Le cose belle degli ultimi giorni sono tante, così ho deciso di non raccontarvele tutte, altrimenti scriverei un tema di sei pagine. Vi farò solo un elenco dettagliato di emozioni e little things.
Pesarsi di lunedì mattina dopo quasi due mesi e scoprire di aver perso tre chili senza aver fatto una qualunque dieta. L'ho rischiata grossa a pesarmi alle 9 di lunedì, ma ieri mi sentivo come se avessi vinto al SuperEnalotto!
Scoprire che in bocca non hai un vaso di pandora delle malattie come pensavi, devi fare una pulizia e rimuovere due cariette, per altro piccole e non dolorose. Il dolore, sicuramente causato anche dall'ansia, è notevolmente diminuito, e chiaramente anche il mio malumore.
Trovare il messaggio della tua amica A. che ti chiede com'è andata la visita dal suddetto dentista. Tra parentesi: negli ambulatori e ospedali della mia zona il personale è di una scortesia unica, una cosa inaudita...
Le trasformazioni di giornata: partire in ritardo perché la metro è piena, arrivare con dieci minuti di ritardo a lezione, ma scoprire che la prof non è ancora arrivata e non farai la figura della ritardataria.
Riuscire a incrociare tuo padre perchè lui torna da un viaggio e tu parti per Milano, ma siete riusciti a salutarvi e baciarvi.
Il treno che parte e arriva, perchè non è detto che sia così, in perfetto orario.
Ascoltare canzoni di Gianna che non sentivi da un po' e pensare, proprio come un anno fa, che sono sempre meravigliose.
Tradurre per tre ore dal tedesco e non sentirti stanca. Pensare che è una lingua stupenda, che addirittura ti piace più dell'italiano.
E poi prendere e mangiarsi una cotoletta per pranzo.
coccola5
martedì 15 ottobre 2013
domenica 13 ottobre 2013
I confini del mio universo
Per qualche motivo, da quando ho
conosciuto E., ho cominciato a pensare una cosa stranissima: non troverò mai
più un’altra persona come te. I rapporti con lui, come ho raccontato spesso qui
sul blog, hanno sempre avuto un che di magico,
lui è una persona per la quale provo un fortissimo affetto – oserei dire amore –
e, davvero, ho sempre pensato, e penso tuttora, di aver incontrato qualcuno di meraviglioso. Meraviglioso perché con
lui, pur con tutti i problemi e gli ostacoli del caso, è riuscita una cosa che
raramente mi è capitata in amicizia: imparare ad accettarsi l’un l’altro per
come si è, abbandonare ogni pretesa di cambiamento sull’altro. È un difetto da
cui nemmeno io sono immune, forse perché alle volte non vedi solo l’altro, ma
anche come potrebbe essere se.
È quel se a porre fine alle relazioni, di qualunque tipo, ma so che
rinunciare a quell’immagine, a quell’Idea che abbiamo di lui, è una tra le cose
più complicate nei rapporti interpersonali. Ma riuscire ad accogliere davvero qualcuno per com’è e non perchè lo vorremmo diversamente, è meraviglioso. Quando lo fai e
senti che anche l’altro è arrivato allo stesso punto, sai di aver trovato un
amico vero e che non lo perderai, nonostante i capricciosi sentieri che la vita
ci riserva. You’re not alone anymore.
E il fatto che in inglese si dica alone,
qui, nasconde un’altra parola usata per indicare la solitudine, lonely. Alone lo è chi, fisicamente, non si trova in compagnia di nessuno; lonely lo sono quelle persone tristi per
la mancanza di amici. Strana lingua, l’inglese.
Ma, ecco, pensavo che E. sarebbe
stato una sorta di vetta, in fatto di
amicizie, di non poter pretendere di meglio, che forse ero già stata molto
fortunata. Fortunata, sì, perché per un’ex sfigata come me, chiedersi perché le
persone scelgono di frequentarti è la norma. Lo faccio sempre, ogni volta che
qualcuno mi fa un complimento o mi invita da qualche parte. Che cosa avrà visto
in quella lì di tanto interessante? Non ho mai parlato con nessuno di questo
mio interrogativo interiore, se non alla mia Psycho, ma credo che forse non
troverò mai una risposta, e credo sia la cosa migliore.
Invece, ci sono serate belle,
tanto che ti fanno completamente dimenticare questi tuoi dogmi, come quella di
ieri sera. Serate che dovevano essere noiose, perché andiamo per la seconda
volta in un mese a mangiare il risotto a una sagra di paese, perché la nuova
ragazza in compagnia con te, del tuo paese, ti fa capire che di guidare non ne
vuole sapere, perché hai litigato con tua madre, perché il tipo di ripetizioni
viene puntualmente con 50 euro manco fossi una banca e, siccome tu non hai 35
euro di resto da dargli, ti dice ti pago la prossima volta e tu lo mandi mentalmente
a quel paese. Le pensi tutte, queste cose, quando accendi il motore e ti viene
da piangere, un attimo di scoramento. E invece poi parti e la tua amica che non
guida è comunque simpatica e ti paga la benzina, i ragazzi sono su di giri e
ridono tanto, tantissimo.
E la testa vola, sembra che tutti
quei pensieri la faranno decollare, da tanti che sono. Alzarsi da tavola dopo
cena sembra quasi un delitto, tanto avete riso insieme. Finalmente ti senti
parte di un gruppo, ma non perché hai paura di rimanere sola e allora esci,
come mi capitava i primi tempi, ma perché quelle persone fanno per te, non ti guardano la maglia scollata, non dicono
nemmeno una parola quando scherzi sul fatto che provare a stare
con una ragazza, oltre che con un ragazzo, per te potrebbe essere un'idea, quando cominci con le tue storie sul
fatto che tu e la vita di coppia siete comunque universi paralleli.
E A. che mi sorride così tanto,
che non ce la a fare un sorriso più grande di così. A. che ha una luce
indescrivibile negli occhi e quando ti appoggi alla sua spalla con la testa
rimane fermo e rigido, ma senti che vorrebbe appoggiarsi a te. E poi,
a un certo punto, ti chiede quando ti laurei perché vorrebbe che tu andassi in
California con lui e un altro tuo amico, ma sai che l’invito te lo sta facendo
solo lui, o quasi. Ti spaventa perché caratterialmente assomiglia a tuo padre,
nel turbinio di emozioni pensi perfino di non essere ancora uscita dal
complesso di Elettra, ma fisicamente ti piace e un sacco di vostri gusti
combaciano e la cosa ti piace ma ti atterrisce al contempo.
Io che pensavo di aver trovato
con te i limiti dell’universo. Io che adoro sbagliarmi, che voglio essere
sempre contraddetta e adoro contraddire. Io che adesso sono un po’ sfasata, mi
sembra di non capire più bene il mio posto nel mondo, non è che mi hai tolto la
sedia da sotto?
Magari domani andrò dal dentista
e mi sistemerà l’infiammazione e passerà tutta quest’euforia. Vado un po’ fuori
di testa con il mal di denti, lo so. Magari è stata solo l’emozione di una
sera, o magari quella gioia di vivere che riaffiora quando meno ce l’aspettiamo.
Sa trovare le strade più impensate e si fa largo, percorre tutte le tue vene
per arrivare al cervello. Non è il cervello che la rilascia, questa adrenalina,
è lei che risale dalle viscere del tuo corpo. È un piccolo vulcano che giace
sepolto da qualche parte e ogni tanto ti risveglia e ti fa sentire viva.
Solo perché non ne posso fare a
meno, vi posto Io senza te di Gianna.
E il testo, ovviamente, è splendido.
coccola5
venerdì 11 ottobre 2013
Not a special day
Le cose belle si infilano nella normalità, vi si insinuano e la
trasformano. Mi piace dirlo così, le
cose belle, con un aggettivo semplice e genuino. Io sono un po'
un'estremista e le definisco sempre meravigliose,
fantastiche oppure assurde,
tristi, bruttissime. Ma oggi non voglio strafare, e allora le cose sono solo belle.
E' stata una settimana qualunque. Da lunedì
sino a stasera alle 18 ho avuto lezione in università, soliti rapporti
striminziti e un po’ faticosi con le mie compagne ma fa niente recupero in collegio. E lì i sorrisi delle
ragazze, le chiacchiere buone della cena e della tisana, ritrovare lo stesso
ambiente che l’anno scorso mi ha reso fiera di avere scelto un collegio. Ecco,
niente di particolare. Più di qualche mattina mi sono svegliata in ritardo e ho sgambettato per arrivare a lezione in orario.
La cosa bella è stata la riscoperta di Mika. Come cantante non l'ho mai conosciuto a fondo, ne ascolto i successi in
radio, li canto come tutti gli altri e, a tormentone passato, li ripongo nel
dimenticatoio pensando “alla prossima”. Ne ho qualcuno sull’iPod, punto e a
capo. Un paio di settimane fa guardo X-Factor con mia sorella: su Sky è
possibile rivedere le puntate delle audizioni, che a me piacciono per farmi un’idea
della varietà di umanità che c’è
soltanto in Italia, ma in generale un po’ dappertutto. Non sapevo che avrebbe
partecipato come giudice, l’ho scoperto accendendo la tv quel giorno, ma
confesso che è stata una bella sorpresa: l’ho trovato simpatico e dolce, e al
tempo stesso competente, per quanto lo si possa essere in un talent show. Così,
penso bene di riascoltare qualche sua canzone e scopro che l’anno scorso ha
pubblicato un disco, The Origin Of Love,
e lo scarico.
I like it, I like it, I damn like it. È geniale, davvero. Le canzoni hanno un’energia
unica, sono dinamiche e la voce acuta e insieme morbida di Mika ti porta in un
altro mondo. Considerando che scrive da solo i testi, sono davvero
strabilianti. Ricamano immagini dolci, caserecce a volte. Step With Me, ad esempio, canta:
this love is delicious like home-cooked dishes, I’m tasting mischievously,
creando l’immagine di casa con una mamma che prepara manicaretti e un bimbo che,
mischievously, da birichino, li
assaggia di soppiatto. Immagini belle, ecco, ma soprattutto ben curate, che
funzionano per la loro dolcezza.
E poi posso dirvela una cosa? Mi piace il suo buonumore, il suo
ottimismo. Sono stanca di sentire gente che canta di amori finiti, di com’era
bello con lui o lei, o di cosa si perde adesso il o la sua ex. L’amore è bello, al di
là di tutto. Ovviamente può comportare anche sofferenza, ma innanzitutto è
bellezza, gioia di vivere, è luce negli occhi. È quella stessa euforia che
torna in ogni canzone di Mika. Quello che voglio dire è che abbiamo
tremendamente bisogno di sentirci coccolati quando ascoltiamo musica. C’è una
parola perfetta in inglese per descrivere come voglio sentirmi quando indosso
le cuffiette: high, fatta, anzi
strafatta. Voglio sentirmi su, alta, cinque metri sopra terra. Voglio che la musica mi faccia dimenticare perfino il
mio nome. Ma voglio anche trovare qualcuno che sappia giocare con le parole,
costruire immagini e portarle avanti, che sappia pronunciare una parolaccia
senza farla sembrare volgare. Vuoi l’erba
voglio, direbbe mia madre, e perdonate il gioco di parole e l’asfittica
ripetizione di “voglio” delle ultime righe.
Ecco, con il tempo ho abbandonato il tentativo di ascoltare musica
rock o di generi particolari. Mi piace la musica pop, mi piace davvero, forse
proprio per la sua esuberanza. Al contempo, sempre tra le cose belle, mi sono
scoperta accanita fan delle Nozze di
Figaro di Mozart che, fra l’altro, sono – vergognosamente – la prima opera che ho
ascoltato, sempre lo scorso weekend. Le arie, le voci dei cantanti, le parole,
tutte ti trascinano in un’altra dimensione. Sabato sera ne ho visto un pezzo
del secondo atto per caso su Sky Arte, mentre tentavo di scaricare un film. Pur
essendo cominciata da un pezzo, sono rimasta comunque ad ascoltarne una buona
mezz’ora, incantata dalla limpidità delle voci dei soprani. Come raccontavo
alle ragazze in collegio questa settimana (giusto per non perdere la nomea di quella strana), ne sono rimasta folgorata. Mi si è aperto un mondo.
La cosa migliore è che tutte queste scoperte le ho fatte proprio
adesso che ho un’infiammazione gengivale che mi sta mandando letteralmente fuori di testa.
coccola5
martedì 3 settembre 2013
Just to slip this skin
Qualche tempo fa
ho visto Philadelphia, un film del
1993 con Tom Hanks e Denzel Washington. Meraviglioso, nonostante i suoi ormai
vent’anni, e a mio parere sempre attuale. Racconta la storia di Andrew Beckett,
un brillante avvocato gay di Philadelphia. Quando i suoi superiori, dopo
avergli affidato un caso importante, notano una lesione sulla sua fronte
causata dall’AIDS (precisamente dal sarcoma di Kaposi, patologia opportunistica
all’epoca molto comune tra i sieropositivi), lo licenziano con la scusa di aver
quasi smarrito un documento. Con l’appoggio del suo compagno e della sua
famiglia, Andy decide di fare causa all’azienda. Inizialmente respinto da un
avvocato di sua conoscenza (interpretato da Denzel Washington) per via della
sua malattia, questi deciderà infine di aiutarlo.
Inutile che vi
dica perché trovo grandioso questo film: per l’estrema e brutale delicatezza, con cui viene trattata una tematica come l’AIDS, per l’attenzione al
cambiamento e al pregiudizio, legati qui inscindibilmente e, non da ultimo, per
un giovanissimo Tom Hanks che, concedetemelo, è disperatamente fico.
Ma, tolto
questo, di questo film amo la canzone di apertura, scritta da Bruce Springsteen
proprio per Philadelphia, e la scena
che l’accompagna, che ritrae una metropoli bella, genuina e tuttavia così diversa
da sé stessa, con le sue mille sfaccettature. La amo, Streets of Philadelphia, così si intitola la canzone, per un verso
in particolare: I walked a thousand miles
just to slip this skin. Tradotta letteralmente, quest’espressione significa
“ho percorso mille miglia solo per lasciar scivolare questa pelle”. Se vi
propongo quest’orrida traduzione, c’è un motivo, e non risiede soltanto nel
fatto che Bruce Springsteen sia l’unico a parlare di slip one’s skin in un contesto tanto particolare, ma anche nella
bellezza di questo modo di dire. To slip
the skin è un’espressione legata ai serpenti, che periodicamente cambiano
pelle lasciandosi alle spalle quella vecchia. Lasciandola scivolare, in un
certo senso. Solo che i serpenti, a differenza nostra, non hanno bisogno di
percorrere mille miglia, la abbandonano in un solo passo, mentre noi a volte
restiamo con la nostra vecchia pelle per anni, non riusciamo mai a sfilarla
completamente, o ne restiamo intrappolati, o ingarbugliati.
Guardando Philadelphia, mi è venuto in mente un
parallelismo proprio con l’AIDS, tema centrale del film. La nostra seconda
pelle è a volte proprio come questa malattia: per quanto tentiamo di scrollarcela
di dosso, non ce ne liberiamo mai davvero. Segno del fatto che fa parte di noi,
“ci appartiene”. Non saprei dire esattamente in che cosa consista questa pelle:
credo nei nostri difetti, fisici o caratteriali, nei nostri ricordi, in tante
piccole cose che costituiscono l’altra
metà di noi o, come li chiamavo tempo fa, i nostri abissi. Ora come allora, non pretendo che da quegli abissi si
risalga sempre, solo che si sia consapevoli di averli, che magari li si
accetti. Tanto basta, davvero.
Aggiungo il
testo della canzone, vale la pena leggerlo per intero.
coccola5
ps. mi riprometto di dedicare uno dei prossimi post all'Hiv e all'AIDS, tematiche che recentemente sono state abbandonate, e di cui secondo me è urgente parlare. Ma intanto godetevi Springsteen e la sua performance.
martedì 27 agosto 2013
Ogni cosa è illuminata
Okay, I confess, divoro due o tre libri alla volta, e non è detto che li concluda tutti. Per esempio, ho momentaneamente accantonato la lettura de L'isola del giorno prima di Eco, di cui avevo parlato nell'ultima blog reading. Avevo scelto per le vacanze in Scozia Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. Se conoscete questo autore, è probabilmente perché avete letto il libro Molto forte, incredibilmente vicino, o visto il film che ne è stato fatto recentemente. Entrambi bellissimi, e sicuramente più noti di Ogni cosa è illuminata, pubblicato per la prima volta da Guanda nel 2002.
Tema del romanzo è la storia di Jonathan, un ebreo statunitense che si reca in Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò suo nonno durante le deportazioni naziste. In questo viaggio è accompagnato da Alex, una guida locale, suo nonno, affetto da cecità psicosomatica e la loro cagnetta puzzolente.
Non sono ancora andata molto avanti nella lettura, ho letto all'incirca le prime 60 pagine, quindi è ancora presto per una recensione equilibrata, ma confesso di essermi, in un certo senso, trovata in difficoltà: la prosa di Safran Foer è sempre molto particolare. Le lettere scritte da Alex a Jonathan ricalcano l'inglese che parlerebbe uno straniero che l'ha studiato da autodidatta: una lingua "finta", in cui si ritrovano espressioni come nel mio secondo anno di università ho fatto paurosamente bene, ma comunque pregiata, come direbbe lui. Quelle parole storte, a volte innaturali, aiutano a riflettere su quanto ci sta raccontando, consentono un'angolatura migliore e diversa.
Per farla breve, se credete di aver comprato un romanzo in senso stretto, vi sbagliate di grosso. Safran Foer ci consegna sempre personaggi strani, sgangherati, che pochi altri sceglierebbero per la loro narrazione, e che eppure funzionano. Era andata così anche in Molto forte, incredibilmente vicino, il cui protagonista è Oskar, un ragazzino di 9 anni affetto dalla sindrome di Asperger alla ricerca di un modo per elaborare il lutto del padre, morto nell'attentato al World Trade Center dell'11 settembre.
Vi propongo la lettura di questo brano, che racconta la storia di Yankel, uno dei personaggi, disperato perché la moglie lo ha tradito con un altro e lo ha lasciato. Forse, però, non si tratta solo di questo. Io ci ho riletto tutte le parti di me che vorrei abbandonare e di cui invece non riesco a liberarmi. Ogni tanto sembrano essersene andate, ogni tanto affiorano e ritornano, come il biglietto della moglie di Yankel, e mi fanno perdere "più occasioni di quante ne possa contare".
Buona lettura.
coccola5[Yankel] aveva anche perso la moglie, e non per colpa della morte, ma di un altro uomo. Rincasando dopo un pomeriggio in biblioteca, aveva trovato un biglietto sopra lo SHALOM! sul tappetino della soglia: Ho dovuto farlo, per me.[...] Non so che cosa fare, pensava. Probabilmente dovrei suicidarmi.Come non poteva sopportare la sua vita, o il pensiero di lei che faceva l'amore con qualcuno che non era lui, non poteva sopportare nemmeno di conservare il biglietto, e nemmeno di distruggerlo. Quindi tentò di perderlo. Lo lasciò vicino ai candelieri lacrimanti di cera, a ogni Pasqua lo mise fra le matzot, lo lasciò cadere senza riguardo fra carte sgualcite sulla sua scrivania sempre ingombra, nella speranza che al suo ritorno non ci sarebbe stato più. E invece era sempre lì. Tentava di farselo cadere dalla tasca mentre era seduto sulla panchina davanti alla fontana della sirena prostrata, ma quando infilava la mano per cercare il fazzoletto era ancora lì. Lo celava come un segnalibro in un romanzo fra quelli da lui più odiati, ma il biglietto riappariva qualche giorno dopo fra le pagine di uno dei libri occidentali che era l'unico a leggere in tutto lo shtetl, uno dei libri che ora quel biglietto gli aveva rovinato per sempre. Ma come non poteva perdere la sua vita, in tutta la vita non poteva perdere quel biglietto. Continuava a tornare da lui. Rimaneva con lui come una parte di lui, una voglia, un arto, era su di lui, dentro di lui, era lui, il suo motto: Ho dovuto farlo, per me.Nel tempo aveva perso tanti frammenti di carta, e chiavi, e penne, camicie, occhiali, orologi, argenteria. Aveva perso una scarpa, i suoi gemelli preferiti di opale (le frange Scompigliate delle sue maniche erano in pieno, incontrollato rigoglio), perso tre anni lontano da Trachimbrod, milioni di idee che avrebbe voluto trascrivere (alcune di assoluta originalità, alcune di profondo significato), i capelli, la postura, due genitori, due figli, una moglie, una fortuna in moneta, più occasioni di quante ne potesse contare. Aveva addirittura perso un nome: era Safran prima di fuggire dallo shtetl, Safran dalla nascita alla sua prima morte. Sembrava non ci fosse niente che non poteva perdere. Ma quel pezzo di carta non sarebbe scomparso mai e poi mai, e nemmeno sarebbe scomparsa l'immagine di sua moglie a quattro zampe, e nemmeno il pensiero che, se ne fosse stato capace, avrebbe di molto migliorato la sua vita ponendovi fine.
martedì 9 luglio 2013
L'isola del giorno prima
Tra le mie nuove letture si annovera L'isola del giorno prima di Umberto Eco.
L'ho acquistato poco meno di una settimana fa alla Feltrinelli della stazione centrale di Milano. Avevo appena concluso gli esami, e volevo prendermi qualcosa da leggere come "premio". Sarà probabilmente l'unico acquisto dell'estate, perché ho deciso di finire tutti i romanzi che ho in camera e che ancora non ho letto. E ne ho, credetemi.
Ma, nel frattempo, mi godo Eco e la sua prosa strabiliante. Adoro il suo modo di condurre la narrazione, aumentandone o rallentandone il ritmo a piacere, di inserire quelle punte di ironia che rendono così piacevole la lettura e i personaggi. Adoro Eco, insomma, c'è poco da fare.
Alle superiori, di mia iniziativa, avevo letto Il nome della rosa. Il nostro professore di italiano ne aveva consigliato la lettura a un mio compagno, ancora in quarta ginnasio, ed io ero stata attratta dalla copertina del libro (questa, per intenderci) che raffigurava un labirinto. E avevo preso il libro. Lo ammetto, il primo tentativo di lettura non era andato proprio a buon fine. Mi ero lasciata scoraggiare dalle frasi in latino e cinque altre lingue parlate da Salvatore, l'ex dolciniano che Adso e Guglielmo incontrano, se non erro, al loro arrivo al monastero. Non capivo più niente, e avevo lasciato perdere. Un paio d'anni dopo ho deciso di riprenderlo in mano, e mi è piaciuto molto di più. L'ho praticamente divorato, e ne sono stata più che soddisfatta.
Comunque, eccomi arrivata all'Isola. Mi piace molto anche il fatto che la nave diventi un teatro della memoria, in cui Roberto ripercorre la sua vita e racconta, all'amata che lo aspetta in patria, alcuni avvenimenti storici tra cui l'assedio di Casale e la guerra per la successione al ducato di Mantova o esplora i recessi del suo animo. Se non sapete cosa leggere, provate L'isola del giorno prima.
In attesa di concludere la lettura e di proporvi una recensione più completa, vi lascio un piccolo assaggio, tratto dal dialogo tra Roberto e il signor di Saint-Savin durante l'assedio. A raccontare dei suoi romanzi mai scritti è Saint-Savin.
[...]
"Vorrei scrivere romanzi, che sono molto alla moda, ma penso a molti di essi, e non mi accingo a scriverne nessuno...""A quali romanzi pensate?""Talora guardo la Luna, e immagino che quelle macchie siano delle caverne, delle città, delle isole, e i luoghi che risplendono siano quelli dove il mare riceve la luce del sole come il vetro di uno specchio. Vorrei raccontare la storia dei loro re, delle loro guerre e delle loro rivoluzioni, o dell'infelicità degli amanti di lassù, che nel corso delle loro notti sospirano guardando la nostra Terra. Mi piacerebbe raccontare della guerra e dell'amicizia tra le varie parti del corpo, le braccia che danno battaglia ai piedi, e le vene che fanno all'amore con le arterie, o le ossa col midollo. Tutti i romanzi che vorrei fare mi perseguitano. Quando sono nella mia camera mi sembra che siano tutti intorno a me, come dei Diavoletti, e che l'uno mi tiri per un orecchio, l'altro per il naso, e che ciascuno mi dica: 'Signore mi faccia, sono bellissimo.' Poi mi accorgo che si può raccontare una storia altrettanto bella inventando un duello originale, per esempio battersi e convincere l'avversario a rinnegare Iddio, poi trapassargli il petto, in modo che muoia dannato."
coccola5
lunedì 13 maggio 2013
Non conosco il tuo nome
Non scrivevo da quasi un mese, e adesso non riesco a
fermarmi. Annoto di tutto, sul diario, sulle note del cellulare, su documenti
di Word. Mi sento come una cocainomane dopo una settimana di astinenza, che si
spara una dose doppia per recuperare. Ma non importa.
Ieri sera prendo il treno alle 18.25 per Milano. Mi accompagna
in stazione mia sorella, e ritroviamo suo moroso, che evidentemente ha
accompagnato un amico. L’avevo già visto una volta a casa mia, ma non conosco
il suo nome. Lei me l’aveva presentato con un soprannome, e lui non aveva
aggiunto altro. Mi era rimasto impresso per i suoi lineamenti delicati, il viso
imberbe e pallido, l’espressione trasecolata, trasognata. Avevamo parlato cinque,
forse dieci minuti e mi ero accorta che condividevamo le stesse idee di fondo. Tracce
di un’affinità di pensiero.
Eppure, ieri mi chiede come sto. Strano, è la seconda volta
che mi vedi. Sono bloccata dalla
cervicale, gli rispondo ridendo. Cos’altro potrei dirgli, del resto? E,
senza dire una parola, mi prende la valigia e la solleva oltre i gradini del
predellino. Non riesco nemmeno a dirgli grazie, perché non mi guarda nemmeno. Troviamo
un posto libero e mi chiede se voglio sedermi, ma dico di no. E a Verona, prima
che possa aprir bocca, mi prende la valigia e la mette sulla cappelliera. Poi ci
sediamo l’uno di fronte all’altra, si sono liberati dei posti. Parliamo appena,
di malavoglia, commentiamo il coccodrillo di Andreotti scritto da El Pais, poi lui inizia a leggere. Lo fa
per un po’, poi ripone il libro e chiude gli occhi. Dorme un po’ e al suo
risveglio iniziamo a chiacchierare, di cose strane per due che quasi non si
conoscono. D’amore, di famiglia, di sesso. Senza veli, falsità. In maniera
limpida, naturale. E lui non si sconvolge, anzi mi accorgo che la pensa come me
senza dirmelo.
Non concepisco il
concetto di relazione. Solo l’amicizia e il sesso.
L’amicizia è un amore senza sesso.
Definiamo il tramonto all’orizzonte come il più bello della
nostra vita. Senza averne mai osservati altri insieme.
Mi infonde calma, serenità. È quasi analgesico. Si placano i
pensieri, le ansie e rimango piacevolmente colpita da questa sua capacità. Probabilmente
nemmeno sa di averla, e questo lo rende più affascinante. Parla delle cose che
odia ridendo, mi dice in un sorriso che non sopporta Gianna Nannini, che gli
sta proprio qui, la eliminerei. Lo dice in tono serissimo, ma ridendo come un
bambino.
La cervicale mi sembra tollerabile, quasi non esiste. Lui mi
strega, e quando ci lasciamo sono quasi contenta di farlo, ma gli dico che
spero di rivederlo, almeno tramite mia sorella. Non voglio che qualcuno
eserciti un tale ascendente su di me, come aveva fatto E. Ma non ce l’ho con
lui, è solo che ho quasi paura di un ragazzo che mi influenza così tanto, tutto
qui.
Me ne vado serena, calmissima. E tornano le parole giuste,
la capacità di concentrarmi sulle cose che faccio, di osservare gli altri con
un sorriso, perché non so fare quello che fanno loro. Di ammirarli invece che
detestarli.
L’amore di una sera.
Spesso ne sa più d’amore chi non l’ha mai
vissuto.
Ma rischia di idealizzarlo, e di diventare misantropo dopo una delusione, dopo
il disincanto.
Forse è meglio parlare d’amore, a volte. Parla d’amore quando senti che quello
vero ti sta logorando come un’abitudine.
Forse hai ragione.
E non conosco il tuo nome.
coccola5
mercoledì 17 aprile 2013
Vitale ironia
Si dice che è importante saper stare soli, ma non si dice
solitudine. Fa tanta paura questa parola, e invece è solo il sostantivo
derivato dall'aggettivo.
Ho vissuto da sola alcuni dei momenti più belli della mia
vita. Nel 2007 andammo ad Assisi con il gruppo adolescenti. Per me era un periodo
di grande fervore spirituale, contemplavo anche la possibilità di farmi suora.
Pensavo alle clarisse, in realtà, che mi affascinavano perchè per me
rappresentavano un ottimo connubio tra vita con gli altri e con sè stessi. Un
compenetrarsi perfetto di due componenti che sento egualmente importanti ancora
adesso. In quel campo ci furono momenti magnifici, come alcune mie preghiere
alla basilica di S. Chiara o distesa sul mio letto la sera. Ero talmente
abituata alla solitudine che un'idea simile, quella di entrare in convento, non
mi sembrava tanto assurda come mi pare ora, o come pare a tanti altri. Per me
era una valida alternativa.
Ancora adesso, apprezzo ancora i momento di viaggio (inteso
come spostamento) più di quelli vissuti in compagnia. Mi danno la possibilità
di sguinzagliare i pensieri, a volte mi sembra di ri-scoprire tracce di me che
pensavo ben sepolte, o almeno sopite.
Adoro la solitudine perchè ci vivo cose che non potrei mai
raccontare ad altri. Non perchè scandalose, ma perchè se lo facessi
perderebbero la loro bellezza. È il segreto, il trucchetto magico della
memoria, che conservando i nostri ricordi li alimenta con il suo prezioso
carburante, li ricopre di una polverina che li mantiene intatti e bellissimi.
Fors'anche ci frega quando li decora o modifica, ma che importa?
È un po' come quei libri che parlano di luoghi o persone che
non riusciamo a vedere con gli occhi della mente, non sono descritti
accuratamente o lo sono troppi, e perdono il loro mistero.
Non ci rimangono impressi, segno che l'autore ha fallito.
E allora è chiaro perchè fatico tanto, e quasi non mi
interessa, trovare un fidanzato. Cosa ci sarà mai di tanto importante da
condividere che presupponga una relazione anche fisica? E quello che condivido,
sarà davvero compreso? Perchè ho l'impressione che sia molto più facile entrare
in collisione con qualcuno che in comunione con lui. Sono più i meteoriti che
si schiantano sulla Terra che le stelle che passano guardandoci dall'alto.
Nella mia fantasia immagino quanto possa essere divertente il primo litigio, ma
nella realtà non voglio schiantarmi. Non voglio nemmeno essere fraintesa.
Diciamolo, tutte queste cose mi fanno paura perchè succedono perfino in casa
mia, quindi è altamente probabile che su verifichino con un mezzo sconosciuto.
Non voglio sposarmi, non voglio che qualcuno si sprechi a promettermi un per
sempre che non si può mantenere. Al massimo voglio trovare qualcuno abbastanza
affascinante da venire a letto con me e abbastanza benevolo da concedermi la
sua amicizia. Una qualche sorta di E.
L'ho capito adesso, scrivendo, proprio
mentre Britney Spears canta Gimme More, dammi di più. Lo dico sempre che la
vita è ironica. O che ci prende per il culo.
coccola5
domenica 7 aprile 2013
Anche migliori
Strano
come la vita alle volte ci trasformi. O assopisca, anche solo per un periodo, chi
siamo e sogniamo di essere. Ho cominciato a pensarci tempo fa, quando mia
sorella ha confermato alcune mie impressioni sul suo fidanzato, S. Spesso e
volentieri la vedevo nervosa a causa sua, e tuttavia mi era sempre parso che
fossero una coppia affiatata, che non avessero quasi discussioni. Lui, in
effetti, era un po’ appiccicoso, le
era sempre accanto, e lei stessa mi aveva raccontato, con quella punta di
orgoglio tipica dei primi tempi di un amore, che si sentivano spesso, che si
tenevano costantemente aggiornati sull’andamento della loro giornata. La cosa
mi sembrava eccessiva, ma non avevo detto niente. Mia sorella, più giovane di
me, è di quella generazione che usa il cellulare molto più di me, in maniera
quasi ossessivo-compulsiva. E invece, poco tempo fa mi racconta che
effettivamente lui è molto geloso, non le lascia i suoi spazi. Una sera, io e
lei usciamo per andare a teatro a Verona. Strada facendo, mi spiega che nel
pomeriggio ha avuto una discussione con lui, che preferiva lei rimanesse a
casa. Lo stesso era successo la scorsa estate, quando i miei genitori le
avevano suggerito di passare un paio di mesi all’estero per migliorare il suo
inglese. Alla fine, onde evitare scenate, le abbiamo consigliato di parlarne
con S. solo a biglietti aerei già acquistati. E grazie a dio.
Il
punto è che mia sorella è sempre stata una ragazza che teneva alle sue libertà,
ai suoi spazi. Ricordo ancora le lotte, effettivamente recenti e aspre, per
poter uscire quasi tutte le sere. In sostanza, per fare ciò che voleva. Io domani
sera ho gli scout, la sera dopo gli adolescenti, e quella dopo ancora voglio
uscire con i miei amici. In tutto quest’anno mi ha fatto un certo effetto
vederla così al guinzaglio, legata e
trascinata dai desideri e umori del suo ragazzo, decisamente condizionata da ciò
che lui riteneva lei potesse o non potesse fare. Uscire stasera sì, a quella
festa sabato no, con lei no, lui meglio che non lo vedi.
A
Sanremo, Luciana Littizzetto parlava di uomini che amano male. È forse questo il caso? Sicuro di amarmi se desideri
soffocarmi, costringermi in un angolo di vita? Se tu questa sera non esci e
allora vuoi che io faccia altrettanto?
Gelosia che ti porta
via, cantava Gianna
Nannini in una vecchia canzone. Non ti fa
dormir, la gelosia. Sapete, a mia sorella io parlo tanto di libertà, le
ripeto come un mantra di essere il più libera possibile, almeno adesso, almeno
a vent’anni. È questo il tempo. Quando avremo quarant’anni e qualche grinza,
saremo donne irrigidite dal tempo, dall’età e dalla vita, e sarà tardi per
essere libere. Non è pessimismo, è puro e semplice realismo. Eppure, eppure ho
una terribile paura che un giorno ci sarà qualcuno al mio fianco e mi lascerò
condizionare anch’io, lascerò assopire la mia libertà.
Non
è questo un inno alla libertà, piuttosto a non dimenticarci di noi. A risorgere
sempre dalle nostre ceneri come l’araba fenice. Non si tratta di avere delle
pretese, piuttosto di rivendicare un nostro sacrosanto diritto, quello di
ricordare che siamo donne ed eguali a loro.
Anche migliori.
coccola5
lunedì 1 aprile 2013
Dio della meraviglia
Ecco, buona Pasqua. A mezzanotte e due minuti del primo
aprile. Credo si possano considerare a buon titoli degli auguri in ritardo.
Forse c’è una ragione se arrivano così tardi, e non è dovuta
ai tanti parenti per casa – siamo stati noi cinque tutta la giornata, né al
particolare daffare – abbiamo guardato la tv tutto il pomeriggio e la sera. Sono
dovuti a una leggera pigrizia, anche se la mia mania di fare collegamenti
direbbe forse a una leggera mancanza di
fede, così, per essere ironici. In realtà, non c’è un motivo particolare
per cui debba raccontare tutta la storia sul blog, e cioè a tutti gli
internauti e cioè, in un’ipotesi pessimistica a tutto il mondo – od ottimistica,
se mi facesse piacere che tutto il mondo leggesse il mio blog, ma di fatto lo
leggono in quattro gatti, quindi il problema non si pone – ma è un piccolo
sfogo, una versione delle cose, e mi va
di raccontarla.
Per carità, non prendetelo come chissà quale argomentazione
sul perché sia giusto odiare, o dissentire dalla Chiesa cattolica, non
prendetelo nemmeno come un delirio anticlericale; prendetelo per quello che è:
la mia versione.
Partiamo da stamattina, quando sono andata alla Messa delle
11 con la mia famiglia, perché a Pasqua si deve andare, perché ci si fanno gli
auguri, ma soprattutto perché non mi
andava di litigare la mattina di Pasqua. Ascolto poco o niente, non mi va,
ho la testa nei miei pensieri, mi risveglio solo alla predica del parroco. Che afferma:
tanta gente ha perso il lavoro, ma non
solo, assieme a quello ha perso anche la speranza. Ora, fossi Beppe Grillo
griderei un sonoro vaffa e morta lì, ma non sono Beppe Grillo – e viva dio! Ora,
spiegami come fa una persona senza lavoro ad avere ancora speranza. Nel 2013. Con
l’Italia quasi in bancarotta. Con il costo della vita alle stelle e gli
imprenditori che si impiccano. No, perché quando perdi il lavoro, non è che lo
Stato dice ti faccio il condono, le
bollette non me le paghi più, tanto per dire. Arrivano sempre, quelle,
puntuali come la morte, e vanno pagate, se no resti senza luce acqua gas e vivi
come l’uomo preistorico. Poi mettiamo anche che hai dei figli, e come gli paghi
l’abbonamento ai mezzi? Come gli paghi tutte le altre spese, magari una visita,
eccetera? Se non hai soldi, non puoi fare niente.
E pensi a tutto, tranne che alla speranza. Però per la Chiesa devi sempre
sperare. Sì, nella manna dal cielo. Voi preti avete la casa e non ci pagate l’IMU,
vi danno 800 euro al mese solo per dir messa la domenica e qualche rosario per
quelli che muoiono, voi si che sperate in santa pace. Ma gli altri no. Gli altri
si impiccano. Ve lo fate un giro fra la gente comune, quella che non sa come
arrivare a fine mese? L’unica cosa da sperare è che la matematica diventi
matemagica, come diceva la mia prof, e i conti quadrino per miracolo.
Un po’ dopo, il parroco afferma che sarà contento solo quando quelli che non credono si saranno messi in
ricerca. Perché chi cerca trova. Poco ma sicuro. Però per voi trovare significa automaticamente
trovare Gesù, la Chiesa cattolica. Se trovi Allah, Jaweh o Buddha hai cercato
male. O se trovi Dio, ma non come dicono loro, hai sempre cercato male. Sapete cosa
vi dico? Che io ho cercato tanto, ma quando ho detto al mio curato – maledetta quella
volta – che sono bisessuale, prima ho pensato che gli stesse prendendo un
infarto, dopo un po’ di tempo è quasi preso a me. Perché voleva mandarmi dal
sessuologo, a farmi spiegare che il sesso giusto è solo quello tra uomo e
donna, il resto ciccia. Vi dico che mia zia sono anni che non fa la comunione,
però non ha divorziato perché di punto in bianco si è stufata, lo ha fatto perché
il marito se la faceva con le altre. Scusate un attimo, non vorrete mica che
stiamo buone buone mentre nostro marito si scopa mezzo mondo? E magari facciamo
finta di niente? Perché quando lui ci tradisce, il nostro matrimonio non
funziona, c’è poco da fare. Io non ci credo che si può perdonare, io non ce la
farei mai. Io ho cercato tanto, ecco, per tanti anni, ma ho scoperto che se non
sei d’accordo con la Chiesa finirai sempre per scontrartici, prima o poi. Non sono
la classica osservante ma non praticante,
per intenderci. Non se ne parla, non fa per me.
Allora niente, non c’è niente? Non lo so. Amo pensare che
lassù qualcuno ci sia e che ci ami profondamente, perché altrimenti chi gliel’avrebbe
fatto fare di creare degli esseri così meschini che si fanno la guerra da
millenni? Chi gliel’avrebbe fatto fare di lasciarci qui a rovinare la sua
creazione? Amo pensare che ogni tanto guardi in giù, vegli su di noi come un
silenzioso angelo custode, ma senza pretendere nulla in cambio, nemmeno le
nostre scuse quando sbagliamo, perché errare è umano, perdonare lo può solo
Dio, non noi. Noi al massimo possiamo chiudere gli occhi e ricominciare, e io
cerco di farlo. Evitare di guardare agli sbagli, questo possiamo. Ma perdonare,
no. Amo anche pensare che non gliene freghi niente se facciamo l’amore tutti i
giorni, con mille donne o uomini diversi, con chi lo facciamo. Vuole solo che
siamo il più felici possibile, e che facciamo tutto ciò che è in nostro potere
per esserlo.
Il mio, è il Dio della meraviglia, che vuole che continuiamo ad esplorare il mondo, le persone, per cambiare punto di vista, per avere misericordia dell’umana miseria. Vuole che alziamo gli occhi per guardare il sole e che sorridiamo.
Il mio, è il Dio della meraviglia, che vuole che continuiamo ad esplorare il mondo, le persone, per cambiare punto di vista, per avere misericordia dell’umana miseria. Vuole che alziamo gli occhi per guardare il sole e che sorridiamo.
Buona Pasqua!
coccola5
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