pagine, quindi è ancora presto per una recensione equilibrata, ma confesso di essermi, in un certo senso, trovata in difficoltà: la prosa di Safran Foer è sempre molto particolare. Le lettere scritte da Alex a Jonathan ricalcano l'inglese che parlerebbe uno straniero che l'ha studiato da autodidatta: una lingua "finta", in cui si ritrovano espressioni come nel mio secondo anno di università ho fatto paurosamente bene, ma comunque pregiata, come direbbe lui. Quelle parole storte, a volte innaturali, aiutano a riflettere su quanto ci sta raccontando, consentono un'angolatura migliore e diversa. 

Per farla breve, se credete di aver comprato un romanzo in senso stretto, vi sbagliate di grosso. Safran Foer ci consegna sempre personaggi strani, sgangherati, che pochi altri sceglierebbero per la loro narrazione, e che eppure funzionano. Era andata così anche in Molto forte, incredibilmente vicino, il cui protagonista è Oskar, un ragazzino di 9 anni affetto dalla sindrome di Asperger alla ricerca di un modo per elaborare il lutto del padre, morto nell'attentato al World Trade Center dell'11 settembre. 

Vi propongo la lettura di questo brano, che racconta la storia di Yankel, uno dei personaggi, disperato perché la moglie lo ha tradito con un altro e lo ha lasciato. Forse, però, non si tratta solo di questo. Io ci ho riletto tutte le parti di me che vorrei abbandonare e di cui invece non riesco a liberarmi. Ogni tanto sembrano essersene andate, ogni tanto affiorano e ritornano, come il biglietto della moglie di Yankel, e mi fanno perdere "più occasioni di quante ne possa contare".
Buona lettura.

[Yankel] aveva anche perso la moglie, e non per colpa della morte, ma di un altro uomo. Rincasando dopo un pomeriggio in biblioteca, aveva trovato un biglietto sopra lo SHALOM! sul tappetino della soglia: Ho dovuto farlo, per me.
[...] Non so che cosa fare, pensava. Probabilmente dovrei suicidarmi.
Come non poteva sopportare la sua vita, o il pensiero di lei che faceva l'amore con qualcuno che non era lui, non poteva sopportare nemmeno di conservare il biglietto, e nemmeno di distruggerlo. Quindi tentò di perderlo. Lo lasciò vicino ai candelieri lacrimanti di cera, a ogni Pasqua lo mise fra le matzot, lo lasciò cadere senza riguardo fra carte sgualcite sulla sua scrivania sempre ingombra, nella speranza che al suo ritorno non ci sarebbe stato più. E invece era sempre lì. Tentava di farselo cadere dalla tasca mentre era seduto sulla panchina davanti alla fontana della sirena prostrata, ma quando infilava la mano per cercare il fazzoletto era ancora lì. Lo celava come un segnalibro in un romanzo fra quelli da lui più odiati, ma il biglietto riappariva qualche giorno dopo fra le pagine di uno dei libri occidentali che era l'unico a leggere in tutto lo shtetl, uno dei libri che ora quel biglietto gli aveva rovinato per sempre. Ma come non poteva perdere la sua vita, in tutta la vita non poteva perdere quel biglietto. Continuava a tornare da lui. Rimaneva con lui come una parte di lui, una voglia, un arto, era su di lui, dentro di lui, era lui, il suo motto: Ho dovuto farlo, per me.
Nel tempo aveva perso tanti frammenti di carta, e chiavi, e penne, camicie, occhiali, orologi, argenteria. Aveva perso una scarpa, i suoi gemelli preferiti di opale (le frange Scompigliate delle sue maniche erano in pieno, incontrollato rigoglio), perso tre anni lontano da Trachimbrod, milioni di idee che avrebbe voluto trascrivere (alcune di assoluta originalità, alcune di profondo significato), i capelli, la postura, due genitori, due figli, una moglie, una fortuna in moneta, più occasioni di quante ne potesse contare. Aveva addirittura perso un nome: era Safran prima di fuggire dallo shtetl, Safran dalla nascita alla sua prima morte. Sembrava non ci fosse niente che non poteva perdere. Ma quel pezzo di carta non sarebbe scomparso mai e poi mai, e nemmeno sarebbe scomparsa l'immagine di sua moglie a quattro zampe, e nemmeno il pensiero che, se ne fosse stato capace, avrebbe di molto migliorato la sua vita ponendovi fine.
coccola5

martedì 9 luglio 2013

L'isola del giorno prima

Tra le mie nuove letture si annovera L'isola del giorno prima di Umberto Eco.
L'ho acquistato poco meno di una settimana fa alla Feltrinelli della stazione centrale di Milano. Avevo appena concluso gli esami, e volevo prendermi qualcosa da leggere come "premio". Sarà probabilmente l'unico acquisto dell'estate, perché ho deciso di finire tutti i romanzi che ho in camera e che ancora non ho letto. E ne ho, credetemi.

Ma, nel frattempo, mi godo Eco e la sua prosa strabiliante. Adoro il suo modo di condurre la narrazione, aumentandone o rallentandone il ritmo a piacere, di inserire quelle punte di ironia che rendono così piacevole la lettura e i personaggi. Adoro Eco, insomma, c'è poco da fare.

Alle superiori, di mia iniziativa, avevo letto Il nome della rosa. Il nostro professore di italiano ne aveva consigliato la lettura a un mio compagno, ancora in quarta ginnasio, ed io ero stata attratta dalla copertina del libro (questa, per intenderci) che raffigurava un labirinto. E avevo preso il libro. Lo ammetto, il primo tentativo di lettura non era andato proprio a buon fine. Mi ero lasciata scoraggiare dalle frasi in latino e cinque altre lingue parlate da Salvatore, l'ex dolciniano che Adso e Guglielmo incontrano, se non erro, al loro arrivo al monastero. Non capivo più niente, e avevo lasciato perdere. Un paio d'anni dopo ho deciso di riprenderlo in mano, e mi è piaciuto molto di più. L'ho praticamente divorato, e ne sono stata più che soddisfatta.

Comunque, eccomi arrivata all'Isola. Mi piace molto anche il fatto che la nave diventi un teatro della memoria, in cui Roberto ripercorre la sua vita e racconta, all'amata che lo aspetta in patria, alcuni avvenimenti storici tra cui l'assedio di Casale e la guerra per la successione al ducato di Mantova o esplora i recessi del suo animo. Se non sapete cosa leggere, provate L'isola del giorno prima.


In attesa di concludere la lettura e di proporvi una recensione più completa, vi lascio un piccolo assaggio, tratto dal dialogo tra Roberto e il signor di Saint-Savin durante l'assedio. A raccontare dei suoi romanzi mai scritti è Saint-Savin.



[...]

"Vorrei scrivere romanzi, che sono molto alla moda, ma penso a molti di essi, e non mi accingo a scriverne nessuno..."
"A quali romanzi pensate?"
"Talora guardo la Luna, e immagino che quelle macchie siano delle caverne, delle città, delle isole, e i luoghi che risplendono siano quelli dove il mare riceve la luce del sole come il vetro di uno specchio. Vorrei raccontare la storia dei loro re, delle loro guerre e delle loro rivoluzioni, o dell'infelicità degli amanti di lassù, che nel corso delle loro notti sospirano guardando la nostra Terra. Mi piacerebbe raccontare della guerra e dell'amicizia tra le varie parti del corpo, le braccia che danno battaglia ai piedi, e le vene che fanno all'amore con le arterie, o le ossa col midollo. Tutti i romanzi che vorrei fare mi perseguitano. Quando sono nella mia camera mi sembra che siano tutti intorno a me, come dei Diavoletti, e che l'uno mi tiri per un orecchio, l'altro per il naso, e che ciascuno mi dica: 'Signore mi faccia, sono bellissimo.' Poi mi accorgo che si può raccontare una storia altrettanto bella inventando un duello originale, per esempio battersi e convincere l'avversario a rinnegare Iddio, poi trapassargli il petto, in modo che muoia dannato."
coccola5 

lunedì 13 maggio 2013

Non conosco il tuo nome


Non scrivevo da quasi un mese, e adesso non riesco a fermarmi. Annoto di tutto, sul diario, sulle note del cellulare, su documenti di Word. Mi sento come una cocainomane dopo una settimana di astinenza, che si spara una dose doppia per recuperare. Ma non importa.

Ieri sera prendo il treno alle 18.25 per Milano. Mi accompagna in stazione mia sorella, e ritroviamo suo moroso, che evidentemente ha accompagnato un amico. L’avevo già visto una volta a casa mia, ma non conosco il suo nome. Lei me l’aveva presentato con un soprannome, e lui non aveva aggiunto altro. Mi era rimasto impresso per i suoi lineamenti delicati, il viso imberbe e pallido, l’espressione trasecolata, trasognata. Avevamo parlato cinque, forse dieci minuti e mi ero accorta che condividevamo le stesse idee di fondo. Tracce di un’affinità di pensiero.

Eppure, ieri mi chiede come sto. Strano, è la seconda volta che mi vedi. Sono bloccata dalla cervicale, gli rispondo ridendo. Cos’altro potrei dirgli, del resto? E, senza dire una parola, mi prende la valigia e la solleva oltre i gradini del predellino. Non riesco nemmeno a dirgli grazie, perché non mi guarda nemmeno. Troviamo un posto libero e mi chiede se voglio sedermi, ma dico di no. E a Verona, prima che possa aprir bocca, mi prende la valigia e la mette sulla cappelliera. Poi ci sediamo l’uno di fronte all’altra, si sono liberati dei posti. Parliamo appena, di malavoglia, commentiamo il coccodrillo di Andreotti scritto da El Pais, poi lui inizia a leggere. Lo fa per un po’, poi ripone il libro e chiude gli occhi. Dorme un po’ e al suo risveglio iniziamo a chiacchierare, di cose strane per due che quasi non si conoscono. D’amore, di famiglia, di sesso. Senza veli, falsità. In maniera limpida, naturale. E lui non si sconvolge, anzi mi accorgo che la pensa come me senza dirmelo.


Non concepisco il concetto di relazione. Solo l’amicizia e il sesso.
L’amicizia è un amore senza sesso.

Definiamo il tramonto all’orizzonte come il più bello della nostra vita. Senza averne mai osservati altri insieme.
Mi infonde calma, serenità. È quasi analgesico. Si placano i pensieri, le ansie e rimango piacevolmente colpita da questa sua capacità. Probabilmente nemmeno sa di averla, e questo lo rende più affascinante. Parla delle cose che odia ridendo, mi dice in un sorriso che non sopporta Gianna Nannini, che gli sta proprio qui, la eliminerei. Lo dice in tono serissimo, ma ridendo come un bambino.

La cervicale mi sembra tollerabile, quasi non esiste. Lui mi strega, e quando ci lasciamo sono quasi contenta di farlo, ma gli dico che spero di rivederlo, almeno tramite mia sorella. Non voglio che qualcuno eserciti un tale ascendente su di me, come aveva fatto E. Ma non ce l’ho con lui, è solo che ho quasi paura di un ragazzo che mi influenza così tanto, tutto qui.

Me ne vado serena, calmissima. E tornano le parole giuste, la capacità di concentrarmi sulle cose che faccio, di osservare gli altri con un sorriso, perché non so fare quello che fanno loro. Di ammirarli invece che detestarli.


L’amore di una sera. 
Spesso ne sa più d’amore chi non l’ha mai vissuto. 
Ma rischia di idealizzarlo, e di diventare misantropo dopo una delusione, dopo il disincanto.  Forse è meglio parlare d’amore, a volte. Parla d’amore quando senti che quello vero ti sta logorando come un’abitudine.  Forse hai ragione.

E non conosco il tuo nome.


coccola5

mercoledì 17 aprile 2013

Vitale ironia

Si dice che è importante saper stare soli, ma non si dice solitudine. Fa tanta paura questa parola, e invece è solo il sostantivo derivato dall'aggettivo.
Ho vissuto da sola alcuni dei momenti più belli della mia vita. Nel 2007 andammo ad Assisi con il gruppo adolescenti. Per me era un periodo di grande fervore spirituale, contemplavo anche la possibilità di farmi suora. Pensavo alle clarisse, in realtà, che mi affascinavano perchè per me rappresentavano un ottimo connubio tra vita con gli altri e con sè stessi. Un compenetrarsi perfetto di due componenti che sento egualmente importanti ancora adesso. In quel campo ci furono momenti magnifici, come alcune mie preghiere alla basilica di S. Chiara o distesa sul mio letto la sera. Ero talmente abituata alla solitudine che un'idea simile, quella di entrare in convento, non mi sembrava tanto assurda come mi pare ora, o come pare a tanti altri. Per me era una valida alternativa.

Ancora adesso, apprezzo ancora i momento di viaggio (inteso come spostamento) più di quelli vissuti in compagnia. Mi danno la possibilità di sguinzagliare i pensieri, a volte mi sembra di ri-scoprire tracce di me che pensavo ben sepolte, o almeno sopite.

Adoro la solitudine perchè ci vivo cose che non potrei mai raccontare ad altri. Non perchè scandalose, ma perchè se lo facessi perderebbero la loro bellezza. È il segreto, il trucchetto magico della memoria, che conservando i nostri ricordi li alimenta con il suo prezioso carburante, li ricopre di una polverina che li mantiene intatti e bellissimi. Fors'anche ci frega quando li decora o modifica, ma che importa?
È un po' come quei libri che parlano di luoghi o persone che non riusciamo a vedere con gli occhi della mente, non sono descritti accuratamente o lo sono troppi, e perdono il loro mistero.
Non ci rimangono impressi, segno che l'autore ha fallito.

E allora è chiaro perchè fatico tanto, e quasi non mi interessa, trovare un fidanzato. Cosa ci sarà mai di tanto importante da condividere che presupponga una relazione anche fisica? E quello che condivido, sarà davvero compreso? Perchè ho l'impressione che sia molto più facile entrare in collisione con qualcuno che in comunione con lui. Sono più i meteoriti che si schiantano sulla Terra che le stelle che passano guardandoci dall'alto. Nella mia fantasia immagino quanto possa essere divertente il primo litigio, ma nella realtà non voglio schiantarmi. Non voglio nemmeno essere fraintesa. Diciamolo, tutte queste cose mi fanno paura perchè succedono perfino in casa mia, quindi è altamente probabile che su verifichino con un mezzo sconosciuto. Non voglio sposarmi, non voglio che qualcuno si sprechi a promettermi un per sempre che non si può mantenere. Al massimo voglio trovare qualcuno abbastanza affascinante da venire a letto con me e abbastanza benevolo da concedermi la sua amicizia. Una qualche sorta di E. 

L'ho capito adesso, scrivendo, proprio mentre Britney Spears canta Gimme More, dammi di più. Lo dico sempre che la vita è ironica. O che ci prende per il culo.

coccola5

domenica 7 aprile 2013

Anche migliori


Strano come la vita alle volte ci trasformi. O assopisca, anche solo per un periodo, chi siamo e sogniamo di essere. Ho cominciato a pensarci tempo fa, quando mia sorella ha confermato alcune mie impressioni sul suo fidanzato, S. Spesso e volentieri la vedevo nervosa a causa sua, e tuttavia mi era sempre parso che fossero una coppia affiatata, che non avessero quasi discussioni. Lui, in effetti, era un po’ appiccicoso, le era sempre accanto, e lei stessa mi aveva raccontato, con quella punta di orgoglio tipica dei primi tempi di un amore, che si sentivano spesso, che si tenevano costantemente aggiornati sull’andamento della loro giornata. La cosa mi sembrava eccessiva, ma non avevo detto niente. Mia sorella, più giovane di me, è di quella generazione che usa il cellulare molto più di me, in maniera quasi ossessivo-compulsiva. E invece, poco tempo fa mi racconta che effettivamente lui è molto geloso, non le lascia i suoi spazi. Una sera, io e lei usciamo per andare a teatro a Verona. Strada facendo, mi spiega che nel pomeriggio ha avuto una discussione con lui, che preferiva lei rimanesse a casa. Lo stesso era successo la scorsa estate, quando i miei genitori le avevano suggerito di passare un paio di mesi all’estero per migliorare il suo inglese. Alla fine, onde evitare scenate, le abbiamo consigliato di parlarne con S. solo a biglietti aerei già acquistati. E grazie a dio.

Il punto è che mia sorella è sempre stata una ragazza che teneva alle sue libertà, ai suoi spazi. Ricordo ancora le lotte, effettivamente recenti e aspre, per poter uscire quasi tutte le sere. In sostanza, per fare ciò che voleva. Io domani sera ho gli scout, la sera dopo gli adolescenti, e quella dopo ancora voglio uscire con i miei amici. In tutto quest’anno mi ha fatto un certo effetto vederla così al guinzaglio, legata e trascinata dai desideri e umori del suo ragazzo, decisamente condizionata da ciò che lui riteneva lei potesse o non potesse fare. Uscire stasera sì, a quella festa sabato no, con lei no, lui meglio che non lo vedi.

A Sanremo, Luciana Littizzetto parlava di uomini che amano male. È forse questo il caso? Sicuro di amarmi se desideri soffocarmi, costringermi in un angolo di vita? Se tu questa sera non esci e allora vuoi che io faccia altrettanto?

Gelosia che ti porta via, cantava Gianna Nannini in una vecchia canzone. Non ti fa dormir, la gelosia. Sapete, a mia sorella io parlo tanto di libertà, le ripeto come un mantra di essere il più libera possibile, almeno adesso, almeno a vent’anni. È questo il tempo. Quando avremo quarant’anni e qualche grinza, saremo donne irrigidite dal tempo, dall’età e dalla vita, e sarà tardi per essere libere. Non è pessimismo, è puro e semplice realismo. Eppure, eppure ho una terribile paura che un giorno ci sarà qualcuno al mio fianco e mi lascerò condizionare anch’io, lascerò assopire la mia libertà.

Non è questo un inno alla libertà, piuttosto a non dimenticarci di noi. A risorgere sempre dalle nostre ceneri come l’araba fenice. Non si tratta di avere delle pretese, piuttosto di rivendicare un nostro sacrosanto diritto, quello di ricordare che siamo donne ed eguali a loro. Anche migliori.

coccola5

lunedì 1 aprile 2013

Dio della meraviglia

Ecco, buona Pasqua. A mezzanotte e due minuti del primo aprile. Credo si possano considerare a buon titoli degli auguri in ritardo.

Forse c’è una ragione se arrivano così tardi, e non è dovuta ai tanti parenti per casa – siamo stati noi cinque tutta la giornata, né al particolare daffare – abbiamo guardato la tv tutto il pomeriggio e la sera. Sono dovuti a una leggera pigrizia, anche se la mia mania di fare collegamenti direbbe forse a una leggera mancanza di fede, così, per essere ironici. In realtà, non c’è un motivo particolare per cui debba raccontare tutta la storia sul blog, e cioè a tutti gli internauti e cioè, in un’ipotesi pessimistica a tutto il mondo – od ottimistica, se mi facesse piacere che tutto il mondo leggesse il mio blog, ma di fatto lo leggono in quattro gatti, quindi il problema non si pone – ma è un piccolo sfogo, una versione delle cose, e mi va di raccontarla.
Per carità, non prendetelo come chissà quale argomentazione sul perché sia giusto odiare, o dissentire dalla Chiesa cattolica, non prendetelo nemmeno come un delirio anticlericale; prendetelo per quello che è: la mia versione.

Partiamo da stamattina, quando sono andata alla Messa delle 11 con la mia famiglia, perché a Pasqua si deve andare, perché ci si fanno gli auguri, ma soprattutto perché non mi andava di litigare la mattina di Pasqua. Ascolto poco o niente, non mi va, ho la testa nei miei pensieri, mi risveglio solo alla predica del parroco. Che afferma: tanta gente ha perso il lavoro, ma non solo, assieme a quello ha perso anche la speranza. Ora, fossi Beppe Grillo griderei un sonoro vaffa e morta lì, ma non sono Beppe Grillo – e viva dio! Ora, spiegami come fa una persona senza lavoro ad avere ancora speranza. Nel 2013. Con l’Italia quasi in bancarotta. Con il costo della vita alle stelle e gli imprenditori che si impiccano. No, perché quando perdi il lavoro, non è che lo Stato dice ti faccio il condono, le bollette non me le paghi più, tanto per dire. Arrivano sempre, quelle, puntuali come la morte, e vanno pagate, se no resti senza luce acqua gas e vivi come l’uomo preistorico. Poi mettiamo anche che hai dei figli, e come gli paghi l’abbonamento ai mezzi? Come gli paghi tutte le altre spese, magari una visita, eccetera? Se non hai soldi, non puoi fare niente. E pensi a tutto, tranne che alla speranza. Però per la Chiesa devi sempre sperare. Sì, nella manna dal cielo. Voi preti avete la casa e non ci pagate l’IMU, vi danno 800 euro al mese solo per dir messa la domenica e qualche rosario per quelli che muoiono, voi si che sperate in santa pace. Ma gli altri no. Gli altri si impiccano. Ve lo fate un giro fra la gente comune, quella che non sa come arrivare a fine mese? L’unica cosa da sperare è che la matematica diventi matemagica, come diceva la mia prof, e i conti quadrino per miracolo.

Un po’ dopo, il parroco afferma che sarà contento solo quando quelli che non credono si saranno messi in ricerca. Perché chi cerca trova. Poco ma sicuro. Però per voi trovare significa automaticamente trovare Gesù, la Chiesa cattolica. Se trovi Allah, Jaweh o Buddha hai cercato male. O se trovi Dio, ma non come dicono loro, hai sempre cercato male. Sapete cosa vi dico? Che io ho cercato tanto, ma quando ho detto al mio curato – maledetta quella volta – che sono bisessuale, prima ho pensato che gli stesse prendendo un infarto, dopo un po’ di tempo è quasi preso a me. Perché voleva mandarmi dal sessuologo, a farmi spiegare che il sesso giusto è solo quello tra uomo e donna, il resto ciccia. Vi dico che mia zia sono anni che non fa la comunione, però non ha divorziato perché di punto in bianco si è stufata, lo ha fatto perché il marito se la faceva con le altre. Scusate un attimo, non vorrete mica che stiamo buone buone mentre nostro marito si scopa mezzo mondo? E magari facciamo finta di niente? Perché quando lui ci tradisce, il nostro matrimonio non funziona, c’è poco da fare. Io non ci credo che si può perdonare, io non ce la farei mai. Io ho cercato tanto, ecco, per tanti anni, ma ho scoperto che se non sei d’accordo con la Chiesa finirai sempre per scontrartici, prima o poi. Non sono la classica osservante ma non praticante, per intenderci. Non se ne parla, non fa per me.

Allora niente, non c’è niente? Non lo so. Amo pensare che lassù qualcuno ci sia e che ci ami profondamente, perché altrimenti chi gliel’avrebbe fatto fare di creare degli esseri così meschini che si fanno la guerra da millenni? Chi gliel’avrebbe fatto fare di lasciarci qui a rovinare la sua creazione? Amo pensare che ogni tanto guardi in giù, vegli su di noi come un silenzioso angelo custode, ma senza pretendere nulla in cambio, nemmeno le nostre scuse quando sbagliamo, perché errare è umano, perdonare lo può solo Dio, non noi. Noi al massimo possiamo chiudere gli occhi e ricominciare, e io cerco di farlo. Evitare di guardare agli sbagli, questo possiamo. Ma perdonare, no. Amo anche pensare che non gliene freghi niente se facciamo l’amore tutti i giorni, con mille donne o uomini diversi, con chi lo facciamo. Vuole solo che siamo il più felici possibile, e che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per esserlo.
Il mio, è il Dio della meraviglia, che vuole che continuiamo ad esplorare il mondo, le persone, per cambiare punto di vista, per avere misericordia dell’umana miseria. Vuole che alziamo gli occhi per guardare il sole e che sorridiamo.

Buona Pasqua!

coccola5

lunedì 18 marzo 2013

Con le migliori intenzioni - Goodbye, Lenin!

Non sono mai stata brava a definirmi. Ci ho provato, negli anni, ma non riesco a rinchiudermi entro i limiti di un’etichetta: trovo sempre il modo per svicolare, qualcosa che non fa per me o con cui non sono del tutto d’accordo.

Ci pensavo stasera guardando Goodbye Lenin!, film tedesco che racconta la storia di Alexander, ragazzo cresciuto nella Germania dell’Est, e di sua madre Christiane, socialista convinta che nel 1989, a un mese dalla caduta del muro di Berlino, cade in coma dopo aver avuto un infarto. Si risveglia otto mesi dopo, ma per evitarle dei traumi, dal medico ritenuti fatali, il figlio decide di ricreare un microcosmo socialista fra le mura di casa propria.

E succede che quel piccolo mondo, come per magia, via via si anima. Alexander cerca in qualunque modo i cetriolini Spreewald, il caffè Mokkafix Gold per non procurare un dolore alla madre. Ricostruisce per lei il mondo socialista, raccontandole gli avvenimenti in ritardo sulla realtà, con la calma di chi non vuole lasciarli andare. I colori grigi, opachi della DDR si mescolano nel cuore di Alexander a quelli più vivaci del nuovo mondo che avanza, e che la madre intuisce quando, alzatasi dal letto e scesa per strada, vede le immagini sacre, un’insegna pubblicitaria della Coca Cola, la statua di Lenin ballonzolare nell’aria e trasformare Leninplatz nella Piazza delle Nazioni Unite. Quello di Alex e Christiane non è un addio tronco alla dittatura, è un goodbye dato pian piano e che si mescola ai sogni, ai ricordi.

Goodbye Lenin! non racconta solo, attraverso l’ironia dei telegiornali ricostruiti, quanto sia facile distorcere la realtà, far credere quello che non è, racconta la bellezza della libertà attraverso gli occhi della nostalgia, dell’Ostalgie. Il film sceglie la chiave della comicità, di una sottile ironia che, in fin dei conti, è quella della storia che si diverte a prenderci per il naso. Nell’agosto 1989 la DDR festeggia in pompa magna il suo 40esimo anniversario, e due mesi dopo viene buttato giù il muro. Alexander porta la madre nella dacia di famiglia, nei boschi, con la macchina arrivata dopo tre anni di attesa. E Christiane, cacciata dalla scuola dove insegnava perché troppo idealista, racconta ai figli di aver avuto paura, di non aver voluto seguire il marito nella Germania Ovest perché chiedere un visto significava rischiare di perdere i figli, racconta di essersi prodigata tanto per il partito per paura di essere interrogata di nuovo dalla polizia.

Il socialismo non è nato per erigere muri. Socialismo significa tendere la mano agli altri e insieme ad essi convivere pacificamente. Socialismo non è il sogno di un visionario, ma un preciso progetto politico, fa raccontare Alexander, alla fine del film, al cosmonauta Sigmund Jähn che, dopo un passato come cosmonauta, accetta di aiutarlo a ricostruire il telegiornale in stile DDR. Cambia la fine di quella Germania Est rincorrendo il suo sogno tradito, immaginandone un esito diverso e la madre, cui la fidanzata di Alex ha raccontato come stanno davvero le cose, esclama “Non ho parole...”, e per il sogno immaginato, e per l’amore del figlio.

Forse il socialismo, come tanti altri ismi del Novecento, ha rappresentato davvero il sogno di tante persone, com’era stato per la madre di Alex. Cercando il trailer del film su YouTube, ho trovato i soliti commenti all’italiana di tante persone che discutevano a suon di “il comunismo ha fatto tante cose belle” e di “però c’erano anche i gulag”. Forse tanti della nostra generazione, che ha avuto la fortuna di non intravederle nemmeno le dittature, dimenticano che libertà è anche poter scegliere di non etichettarsi, di non dover aderire per forza di cose a un’idea. Noi che viviamo nel benessere – o capitalismo che dir si voglia – rimpiangiamo il socialismo perché non abbiamo dovuto aspettare tre anni per avere la macchina, non abbiamo vissuto in una città tagliata in due, col cielo diviso. Nessuno ci ha mai spiato la vita, e allora ci aggrappiamo al lato migliore di un’ideologia, e non riusciamo a vederla in maniera distaccata.

Non facciamo l’errore di pensare che una dittatura ha fatto anche delle cose belle, perché le ha fatte a caro prezzo. Spesso si pensa di poter abdicare alla libertà per non avere più fame, ma non si pensa a quanta fame di libertà avremo poi. Non si pensa che libertà è molto di più di quello che ci mostrano i radical chic dal “vorrei ma non posso”: libertà è una vita colorata, che sfugga agli edifici grigi, trasandati di Berlino Est e agli abiti di tessuti scadenti e al cibo di qualità mediocre perché tutti possano avere un poco ma non troppo. Non accontentiamoci di avere un po’ di libertà solo perché non abbiamo il coraggio di guardare il cielo oltre il muro. 

coccola5
appendice. Vi lascio con questa citazione di Röpke, economista e storico tedesco, da cui ho tratto spunto per la parte finale del post, inizialmente senza saperlo. "Il grande errore morale del socialismo consiste nella risoluta negazione che il desiderio dell'uomo di migliorare le condizioni sue e dei suoi e di prendersi la responsabilità e l'iniziativa di tale miglioramento appartenga all'ordine naturale delle cose almeno allo stesso titolo del desiderio di identificarsi con la comunità e di servire ai suoi fini."
ps. Con questo post mi piacerebbe inaugurare una piccola sezione, Movies, che troverete nella colonnina a destra del blog. In effetti, ci sto prendendo gusto. Per carità, come critica cinematografica non valgo un centesimo, ma è bello poter esprimere qualche pensiero in libertà, spero costruttivo, su alcuni dei film che ho occasione di vedere. Vi bacio.