mercoledì 15 giugno 2022

Che tu sia per me il coltello

 Mi ritrovo seduta a questa scrivania a pensare a una diciottenne sudafricana in partenza. Una ragazza che a suo modo mi ha voluto bene e mi ha fatto riflettere sul titolo che anni fa avevo dato a questo spazio, Che tu sia per me il coltello, dal titolo di un libro di David Grossman. Lei è stata davvero il coltello che mi ha aiutata a scavare dentro me stessa e, anche se magari non sono giunta a capo di questa ricerca, sono felice di essermi rimessa in gioco.

Di essermi chiesta, ancora una volta, se preferisco i ragazzi o le ragazze. Forse preferisco i ragazzi, ma va bene chiederselo, indagare sè stessi. 

Ciascuno di noi ospita dentro di sè un mondo intero e credo che l'unica cosa che conti davvero sia la volontà di volerlo o meno esplorare. Questo ci rende potenzialmente delle persone migliori.

Detto questo ho ripreso ad ascoltare Gianna. Mi sono resa conto di quanto mi sia mancata la sua musica in questi anni in cui avevo creduto di poterne fare a meno. La verità è che la sua voce è magica per me, i testi delle sue canzoni mi cullano e mi trasportano in un universo meraviglioso, che ho sempre amato. Quindi ci sono ricascata, felicemente. Ho comprato il biglietto per un suo concerto a Vicenza in settembre, e sono davvero felice di andarla a risentire. (In realtà l'ho sentita anche sabato scorso a Campovolo, a Una, nessuna e centomila, un maxi concerto contro la violenza sulle donne).

Io faccio schifo con le conclusioni dei post, infatti alle elementari i miei temi finivano sempre con una frase aperta dalle parole "spero che...". E quindi, spero che passerete una buona serata, e di non far passare troppo tempo prima del prossimo post.

coccola5

mercoledì 27 luglio 2016

Un metabolismo lento

We accept the love we think we deserve.
Accettiamo l’amore che crediamo di meritare.
(dal film Noi siamo infinito)

Vorrei che questa fosse l’ultima volta che scrivo di te, ma io ho il metabolismo lento. Non sono ad alta digeribilità.
E non mi spiego questa cosa. Non mi spiego come si possa fare tanto per qualcuno e ricevere così poco in cambio. Forse è vero, l’amore arriva per vie diverse da quelle che ci aspettiamo. A volte ne arriva meno, o forse è la gratitudine che non ci arriva come vorremmo. 

Comincio a capire, se non altro, che ti sono venuta bene. Per quanto tu ti possa lamentare, ora comincio a capire di essere una donna. E con le palle, fra l’altro. Mi sono laureata nei tempi e ho un lavoro stabile a tempo pieno, faccio quanto è necessario in casa e mi sto svenando per aiutare i nonni. Sono a disposizione praticamente per qualunque commissione richiesta, non rientro tardi la sera. Non solo, sono una brava ragazza: bevo poco, fumo ancor meno. Rompo le scatole, questo sì. Le rompo per quello che mi sembra giusto, e perché nessuno - o quasi - mi da ascolto. E’ il mio unico modo, anche se non particolarmente efficace, di farmi sentire. 

A questo punto il problema è tuo. Non è colpa mia se non ti piaccio, in una parola. Mi tratti come se io non avessi importanza. Fai mille storie per una sciocchezza mentre sai che ero presa da altre cose importanti. 

I would go to the moon and back for you, and you wouldn’t even notice. I wait for you in the evening and ask if everything is okay but you just don’t see this. You just don’t see me. You take advantage of me because you know that I need your love and your approval, und this is so unfair. You know that I will always give up the fight.


And that’s what I’m doing. I stop fighting. I stop fighting. It doesn’t make sense anymore, and you won’t love me more anyway. I stop fighting because it’s probably the only thing that will make me free. I get out of the cage. I’m just sorry because I know I could have done it earlier. The door has always been open.

giovedì 16 ottobre 2014

Dei coinquilini - matti e tedeschi!

L'espressione "vita in comune" non si addice esattamente alla convivenza tra estranei, ossia al vivere con altri inquilini che si conoscono più o meno bene.

Io faccio quest'esperienza da una settimana e mezzo in Germania, e in casa siamo in quattro. Per fare le presentazioni, trovate:

- moi!
-Laura, ragazza tedesca di 18 anni trasferitasi per stare più vicina al fidanzato (cosa che, per inciso, i miei alla sua età non mi avrebbero mai permesso).
-José, ragazzo spagnolo di 36 anni (37 dopodomani) in giro per l'Europa da quasi dieci anni e in Germania da tre e mezzo. Ha trovato lavoro come addetto alle vendite per la Spagna in un'azienda poco lontana dalla mia cittadina.
-David, ragazzo tedesco di 20 anni, qui per uno stage (o Praktikum, come lo chiamano qui) con l'università.

Si potrebbe dire che, paradossalmente, il vero problema sono gli inquilini del piano di sopra. Non li si sente per una settimana e poi, improvvisamente, attaccano a fare un casino del diavolo. Li si sente ridere e fare le galline e sembra che abbiano aperto una discoteca in casa a tua insaputa. Stasera, molto höflich, molto cortese, ho detto loro ich höre dich leider ganz gut, ossia che purtroppo li sentivo fin troppo bene. E va beh, la diplomazia non è il mio forte.

Con i ragazzi qui in casa, invece, va abbastanza bene. Io e José siamo piuttosto simili, probabilmente anche per cultura. Lui è un pezzo di pane, e ha una pazienza enorme con me la sera quando a volte busso per qualche aiutino (non riesco ad aprire il dentifricio!, secondo te ho sporcato il tappeto? mi è venuto il panico! oppure ma tu li senti i vicini?). Resta volentieri con me a prendere un tè la sera oppure a fare due chiacchiere mentre mangio, e potendo io faccio lo stesso.

Laura è alla prima esperienza fuori casa.. spero impari presto a convivere. Male non va, è tranquilla e silenziosa. Non parla molto e porta spesso qui il suo ragazzo. Di per sè la cosa non mi disturba, anche se lui non è esattamente il ritratto della cordialità: quando è arrivato, ieri sera, ho aperto io e lui ha semplicemente detto: "Dov'è Laura?" 
Stasera, per coronare il tutto, hanno fatto sesso - e ad un volume inconfondibile - in camera. A quanto pare va alla grande tra loro. Mi fa molto piacere.

David è fantastico, un vero personaggio. Un po' vanitoso e al contempo estremamente insicuro. All'attivo ha almeno 20 ragazze (tutti divertimenti da tre settimane al massimo) e due fidanzate vere. Un record, in effetti, per la sua età. Il nostro playboy però è capace di lasciarle se un amico si azzarda a dire che la tipa non gli piace. 
Compensa di sicurezza quando mi da consigli per cucinare la pasta o una semplice bistecca di pollo, pur non avendo mai cucinato in vita sua (per sua stessa ammissione e volontà). O quando, ad esempio, mi spiega che gli italiano guidano in modo unhuman, assolutamente disumano, e che tendono ad investire ogni oggetto passi loro davanti. Ma lui.. non ha mai guidato in Italia! Lo trovo comunque davvero simpatico: non intende mai ferire nessuno o farlo sentire inferiore, e credo che a vent'anni sia anche normale mettersi un po' in mostra. Di tutti i coinquilini, è quello che mi "attira" di più per questa personalità sfaccettata e comunque molto interessante. Per me è già diventato un rebus da risolvere.

E poi io, ma ormai mi conoscete! Che personaggio sono? Ai posteri l'ardua sentenza.

kyrien

mercoledì 11 giugno 2014

Do no harm

We accept the love we think we deserve.
-          Accettiamo l’amore che crediamo di meritare.
(dal film Noi siamo infinito)

Frase tratta da un film adolescenziale per niente memorabile, pur se girato con un’attrice abitualmente memorabile come Emma Watson. Niente che si senta il bisogno di rivedere, fermare per riascoltare, capire meglio. Uno di quei filmetti che fanno oggi sugli adolescenti in cui i ragazzini sono supertirati e strafighi. E che non rappresentano la realtà, dato che chiunque darebbe fuoco alle foto dei suoi sweet 16. Gli adolescenti sono brutti, brufolosi, si conciano in modi assurdi in nome della moda o – nei casi più patetici – della libertà di… stile. Qualche anno dopo si guardano indietro e scoprono l’amara verità.

Ma almeno la frase è veritiera e semplice. Un po’ sentimentale, ma incontrovertibile.
Strano che sia io a dirlo, sostenitrice del non-matrimonio, delle non-relazioni, del non-cambiamento per l’altro e soprattutto di una cosa che generalmente fa incazzare i più: non tutti gli amori meritano di essere vissuti. (Not all love stories are worth living)

E se è vero che ci si accorge del valore di qualcosa quando la si perde, tanto meglio. Alcune cose è meglio non trovarle mai, altro che perderle. Parlo di quegli appuntamenti non concessi, di quei baci non dati, di quelle scopate negate. Ma anche di quei divorzi richiesti, di quei figli abortiti, delle eutanasie permesse. Non tutto vale la pena di essere vissuto, provato, amato, odiato. Cerco sempre di ragionare secondo un principio semplice: perché mettere al mondo un figlio che sai che non amerai? Perché condurre una vita che odi, o finirai per odiare? Perché insistere in un amore, un’amicizia che non ci farà crescere?

Amori, vite, amicizie ridicole. Kundera docet. Sentimenti ridicoli, incompleti. In un estro di grandezza, possiamo dire che solo i sentimenti grandi dovrebbero essere vissuti. Solo un amore totale vale la pena – e le pene che porterà. Se facessimo il gioco della torre, salveremmo tutti la grande amica invece del cretino con cui usciamo il sabato per fare cagnara.

I sentimenti grandi sono quelli che tutti credono perfetti. Una coppia affiatata, a vederla dall’esterno; Brian e Justin (Queer As Folk), alias la personificazione del sesso; la coppietta litigarella eppure così inappuntabile. Sono perfetti proprio perché lo sembrano e basta: chi li vive sa quanta fatica costi l’apparenza. O meglio, sa quanto è stato faticoso arrivare al punto in cui tutti pensano che sei il “moroso storico”, “l’unico”. Quante liti, parole, quanto amore condito di lacrime, lontananze e scopate riavvicinatrici sono servite. Sono servite davvero, sì. L’imperfezione di quegli amori li rende grandi. E questo completa il mio ultimo post: quelle persone che non riteniamo desiderabili, le scartiamo perché inconsciamente sappiamo che non ci garantiranno un amore grande, worthy.

Quel rapporto perfetto che si creerebbe con chi ci dà tutto quello che vogliamo, è una storia mediocre. Quella che tutti vogliono e pochi ottengono – o credono di ottenere. Perché non esiste, NON ESISTE. Piantatela di fare stragi nel nome della felicità, di lasciare le persone a causa della loro imperfezione: è il prenderne atto a rendere grande ogni amore, ad elevarlo. Sapere che le persone non cambiano, soprattutto non per gli altri. A volte, raramente, lo fanno per sé stesse, ma è più che altro evoluzione forzata, istinto di sopravvivenza. È l’assecondare la natura dell’altro a creare un vero sentimento, nient’altro.

NESSUNO CAMBIA, PER NESSUNO. Nella peggiore delle ipotesi si sforza – si illude – di farlo, poi la verità gli si rovescia addosso come una doccia gelata. Credete a chi vi dice che vi ha tradito ma non ha significato niente. Non perdonatelo, mai, ma credetegli. Mandatelo a farsi fottere – di nuovo – e ditegli di non fottere voi, ma abbiate la bontà di credergli. Monogamia e matrimonio non fanno per noi, davvero. Né le relazioni lunghe. E se volete saperlo, temo che promettere a qualcuno di provare qualcosa per lui a prescindere da soldi, fortuna e salute sia la più grande cazzata che possiamo raccontargli. Promettetegli l’autenticità del vostro amore finchè durerà, e promettetegli che anche dopo lo considererete con il giusto valore: una scopata, tempo perso con un idiota o uno stronzo, la più grande storia d’amore della vostra vita. Ma non promettetegli l’eternità. L’ha promessa Dio e non gli crede nessuno, e quelli che lo fanno vengono presi per pazzi (e parlo per esperienza personale). L’unico che potrebbe mantenerla, bella ironia.

Do no harm, dice il giuramento di Ippocrate. Non nuocete a nessuno, se potete. Vivere un amore mediocre – una vita mediocre – significa nuocere a noi stessi, all’altro.

In questo periodo ho visto Queer As Folk, la serie statunitense. La coppia più bella è quella tra Justin e Brian: sono sensuali, ma soprattutto sono pop, sexy, alla moda. Sfacciatamente ma MAI volgari. Sono gay fino all’eterofobia, cancellerebbero il mondo etero dalla faccia della terra. Sono diversi, quasi incompatibili. E per questo grandi.

coccola5

domenica 13 aprile 2014

If you desire me

La seduta comincia parlando dell’ultima fiera, Vinitaly. Quattro giornate lunghe e stancanti, eppure passate. E visto l’epilogo di tutto, sono anche un po’ grata al cielo. L’ultimo giorno mi viene incontro il parcheggiatore, e prima che mi incammini per il lavoro mi fa qualche domanda: studi, lavori, fiera a parte che fai? E tu? Gli chiedo io poco dopo. Ha avuto per quindici anni una sua attività, ora lavora con un’azienda comunale da qualche anno. La mia testa fa rapidamente due conti: quindici anni di qui, cinque di lì… il tizio si aggira sui quaranta! Cerco di concludere in fretta il discorso, salutandolo con un “si, ci vedremo”. Spero di essere stata vaga, e soprattutto ringrazio il cielo per aver indosso gli occhiali da sole, che mi hanno decisamente protetta in questi momenti di imbarazzo. E poi la sera, quando torno alla macchina e trovo il biglietto incastrato nella maniglia della portiera, con il numero e un fiorellino disegnato, e un fiorellino vero. Oh, santo cielo!, esclamo d’istinto. A quel punto mi sento oltraggiata, lui invece è “patetico”, come mi suggerisce la mia analista. A quarant’anni mi lasci biglietti tipici di un adolescente in calore, e non metti nemmeno l’accento sulla parola “caffè”… è il colmo. Comunque sia, lo saluto educatamente e riparto. Sono d’accordo con un’amica per un aperitivo in centro. Le racconto la storia. Il Martini ci sta, commento per spiegare la decisione di darmi a un alcolico.

E finiamo a parlare di A. e M., i due ragazzi nella mia compagnia a cui potrei interessare. O forse interesso. Nessuno dei due mi piace veramente, non mi vedo in una storia con nessuno per motivi diversi. Troppo simile a mio padre A., troppo amico M., per farla breve. Che avrà mai, A.?, mi chiede l’analista. Ha un lavoro fisso, un’Audi, vive (quasi) da solo, è fisicamente carino e colto al punto giusto, ha quel pizzico di curiosità che non guasta, le rispondo. È un ottimo partito. Per una madre, chiosa lei. Non è questo il punto: è un ottimo partito, il classico bravo ragazzo e questo lo rende immediatamente non desiderabile. Questa parola, desiderabile, è il cuore della seduta. A. ha tutto quello che potrei volere e mi toglie il gusto della ricerca, della scoperta, del volere qualcosa che tu non hai. Del cercare, certo con un pizzico di masochismo, di cambiarti un po’, di renderti appena un po’ più folle. Invece lui è lì, completamente asservito alla sua cotta e troppo rispettoso per mancarmi di rispetto. Io la vedo nei suoi occhi, nelle sue parole quando ci troviamo assieme. Vedo quell’ammirazione che lo porta a non contraddirmi, o al limite a darmi ragione con quel tono da “solo lei ha capito”. È sempre questo il punto. Al contrario di lui, M. mi ha fatto capire chiaramente che gli interesso, sa che non lo corrispondo, ma se ne frega. Mi fa delle battute a proposito, mi porta al limite chattando con me in toni un po’ spinti, mi chiede se mi tocco dentro il bar di paese, senza la musica e con altre dieci persone in silenzio intorno… e io gli rispondo!, mi scrive che non gli ho dato il bacio che si aspettava. Vive bene anche senza di me, in buona sostanza.

Non posso soffrire quelli che si innamorano di una persona e poi per anni immaginano di soffrire per lei perché non corrisposti, e sono talmente innamorati anche se l’hanno vista due volte. Questa è autentica cretineria. Fatti un viaggio, di qualunque tipo, e dimenticala. Vai avanti!, vorresti gridare loro, invece scoppiano a piangere e vanno di nuovo in paranoia. Che senso ha vivere solo se c’è qualcuno, vivere per qualcuno? Oltretutto per qualcuno che nemmeno conosci e ti conosce. Che nemmeno ti vuole. La vita è troppo breve per essere infelici. Dovremmo imparare a vivere bene anche senza di lui, di lei. Magari non dimenticarli, solo ricordarci che non è l’unica via possibile.

Cosa c’è di più bello di essere desiderata proprio perché desiderabile? Essere l’oggetto delle fantasie di qualcuno, pensare di conoscere una persona e continuare invece a scoprirla? In fondo, chi lo vuole il bravo ragazzo che non ti sorprende mai? Io no di certo. Vogliamo tutte il bello e dannato, quello pieno di problemi o comunque un po’ folle, giusto quel tanto da ricordarci che siamo vive. Certo, poi siamo pronte a maledirlo non appena avremo scoperto la verità, ma importa poi davvero? Quella persona era, o è, affascinante, misteriosa, ha saputo creare un gioco con noi. Quanti amori durano quando i due partner continuano a litigare? A sentirli, pare che complottino per uccidersi, e invece non si lasciano mai. È il gusto di scoprire l’altro, sfidarlo, pensare di aver capito cosa lo irrita e poi stupirsi del contrario. O esultare perché si aveva ragione. Non è da pazzi, è la vita.


E che cos’è in fondo quel mistero che alimenta il desiderio? Possiamo davvero dire di essere misteriosi? Io non credo, e insieme credo di sì. Non siamo mai davvero misteriosi perché alcune persone ci conoscono più di altre, e tuttavia lo siamo perché tutti abbiamo segreti che non desideriamo svelare. Nemmeno alla nostra analista. Ci sono parti di noi di cui non parliamo, e non sono necessariamente negative. Sono intime, però, questo sì, e inconfessabili. Siamo un mistero persino per noi stessi, figuriamoci per gli altri. Il punto sta nel non dimostrarsi già conosciuti, prevedibili.

mercoledì 2 aprile 2014

Happy

Come stai? Questa settimana ti vedo più in gamba del solito, mi dice I., una mia compagna di collegio. È vero, le confermo, oggi è stata una bella giornata. E io non lo dico spesso, sono più una da come va? Non male. Sì, mi risponde lei, sembra quasi che tu abbia paura di essere felice.

A dire la verità, non sono abituata a parlare di felicità con tanta naturalezza. In effetti credo di non ritenere possibile il raggiungimento di uno stato d’animo perpetuo a cui diamo il nome di ‘felicità’. Credo piuttosto che nella vita attraversiamo periodi felici, che sono stati tali grazie alle circostanze o alle persone. Mi è sempre sembrato più ragionevole pensare alla gioia, sentimento più passeggero e al contempo più esplosivo. Uno scoppio di gioia, un urlo, un’espressione di gioia. Tutte espressioni che descrivono il sentimento di un attimo, eppure talmente pregno di chimica ed emozione da rimanerci impresso.

Il ricordo che ricollego più spontaneamente alla gioia sono i galoppi a cavallo. Per chi non pratica questo sport, è davvero difficile descrivere la sensazione che dà quest’andatura. È a metà tra il volo e l’unione perfetta con un animale che, a dispetto del suo aspetto, ci è più vicino di quanto immaginiamo. Scriveva la Yourcenar, per bocca di Adriano nelle Memorie, che tra il cane e il cavallo sceglierebbe senza indugio quest’ultimo. Credo che probabilmente, anche per il fatto di star loro in groppa, essi si accorgano dei nostri attimi di nervoso o di timore. Se ne fanno poi spesso trascinare: per quanto possa sembrare paradossale, deriva dalla nostra. È l’uomo a guidare il cavallo, in tutti i sensi, a spiegargli di cosa avere paura e di cosa no, a regolare la sua andatura a seconda del sentiero e del terreno.

Il cavallo mi ha sempre portato gioia, dicevo. Da qualche anno non vado quasi più, principalmente per una serie di coincidenze più che per scelta, e quest’attività mi manca tantissimo. Sembra essere scomparso quell’universo magico, parallelo e… felice, sì, davvero felice che ha salvato la mia vita. Quando la mia adolescenza non era altro che una serie di disastri, Beauty, le passeggiate a cavallo, quella compagnia di adulti che accettavano una ragazzina dalla mentalità più adulta senza giudicare, tutto questo mi ha salvata, e forse nell’unico modo possibile. Se nella preghiera gridavo la mia disperazione e la mia solitudine, a cavallo avevo l’occasione di rinascere come mascotte, come voce presa davvero in considerazione e al tempo stesso come bimba di tutti.

Ad ogni modo, il fatto di non credere davvero a quella felicità di cui oggi si parla tanto, che oggi molti vogliono insegnarci a raggiungere, non mi rende insoddisfatta della mia vita. So che mi ‘mancano’ diverse cose, come le esperienze sessuali che la maggior parte dei miei coetanei ha già fatto, ma per quanto mi riguarda è solo una questione di punti su un elenco che non ho ancora spuntato. Non mi interessa davvero avere un ragazzo, forse sperimentare i baci, le coccole e il sesso sì, ma solo come esperimenti, appunto. Nulla più. La vita matrimoniale non mi ha mai attirata e non credo succederà nemmeno in futuro. Comprendo l’istituzione del matrimonio e la appoggio, ma non credo faccia per me. E in ogni caso, credo che il 90% degli uomini su questa terra mi farebbe impazzire.

Ma nel complesso sto bene. Non basta questo? Forse tra lo stare bene e la felicità ci sono un gradino o due, ma francamente non credo importi poi molto. Nel momento in cui riconosciamo che la nostra vita ci piace, che stiamo facendo o abbiamo fatto le cose che volevamo, che abbiamo accanto persone che ci capiscono e ci amano esattamente per come siamo, esistono tutte le condizioni per essere felici.

È stata una bella giornata, dicevo.

coccola5

domenica 30 marzo 2014

The best of us

House: - Credere il meglio di qualcuno non significa migliorarlo.
Paziente: - Ma il timore di crederlo non lo peggiora.
(Dr. House – M.D.)

Che cos’è il meglio di una persona?
Mi pongo continuamente questa domanda, soprattutto riguardo me stessa. Qual è il mio meglio e come posso fare per realizzarlo? E poi, è davvero possibile raggiungere il proprio meglio? Che rivolgiamo a noi stessi questa domanda o che la proiettiamo su chi ci è accanto, essa si rivela ugualmente pericolosa. È un’arma a doppio taglio, che da un lato ci mostra una visione allettante e piacevole, dall’altro essa corrisponde a una nostra aspettativa che pertanto può essere disattesa.

Certo, guardare a sé stessi o agli altri in potenza, per dirla aristotelicamente, non può che farci bene. Ci aiuta a tenere alto lo sguardo verso un modello di noi stessi, ci spinge a dare costantemente il massimo. E tuttavia, questo non significa che essi siano davvero migliori di come sono in realtà. È un’illusione, in fin dei conti, quella che accarezziamo con un sorriso o un sospiro… e spesso tale rimane.

Possiamo avere pietà di chi non è come avevamo creduto. Io trovo che questo sentimento sia l’unico a rendere l’uomo veramente e interamente uomo. La capacità di dialogare con l’altro per comprendere le sue ragioni, la sua storia, e alle volte la sua incapacità di oltrepassare un certo “livello” personale, questo ci eleva e ci edifica. Nei rapporti, io cerco sempre di partire dal presupposto che gli altri sono diversi da me e che necessariamente le loro scelte spesso non corrispondono a quelle che farei io, ma questo merita la mia comprensione e il mio rispetto, mai il mio giudizio. Chi siamo noi per sentenziare sulla vita altrui? Allora possiamo solo essere pietosi, nel senso migliore del termine, e aprire il più possibile la nostra visuale.

Non è forse vero, d’altronde, che alle volte scegliamo di costruire e mantenere rapporti con persone che non sentiamo veramente amiche solo perché non c’era altra strada? Magari abbiamo temuto di non trovare un altro fidanzato, un amico migliore, e allora abbiamo deciso di adattarci e di convivere con quella che ci sembrava la nostra migliore possibilità, sperando che il tempo avrebbe cambiato le cose, ci avrebbe resi migliori. E non ci sentiamo degli idioti quando la vita ci sbatte in faccia il contrario? Allora ci è tanto difficile avere pietà di noi stessi e ce la prendiamo con loro: certo, è loro la colpa, loro sono stati nostri complici nell’accettare la nostra pochezza, il nostro limite e meritano di essere puniti per questo.


Ci vuole moltissimo amore per vedere il meglio di qualcuno, e ci vuole coraggio, ne sono certa. Ma ce ne vuole ancora di più per scendere sin dall’inizio a un fondamentale compromesso con noi stessi: è (spesso) solo una nostra aspettativa, se pure una fantasia tanto dolce da accarezzare.

coccola5

giovedì 20 febbraio 2014

Ti odio almeno quanto ti amo

Estremo, feroce bisogno di scrivere. Ma cosa? E per chi, poi, se non per me stessa? Per svuotare la mente, per dormire sonni tranquilli. Esattamente per questo, anche se è l'una passata e domani ho lezione e ho passato la giornata al pc e sono stanca. Solo per questo.

Ho scattato delle fotografie al palazzo della Regione tra ieri mattina e stanotte. Mi piaceva l'idea di conservarne un ricordo notturno, e in ogni caso di pensare che sto vivendo questa città. Perché comincio ad amarla, di un amore odioso e di un odio innamorato. Perchè è un posto libero, una zona franca. Perché qui sono me stessa... o quantomeno ci provo più che a casa.

Lì mi sforzo come non mai di compiacere i miei genitori per evitare degli scontri. Non li reggo, gli scontri e a volte nemmeno loro. Mi fanno schizzare, gli scontri e a volte loro. Quando litigo con qualcuno, quasi sempre significa che sto tagliando i ponti, ed infatti stava per finire così anche lunedì con mia madre. Le ho detto che poteva evitare di parlarmi e di considerare del tutto la mia esistenza, che volevo solo essere lasciata in pace. Costruire un rapporto con lei - con loro - è come tessere la tela di Penelope: una settimana costruiamo e poi in due ore annientiamo tutto. Siamo come i bombardamenti sulle città, e al contempo chi sgancia la bomba non esegue mai solo un ordine militare. E' il principio che sta dietro ad ogni azione malvagia: non la compiamo solo così, per ferire l'altro, ma nel farla proviamo una gioia data dalla distruzione. Schadenfreude, si chiama in tedesco; ora finalmente comprendo a fondo questa parola. Godiamo nel fare del male, proviamo piacere. Come il vigile quando ci fa la multa e noi lo supplichiamo di passare sopra alla nostra trasgressione. O come implorare qualcuno che ci punta una pistola alla testa: alle volte lo convinciamo a sparare, gli facciamo pregustare la gioia dell'uccidere.

E pensare che domenica notte, il giorno prima della bufera, avevo sognato di prendere un 27 e che mia madre mi dava il tormento. Voleva che lo rifiutassi, mi avrebbe rovinato la media (!), e poi in quella materia avrei potuto sicuramente prendere un voto più alto. E io volevo soltanto non sentire la sua voce, essere lasciata stare.
Poi lunedì pomeriggio abbiamo litigato per praticamente tre ore di fila. Buffo, no? O spaventoso, dipende dalle interpretazioni. Sono ancora arrabbiata nera con lei, non so se mi passerà tanto presto questa volta. Invece di idealizzarla come faccio sempre a Milano, la sto odiando ferocemente. Ieri sera ha chiamato la suora perché non avevo risposto al telefono e gliene avevo dette tante quando l'avevo richiamata, sia prima che dopo cena. E questa sera avevo lasciato di proposito il cellulare in camera, speravo di trovare una chiamata persa solo per insultarla ancora.

Vorrei dirle tutte le parolacce che conosco in italiano, inglese e tedesco, ma anche francese, spagnolo e greco antico. Vorrei affibbiarle gli epiteti peggiori dell'universo e dirle che è la persona più stronza sulla faccia della terra, che si cura solo di non fare brutta figura per causa mia, che le importa solo che io non sia una pazza o eccessivamente strana. Che mi ha resa insicura come neanche un pesce in una giungla potrebbe esserlo, vorrei dirle che la odio almeno quanto la amo. E che in questo momento si meriterebbe solo un gigantesco dito medio sul cellulare, come avevo fatto in Egitto, e un altro in cortile, come aveva fatto l'ex marito di quella tizia in America. Vorrei che sapesse che se davvero pensa che io sia fatta come diceva, allora non ha capito un cazzo di niente, della vita e della sua prima figlia. Vorrei chiederle se non si vergogna ad avere una figlia di 23 anni e a non conoscerla ancora. Vorrei che si riprendesse tutti i regali che mi ha fatto e che testimoniano che se ne frega dei miei gusti o non li conosce, e tanto peggio per lei.
Vorrei dirle che tentare di compiacerla mi sta sfibrando, mi sta annientando come persona.

Vorrei che ogni tanto tentasse di vedermi davvero, invece di guardarmi e basta.

coccola5

lunedì 23 dicembre 2013

Don’t move

La rabbia ha un enorme potere, spesso sottovalutato. Proprio in questi giorni lo sto sperimentando sulla mia pelle, principalmente per via della lite silente con F., anche se, ad essere sinceri, non è l'unica causa. (Mi ha persino fatto scrivere una poesia, cosa che non facevo da almeno cinque anni.) Un potere magico, forse? Direi piuttosto eclettico, poliedrico, versatile – che poi questi aggettivi mi fanno tuffare a delfino nel mondo greco, probabilmente per la loro etimologia.

A partire da venerdì, il giorno nero, appunto, non sono riuscita a staccare il pensiero da un concetto in particolare: la contraddizione. È affluito nei miei pensieri secondo una modalità e una frequenza imprevedibili: ieri non mi è mai venuto in mente, sabato a volte, oggi di continuo. Addirittura mentre mia sorella cuoceva la pasta e io apparecchiavo la tavola. Recitavo – in inglese – un dialogo di Mr. Nobody, film inedito in Italia che mi aveva consigliato il ragazzo di mia sorella. Il tema principale è la possibilità, la necessità in alcuni casi – di non scegliere: you have to make the right choice. As long as you don't choose, everything remains possible, racconta Nemo Nobody, protagonista del film. ("devi fare la scelta giusta. Finché non scegli, tutto rimane possibile"). Ma, inevitabilmente, non scegliere genera infinite contraddizioni: tutto potrebbe accadere, ma per la stessa ragione non potrebbe accadere nulla. E verso la fine del film il giornalista cui Nemo racconta le sue incredibili dirà:

GIORNALISTA: "Tutto quello che dice è contradditorio. Non può essere stato in un posto e in un altro contemporaneamente."
NEMO: "Intende dire che si devono fare delle scelte?"
GIORNALISTA: "Di tutte queste vite, qual è quella giusta?"
NEMO: "Ognuna di queste vite è quella giusta. Ogni percorso è il percorso giusto. Tutto potrebbe essere stato qualcos'altro e avrebbe lo stesso significato."

Contraddizione significa semplicemente affermare sia il vero che il falso. Forse significa anche non scegliere una verità. Se non scegli, tutto rimane possibile, ricordate? L'inglese racconta attraverso due parole molto simili il processo di scelta: una volta presa una decisione, il falso (false, fake) comincia a sbiadire (to fade), si assottiglia via via sempre più fino a scomparire del tutto. La nostra mente lavorerà con una nozione di vero, cancellando quella falsa. Si fiderà di noi, altrimenti in capo a pochi mesi il suo continuo dubitare ci spedirebbe al manicomio.

La mia lite con F. è contradditoria, a ben guardarla: non è venuta da me a cena per fare shopping con la sorella, ma non mi ha dato tecnicamente buca, perché mi ha avvertita il giorno prima. L'ha fatto perché la famiglia viene per lei prima di ogni altra cosa, ma ho l'impressione che ne sia dipendente, piuttosto che legata. E pensavo, tra venerdì e oggi, che il nostro scontro mi sta portando decisamente incontro ad una scelta che, come Nemo, non voglio compiere: prendere atto del fatto che per lei conto meno di quanto credessi e fare come se niente fosse, proseguire normalmente la nostra amicizia, insomma, oppure ridimensionare il rapporto, probabilmente tagliare i ponti. Quanta dignità mi rimane se resto con una persona che mi pospone sempre a qualcosa'altro? E, d'altro canto, ho davvero il diritto di rompere così, letteralmente da un giorno all'altro, un legame che dura da dieci anni?

In chess it's called Zugzwang, when the only viable move is not to move ("Negli scacchi si chiama Zugzwang, quando l'unica mossa possibile è quella di non muovere"). È una possibilità che si verifica quando ti rendi conto che, ognuna delle due mosse che puoi fare, porterà la tua pedina ad essere mangiata e te a perdere la partita. Ognuna delle due mosse ti ucciderà: quale scegliere, allora? E su che base? Come Nemo, anch'io sono giunta ad uno Zugzwang. Non so se posso davvero prendere una decisione, e questo posso ha i molteplici significati dell'inglese: sono in grado di farlo (perché lo desidero), sono semplicemente in grado di farlo, ho il diritto di farlo. Non lo so, e come per Nemo, "non muovere" mi distrugge comunque.

E tuttavia, questa rabbia, che ad osservarla al microscopio non è poi nemmeno rabbia, ma un concentrato di amarezza e disillusione, mi ha anche fatto scrivere una poesia. Non lo facevo dai tempi del liceo. Mi ero ormai convinta che la mia forma di scrittura fosse la prosa, e in particolare una prosa rivolta sempre ad analizzare, mescolandoli, i fatti che mi accadono e la mia interiorità, i miei valori. Trovarmi ieri sera a pensare delle parole che, per qualche motivo, non avrei mai potuto scrivere in prosa è stato sorprendente. Non strano, ma sorprendente sì.

Non sono sicura di ricordare l'ultima poesia che ho scritto; anzi, non me la ricordo e basta. Ad un certo punto credo di aver deciso di abbandonare la poesia come genere, e così ho fatto. La poesia è un genere bellissimo, dà la possibilità di esprimere davvero tutto quanto vogliamo dire e raccontare, ma è un'arma a doppio taglio: è altissimo il rischio di sconfinare nel sentimentalismo, nel vomito di anafore, ad esempio. Ma credo che la poesia possa anche essere profetica, come nel mio caso, oltre che terapeutica: alle volte mi sale alla mente un'accozzaglia di nomi, aggettivi e parole che lì per lì non ha nessun senso. Cionondimeno la scrivo, e qualche giorno dopo, a volte qualche settimana o mese dopo, ecco che quelle parole si avverano e acquistano un significato.

Spero siano profetiche anche quelle che ho scritto ieri sera; le posto qui a chiusura di questo post.

La felicità
è un attimo.
È un ballo lento
nell'abbraccio più tenero.
E ha il colore blu,
profuma
come la terra di montagna
a Ferragosto.



venerdì 20 dicembre 2013

Quelle persone senza dio

Strana settimana. Ho passato a Milano solo due giorni e mezzo, ma non vedevo comunque l’ora di rientrare a Verona. Questa città mi manca come l’aria, quando non la respiro. Non appena vi rimetto piede, espiro naturalmente tutti i problemi e le mie angosce. Odio l’atteggiamento snob della sua gente, che la considera letteralmente il centro del mondo (a un’ora dalle montagne, a un’ora dal mare... abbiamo tutto!), odio il suo dialetto talvolta fin troppo sboccato, eppure non riesco a farne a meno. E alla fine sono anch’io, mio malgrado, una di quelli che la considerano caput mundi.

Ad ogni modo, martedì chiamo F. Voglio sentire come sta, fare due parole di inizio settimana. Chiacchieriamo un po’, poi mi dice che le farebbe piacere vedermi per darmi un pensiero natalizio. Se ti va, potresti venire a cena da me sabato. Ma sì, è una buona idea. Se la nebbia o la pioggia non saranno tanto forti da impedirmi di guidare, ci sarò. Oggi, verso mezzogiorno la chiamo per accordarci. Una ragazza della mia compagnia mi ha invitato a cena, e io non ho ancora dato una risposta e d’altra parte non sono nemmeno sicura che F. verrà. Ah, mi dice, e io intanto mi allarmo, a dire la verità mio padre e mia sorella verranno domani per darmi uno strappo da Parma e, sai, lei vorrebbe fare un giro. Probabilmente torneremo domani, faresti meglio ad accettare l’invito della tua amica.

Meno di un pomeriggio di shopping. Oggi mi è sembrato di valere così, meno di zero, meno di un giro per i negozi di una città come Parma, come Verona. Città piccole, così piene di sé. E mi è sembrato di aver fatto, ancora una volta, lo stesso errore di sempre: investire troppo e sulla persona sbagliata. Illudermi di contare per lei più di quanto io non conti davvero.

The same old mistake, once again. La stessa che era successa, è tempo di ammetterlo, in fin dei conti, con E. E con tanti altri, di cui non scrivo le iniziali perché sarebbe fin troppo umiliante. La mia incapacità di riconoscere quanto vale davvero un rapporto o solo un lento declino, un deteriorarsi delle cose nel tempo? A volte l’una; in questo caso, forse, essenzialmente l’altra.

Questa sera ho cenato da mia nonna. Tutti gli altri di casa mia erano da qualche parte, e mia madre mi ha suggerito di chiamarla. Così non resti sola. Allora la raggiungo per le 18.30, al mio arrivo trovo la minestra già nel piatto. E intanto che mangiamo mi racconta della figlia di una sua amica, che ha convissuto per tre anni e adesso è tornata a vivere dalla madre. Il fidanzato le ha detto che preferisce stare solo, forse non è fatto per la convivenza. E allora ho pensato: F. è così, ecco, una di quelle persone per cui le motivazioni non contano. Le cose, le persone non importano, così come non importa il loro tempo, il loro affetto. Un po’, ci pensavo nel pomeriggio, come quelli che cambiano i proverbi e i modi di dire a proprio piacimento, sbagliano il congiuntivo perché tanto è lo stesso. Tanto è lo stesso.

Contano talmente poco, le persone, che non serve nemmeno una motivazione seria, plausibile, per allontanarsene, e lo fanno con una banalità sorprendente e imbarazzante. Forse preferisco stare solo. Faccio un giro con mia sorella. C’è una tremenda somiglianza in queste due frasi, me ne rendo conto con un brivido di terrore. Non c’è niente a separarle davvero, moralmente parlando.

Sono persone senza dio, quelle come F., senza un principio così alto da essere inviolabile. Un principio morale come quello kantiano, cui non si può trasgredire mai, nemmeno per un valido e inappellabile motivo, ma che ti guida in ogni circostanza ed è il metro con cui misurare cose e persone.

Persone senza rispetto e, in fin dei conti, senza cuore. Al punto che qualche ora dopo ti taggano in un ridicolo post su Facebook.

coccola5

domenica 27 ottobre 2013

A year from now

Nell’equitazione si insegna all’allievo a buttarsi da cavallo quando il cavallo è imbizzarrito e si è perso il controllo della situazione. Per chi non va a cavallo, si tratta di un gesto quasi paradossale, quasi suicida. Buttarsi significa accettare una sconfitta, ma anche la possibilità di farsi male. Io credo anche che, d’altra parte, significhi anche capire che rimanere in sella sarebbe molto più rischioso.

Nella vita ci mettiamo sempre un po’ a capire che abbiamo perso il controllo. Questo accade anche a cavallo, certo, perché si spera sempre di “recuperare le redini”, come si suol dire, all’ultimo.

L’anno scorso, come ho raccontato a sprazzi qui sul blog, ho cominciato un percorso con una psicologa della mia città per risolvere i miei problemi d’ansia e di relazione. Vi dico solo che mercoledì ho compiuto ventitré anni, e che i problemi sussistevano da molto più tempo. Dalle elementari, praticamente. Mi ero presentata al primo appuntamento con una lettera, che poi le avevo letto. Era il mio grido d’aiuto, e insieme una spiegazione del perché mi trovavo lì. Qual è il problema?, mi aspettavo di sentirmi chiedere appena entrata. Già, qual è il problema? Alle volte non c’è un problema ben definito, ci sono una serie di dinamiche che scatenano una “risposta esteriore”, un modo di comportarsi che gli altri vedono. Il mio era una leggera venatura di antipatia, forse anche di snobberia e tanta, tantissima ansia. Modi di difendermi dal mondo, in buona sostanza, e che non mi facevano bene. Erano diventate pericolose abitudini, e la cosa peggiore è che non mi rendevo conto di quanto la mia vita ne fosse impregnata.

L’anno scorso mi sono buttata da cavallo. Non mi piace pensare che la vita delle persone sia una sconfitta. Abbiamo sempre la possibilità di trasformarci, o per lo meno di capire ciò che sta alla base dei nostri sbagli. Però quel buttarmi mi ha permesso di scendere da un cavallo imbizzarrito, e al contempo di salvarmi la pelle accettando di farmi almeno qualche graffio. Sì, perché le cadute difficilmente ti lasciano perfettamente illeso. Ritrovarsi con le mani spinate e la guancia un po’ grattata, quello è il minimo sindacale. Per me il graffio è stato capire che parlare di me stessa non era così semplice come pensavo, che avrei dovuto imparare a farlo, e che aprirsi comporta dei rischi. Ogni venerdì mattina mi pongo la stessa domanda: qual è il mio margine di rischio? Fin dove posso spingermi? E piano piano lascio che la mia psic avanzi e conquisti terreno.

Sono ancora lontana dal risolvere i miei problemi, ma ci provo. Ogni giorno cerco di non far vedere che sono in ansia, cerco di non pensare, di andare sempre e comunque avanti. Sto imparando che se mi impunto posso fare (quasi) tutto quello che voglio. Come quando devo seguire le indicazioni stradali di qualcuno e la sfida più grande è ricordarmele tutte, ma soprattutto non entrare in panico. Come quando devo fare una torta e l’impasto non sembra amalgamarsi, e allora so che devo lavorarla di più, finché non si formerà quella palla unica.

Ma ho una certezza: se quest’anno avessi dovuto scrivere una lettera, non assomiglierebbe poi molto a quella dell’anno scorso. Ho degli amici, ho dei professori e una famiglia che mi spronano ad andare avanti e che non mi fanno dimenticare che valgo ma, soprattutto, mi sto sforzando di tagliare i ponti con tutti quei pensieri che mi dicono “non ce la farai”. Non sono ancora parte del passato, ma so che possono diventarlo. E lo diventeranno.

coccola5

martedì 15 ottobre 2013

The origin of love

Ancora nel 2011, avevo creato la pagina che porta il titolo La gioia di vivere, che costituisce una sorta di manifesto del blog. Come raccontavo in un post la settimana scorsa, una delle mie recenti (ri)scoperte musicali è stata Mika e, soprattutto, il suo ultimo album. Lungi dal voler fare pubblicità a un cantante che ci pensa benissimo da sé, posto qui sotto il video di una sua canzone che trovo possa dire molto sul tema della gioia, Origin Of Love. Ne approfitto per trascrivere anche il testo originale, che a mio parere è degno almeno di una lettura in allegria. Buon'ascolto!




Love is a drug and you are my cigarette
Love is addiction and you are my Nicorette
Love is a drug like chocolate like cigarettes
I'm feeling sick, I've got to medicate myself

I want your love don't try and stop me
Can't get enough, still hanging on me
Your guilty heart, don't let it break you
And if you pray well no one's gonna save you

Like everyone that you fear and everything you hold dear
Even the book in your pocket
You are the sun and the light, you are the freedom I fight
God will do nothing to stop it
The origin is you
You're the origin of love

Love is a drug and you are my cigarette
Love is addiction and you are my Nicorette
Love is a drug like chocolate like cigarettes
I'm feeling sick, I've got to medicate myself

Well if God is a priest and the devil a slut
Now that's a reason for loving
Like every word that you preach
Like every word that you teach
With every rule that you breach
You know the origin is you

From the air I breathe, to the love I need
Only thing I know, you're the origin of love
From the God above to the one I love
Only thing that's true, the origin is you
[x2]

Padre nostrum, deus machismo
Padre deus, deus machismo
Dione madre, deus machismo
Deus esso sancto spirito

Like stupid Adam and Eve they found their love in a tree
God didn't think they deserved it
He taught them hate, taught them pride
Gave them a leaf, made them hide
Let's push their stories aside
You know the origin is you

From the air I breathe to the love I need
Only thing I know, you're the origin of love
From the God above to the one I love
Only thing that's true, the origin is you
[x2]

Some love's a pill and some love is a candy cane
It tastes so sweet but leaves you feeling sick with pain
Your love is air, I breathe it in around me
Don't know it's there but without it I'm drowning

Love
You're the origin of love
Love
You're the origin of love love love
Love love

[x4]
The origin of love love love
Love love

Thank God that you found me
Thank God that you found me

Thank God that you found me

coccola5

(Not) all good things come to an end

Le cose belle degli ultimi giorni sono tante, così ho deciso di non raccontarvele tutte, altrimenti scriverei un tema di sei pagine. Vi farò solo un elenco dettagliato di emozioni e little things.

Pesarsi di lunedì mattina dopo quasi due mesi e scoprire di aver perso tre chili senza aver fatto una qualunque dieta. L'ho rischiata grossa a pesarmi alle 9 di lunedì, ma ieri mi sentivo come se avessi vinto al SuperEnalotto!
Scoprire che in bocca non hai un vaso di pandora delle malattie come pensavi, devi fare una pulizia e rimuovere due cariette, per altro piccole e non dolorose. Il dolore, sicuramente causato anche dall'ansia, è notevolmente diminuito, e chiaramente anche il mio malumore.
Trovare il messaggio della tua amica A. che ti chiede com'è andata la visita dal suddetto dentista. Tra parentesi: negli ambulatori e ospedali della mia zona il personale è di una scortesia unica, una cosa inaudita...
Le trasformazioni di giornata: partire in ritardo perché la metro è piena, arrivare con dieci minuti di ritardo a lezione, ma scoprire che la prof non è ancora arrivata e non farai la figura della ritardataria.
Riuscire a incrociare tuo padre perchè lui torna da un viaggio e tu parti per Milano, ma siete riusciti a salutarvi e baciarvi.
Il treno che parte e arriva, perchè non è detto che sia così, in perfetto orario.
Ascoltare canzoni di Gianna che non sentivi da un po' e pensare, proprio come un anno fa, che sono sempre meravigliose.
Tradurre per tre ore dal tedesco e non sentirti stanca. Pensare che è una lingua stupenda, che addirittura ti piace più dell'italiano.

E poi prendere e mangiarsi una cotoletta per pranzo.

coccola5

domenica 13 ottobre 2013

I confini del mio universo

Per qualche motivo, da quando ho conosciuto E., ho cominciato a pensare una cosa stranissima: non troverò mai più un’altra persona come te. I rapporti con lui, come ho raccontato spesso qui sul blog, hanno sempre avuto un che di magico, lui è una persona per la quale provo un fortissimo affetto – oserei dire amore – e, davvero, ho sempre pensato, e penso tuttora, di aver incontrato qualcuno di meraviglioso. Meraviglioso perché con lui, pur con tutti i problemi e gli ostacoli del caso, è riuscita una cosa che raramente mi è capitata in amicizia: imparare ad accettarsi l’un l’altro per come si è, abbandonare ogni pretesa di cambiamento sull’altro. È un difetto da cui nemmeno io sono immune, forse perché alle volte non vedi solo l’altro, ma anche come potrebbe essere se.

È quel se a porre fine alle relazioni, di qualunque tipo, ma so che rinunciare a quell’immagine, a quell’Idea che abbiamo di lui, è una tra le cose più complicate nei rapporti interpersonali. Ma riuscire ad accogliere davvero qualcuno per com’è e non perchè lo vorremmo diversamente, è meraviglioso. Quando lo fai e senti che anche l’altro è arrivato allo stesso punto, sai di aver trovato un amico vero e che non lo perderai, nonostante i capricciosi sentieri che la vita ci riserva. You’re not alone anymore. E il fatto che in inglese si dica alone, qui, nasconde un’altra parola usata per indicare la solitudine, lonely. Alone lo è chi, fisicamente, non si trova in compagnia di nessuno; lonely lo sono quelle persone tristi per la mancanza di amici. Strana lingua, l’inglese.

Ma, ecco, pensavo che E. sarebbe stato una sorta di vetta, in fatto di amicizie, di non poter pretendere di meglio, che forse ero già stata molto fortunata. Fortunata, sì, perché per un’ex sfigata come me, chiedersi perché le persone scelgono di frequentarti è la norma. Lo faccio sempre, ogni volta che qualcuno mi fa un complimento o mi invita da qualche parte. Che cosa avrà visto in quella lì di tanto interessante? Non ho mai parlato con nessuno di questo mio interrogativo interiore, se non alla mia Psycho, ma credo che forse non troverò mai una risposta, e credo sia la cosa migliore.

Invece, ci sono serate belle, tanto che ti fanno completamente dimenticare questi tuoi dogmi, come quella di ieri sera. Serate che dovevano essere noiose, perché andiamo per la seconda volta in un mese a mangiare il risotto a una sagra di paese, perché la nuova ragazza in compagnia con te, del tuo paese, ti fa capire che di guidare non ne vuole sapere, perché hai litigato con tua madre, perché il tipo di ripetizioni viene puntualmente con 50 euro manco fossi una banca e, siccome tu non hai 35 euro di resto da dargli, ti dice ti pago la prossima volta e tu lo mandi mentalmente a quel paese. Le pensi tutte, queste cose, quando accendi il motore e ti viene da piangere, un attimo di scoramento. E invece poi parti e la tua amica che non guida è comunque simpatica e ti paga la benzina, i ragazzi sono su di giri e ridono tanto, tantissimo.

E la testa vola, sembra che tutti quei pensieri la faranno decollare, da tanti che sono. Alzarsi da tavola dopo cena sembra quasi un delitto, tanto avete riso insieme. Finalmente ti senti parte di un gruppo, ma non perché hai paura di rimanere sola e allora esci, come mi capitava i primi tempi, ma perché quelle persone fanno per te, non ti guardano la maglia scollata, non dicono nemmeno una parola quando scherzi sul fatto che provare a stare con una ragazza, oltre che con un ragazzo, per te potrebbe essere un'idea, quando cominci con le tue storie sul fatto che tu e la vita di coppia siete comunque universi paralleli.

E A. che mi sorride così tanto, che non ce la a fare un sorriso più grande di così. A. che ha una luce indescrivibile negli occhi e quando ti appoggi alla sua spalla con la testa rimane fermo e rigido, ma senti che vorrebbe appoggiarsi a te. E poi, a un certo punto, ti chiede quando ti laurei perché vorrebbe che tu andassi in California con lui e un altro tuo amico, ma sai che l’invito te lo sta facendo solo lui, o quasi. Ti spaventa perché caratterialmente assomiglia a tuo padre, nel turbinio di emozioni pensi perfino di non essere ancora uscita dal complesso di Elettra, ma fisicamente ti piace e un sacco di vostri gusti combaciano e la cosa ti piace ma ti atterrisce al contempo.

Io che pensavo di aver trovato con te i limiti dell’universo. Io che adoro sbagliarmi, che voglio essere sempre contraddetta e adoro contraddire. Io che adesso sono un po’ sfasata, mi sembra di non capire più bene il mio posto nel mondo, non è che mi hai tolto la sedia da sotto?

Magari domani andrò dal dentista e mi sistemerà l’infiammazione e passerà tutta quest’euforia. Vado un po’ fuori di testa con il mal di denti, lo so. Magari è stata solo l’emozione di una sera, o magari quella gioia di vivere che riaffiora quando meno ce l’aspettiamo. Sa trovare le strade più impensate e si fa largo, percorre tutte le tue vene per arrivare al cervello. Non è il cervello che la rilascia, questa adrenalina, è lei che risale dalle viscere del tuo corpo. È un piccolo vulcano che giace sepolto da qualche parte e ogni tanto ti risveglia e ti fa sentire viva.

Solo perché non ne posso fare a meno, vi posto Io senza te di Gianna. E il testo, ovviamente, è splendido.


coccola5

venerdì 11 ottobre 2013

Not a special day

Le cose belle si infilano nella normalità, vi si insinuano e la trasformano. Mi piace dirlo così, le cose belle, con un aggettivo semplice e genuino. Io sono un po' un'estremista e le definisco sempre meravigliose, fantastiche oppure assurde, tristi, bruttissime. Ma oggi non voglio strafare, e allora le cose sono solo belle.

E' stata una settimana qualunque. Da lunedì sino a stasera alle 18 ho avuto lezione in università, soliti rapporti striminziti e un po’ faticosi con le mie compagne ma fa niente recupero in collegio. E lì i sorrisi delle ragazze, le chiacchiere buone della cena e della tisana, ritrovare lo stesso ambiente che l’anno scorso mi ha reso fiera di avere scelto un collegio. Ecco, niente di particolare. Più di qualche mattina mi sono svegliata in ritardo e ho sgambettato per arrivare a lezione in orario.

La cosa bella è stata la riscoperta di Mika. Come cantante non l'ho mai conosciuto a fondo, ne ascolto i successi in radio, li canto come tutti gli altri e, a tormentone passato, li ripongo nel dimenticatoio pensando “alla prossima”. Ne ho qualcuno sull’iPod, punto e a capo. Un paio di settimane fa guardo X-Factor con mia sorella: su Sky è possibile rivedere le puntate delle audizioni, che a me piacciono per farmi un’idea della varietà di umanità che c’è soltanto in Italia, ma in generale un po’ dappertutto. Non sapevo che avrebbe partecipato come giudice, l’ho scoperto accendendo la tv quel giorno, ma confesso che è stata una bella sorpresa: l’ho trovato simpatico e dolce, e al tempo stesso competente, per quanto lo si possa essere in un talent show. Così, penso bene di riascoltare qualche sua canzone e scopro che l’anno scorso ha pubblicato un disco, The Origin Of Love, e lo scarico.

I like it, I like it, I damn like it. È geniale, davvero. Le canzoni hanno un’energia unica, sono dinamiche e la voce acuta e insieme morbida di Mika ti porta in un altro mondo. Considerando che scrive da solo i testi, sono davvero strabilianti. Ricamano immagini dolci, caserecce a volte. Step With Me, ad esempio, canta: this love is delicious like home-cooked dishes, I’m tasting mischievously, creando l’immagine di casa con una mamma che prepara manicaretti e un bimbo che, mischievously, da birichino, li assaggia di soppiatto. Immagini belle, ecco, ma soprattutto ben curate, che funzionano per la loro dolcezza.

E poi posso dirvela una cosa? Mi piace il suo buonumore, il suo ottimismo. Sono stanca di sentire gente che canta di amori finiti, di com’era bello con lui o lei, o di cosa si perde adesso il o la sua ex. L’amore è bello, al di là di tutto. Ovviamente può comportare anche sofferenza, ma innanzitutto è bellezza, gioia di vivere, è luce negli occhi. È quella stessa euforia che torna in ogni canzone di Mika. Quello che voglio dire è che abbiamo tremendamente bisogno di sentirci coccolati quando ascoltiamo musica. C’è una parola perfetta in inglese per descrivere come voglio sentirmi quando indosso le cuffiette: high, fatta, anzi strafatta. Voglio sentirmi su, alta, cinque metri sopra terra. Voglio che la musica mi faccia dimenticare perfino il mio nome. Ma voglio anche trovare qualcuno che sappia giocare con le parole, costruire immagini e portarle avanti, che sappia pronunciare una parolaccia senza farla sembrare volgare. Vuoi l’erba voglio, direbbe mia madre, e perdonate il gioco di parole e l’asfittica ripetizione di “voglio” delle ultime righe.

Ecco, con il tempo ho abbandonato il tentativo di ascoltare musica rock o di generi particolari. Mi piace la musica pop, mi piace davvero, forse proprio per la sua esuberanza. Al contempo, sempre tra le cose belle, mi sono scoperta accanita fan delle Nozze di Figaro di Mozart che, fra l’altro, sono – vergognosamente – la prima opera che ho ascoltato, sempre lo scorso weekend. Le arie, le voci dei cantanti, le parole, tutte ti trascinano in un’altra dimensione. Sabato sera ne ho visto un pezzo del secondo atto per caso su Sky Arte, mentre tentavo di scaricare un film. Pur essendo cominciata da un pezzo, sono rimasta comunque ad ascoltarne una buona mezz’ora, incantata dalla limpidità delle voci dei soprani. Come raccontavo alle ragazze in collegio questa settimana (giusto per non perdere la nomea di quella strana), ne sono rimasta folgorata. Mi si è aperto un mondo.

La cosa migliore è che tutte queste scoperte le ho fatte proprio adesso che ho un’infiammazione gengivale che mi sta  mandando letteralmente fuori di testa.

coccola5

martedì 3 settembre 2013

Just to slip this skin

Qualche tempo fa ho visto Philadelphia, un film del 1993 con Tom Hanks e Denzel Washington. Meraviglioso, nonostante i suoi ormai vent’anni, e a mio parere sempre attuale. Racconta la storia di Andrew Beckett, un brillante avvocato gay di Philadelphia. Quando i suoi superiori, dopo avergli affidato un caso importante, notano una lesione sulla sua fronte causata dall’AIDS (precisamente dal sarcoma di Kaposi, patologia opportunistica all’epoca molto comune tra i sieropositivi), lo licenziano con la scusa di aver quasi smarrito un documento. Con l’appoggio del suo compagno e della sua famiglia, Andy decide di fare causa all’azienda. Inizialmente respinto da un avvocato di sua conoscenza (interpretato da Denzel Washington) per via della sua malattia, questi deciderà infine di aiutarlo.

Inutile che vi dica perché trovo grandioso questo film: per l’estrema e brutale delicatezza, con cui viene trattata una tematica come l’AIDS, per l’attenzione al cambiamento e al pregiudizio, legati qui inscindibilmente e, non da ultimo, per un giovanissimo Tom Hanks che, concedetemelo, è disperatamente fico.

Ma, tolto questo, di questo film amo la canzone di apertura, scritta da Bruce Springsteen proprio per Philadelphia, e la scena che l’accompagna, che ritrae una metropoli bella, genuina e tuttavia così diversa da sé stessa, con le sue mille sfaccettature. La amo, Streets of Philadelphia, così si intitola la canzone, per un verso in particolare: I walked a thousand miles just to slip this skin. Tradotta letteralmente, quest’espressione significa “ho percorso mille miglia solo per lasciar scivolare questa pelle”. Se vi propongo quest’orrida traduzione, c’è un motivo, e non risiede soltanto nel fatto che Bruce Springsteen sia l’unico a parlare di slip one’s skin in un contesto tanto particolare, ma anche nella bellezza di questo modo di dire. To slip the skin è un’espressione legata ai serpenti, che periodicamente cambiano pelle lasciandosi alle spalle quella vecchia. Lasciandola scivolare, in un certo senso. Solo che i serpenti, a differenza nostra, non hanno bisogno di percorrere mille miglia, la abbandonano in un solo passo, mentre noi a volte restiamo con la nostra vecchia pelle per anni, non riusciamo mai a sfilarla completamente, o ne restiamo intrappolati, o ingarbugliati.

Guardando Philadelphia, mi è venuto in mente un parallelismo proprio con l’AIDS, tema centrale del film. La nostra seconda pelle è a volte proprio come questa malattia: per quanto tentiamo di scrollarcela di dosso, non ce ne liberiamo mai davvero. Segno del fatto che fa parte di noi, “ci appartiene”. Non saprei dire esattamente in che cosa consista questa pelle: credo nei nostri difetti, fisici o caratteriali, nei nostri ricordi, in tante piccole cose che costituiscono l’altra metà di noi o, come li chiamavo tempo fa, i nostri abissi. Ora come allora, non pretendo che da quegli abissi si risalga sempre, solo che si sia consapevoli di averli, che magari li si accetti. Tanto basta, davvero.


Aggiungo il testo della canzone, vale la pena leggerlo per intero.


coccola5
ps. mi riprometto di dedicare uno dei prossimi post all'Hiv e all'AIDS, tematiche che recentemente sono state abbandonate, e di cui secondo me è urgente parlare. Ma intanto godetevi Springsteen e la sua performance.

martedì 27 agosto 2013

Ogni cosa è illuminata

Okay, I confess, divoro due o tre libri alla volta, e non è detto che li concluda tutti. Per esempio, ho momentaneamente accantonato la lettura de L'isola del giorno prima di Eco, di cui avevo parlato nell'ultima blog reading. Avevo scelto per le vacanze in Scozia Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. Se conoscete questo autore, è probabilmente perché avete letto il libro Molto forte, incredibilmente vicino, o visto il film che ne è stato fatto recentemente. Entrambi bellissimi, e sicuramente più noti di Ogni cosa è illuminata, pubblicato per la prima volta da Guanda nel 2002. 

Tema del romanzo è la storia di Jonathan, un ebreo statunitense che si reca in Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò suo nonno durante le deportazioni naziste. In questo viaggio è accompagnato da Alex, una guida locale, suo nonno, affetto da cecità psicosomatica e la loro cagnetta puzzolente.
Non sono ancora andata molto avanti nella lettura, ho letto all'incirca le prime 60 pagine, quindi è ancora presto per una recensione equilibrata, ma confesso di essermi, in un certo senso, trovata in difficoltà: la prosa di Safran Foer è sempre molto particolare. Le lettere scritte da Alex a Jonathan ricalcano l'inglese che parlerebbe uno straniero che l'ha studiato da autodidatta: una lingua "finta", in cui si ritrovano espressioni come nel mio secondo anno di università ho fatto paurosamente bene, ma comunque pregiata, come direbbe lui. Quelle parole storte, a volte innaturali, aiutano a riflettere su quanto ci sta raccontando, consentono un'angolatura migliore e diversa. 

Per farla breve, se credete di aver comprato un romanzo in senso stretto, vi sbagliate di grosso. Safran Foer ci consegna sempre personaggi strani, sgangherati, che pochi altri sceglierebbero per la loro narrazione, e che eppure funzionano. Era andata così anche in Molto forte, incredibilmente vicino, il cui protagonista è Oskar, un ragazzino di 9 anni affetto dalla sindrome di Asperger alla ricerca di un modo per elaborare il lutto del padre, morto nell'attentato al World Trade Center dell'11 settembre. 

Vi propongo la lettura di questo brano, che racconta la storia di Yankel, uno dei personaggi, disperato perché la moglie lo ha tradito con un altro e lo ha lasciato. Forse, però, non si tratta solo di questo. Io ci ho riletto tutte le parti di me che vorrei abbandonare e di cui invece non riesco a liberarmi. Ogni tanto sembrano essersene andate, ogni tanto affiorano e ritornano, come il biglietto della moglie di Yankel, e mi fanno perdere "più occasioni di quante ne possa contare".
Buona lettura.

[Yankel] aveva anche perso la moglie, e non per colpa della morte, ma di un altro uomo. Rincasando dopo un pomeriggio in biblioteca, aveva trovato un biglietto sopra lo SHALOM! sul tappetino della soglia: Ho dovuto farlo, per me.
[...] Non so che cosa fare, pensava. Probabilmente dovrei suicidarmi.
Come non poteva sopportare la sua vita, o il pensiero di lei che faceva l'amore con qualcuno che non era lui, non poteva sopportare nemmeno di conservare il biglietto, e nemmeno di distruggerlo. Quindi tentò di perderlo. Lo lasciò vicino ai candelieri lacrimanti di cera, a ogni Pasqua lo mise fra le matzot, lo lasciò cadere senza riguardo fra carte sgualcite sulla sua scrivania sempre ingombra, nella speranza che al suo ritorno non ci sarebbe stato più. E invece era sempre lì. Tentava di farselo cadere dalla tasca mentre era seduto sulla panchina davanti alla fontana della sirena prostrata, ma quando infilava la mano per cercare il fazzoletto era ancora lì. Lo celava come un segnalibro in un romanzo fra quelli da lui più odiati, ma il biglietto riappariva qualche giorno dopo fra le pagine di uno dei libri occidentali che era l'unico a leggere in tutto lo shtetl, uno dei libri che ora quel biglietto gli aveva rovinato per sempre. Ma come non poteva perdere la sua vita, in tutta la vita non poteva perdere quel biglietto. Continuava a tornare da lui. Rimaneva con lui come una parte di lui, una voglia, un arto, era su di lui, dentro di lui, era lui, il suo motto: Ho dovuto farlo, per me.
Nel tempo aveva perso tanti frammenti di carta, e chiavi, e penne, camicie, occhiali, orologi, argenteria. Aveva perso una scarpa, i suoi gemelli preferiti di opale (le frange Scompigliate delle sue maniche erano in pieno, incontrollato rigoglio), perso tre anni lontano da Trachimbrod, milioni di idee che avrebbe voluto trascrivere (alcune di assoluta originalità, alcune di profondo significato), i capelli, la postura, due genitori, due figli, una moglie, una fortuna in moneta, più occasioni di quante ne potesse contare. Aveva addirittura perso un nome: era Safran prima di fuggire dallo shtetl, Safran dalla nascita alla sua prima morte. Sembrava non ci fosse niente che non poteva perdere. Ma quel pezzo di carta non sarebbe scomparso mai e poi mai, e nemmeno sarebbe scomparsa l'immagine di sua moglie a quattro zampe, e nemmeno il pensiero che, se ne fosse stato capace, avrebbe di molto migliorato la sua vita ponendovi fine.
coccola5

martedì 9 luglio 2013

L'isola del giorno prima

Tra le mie nuove letture si annovera L'isola del giorno prima di Umberto Eco.
L'ho acquistato poco meno di una settimana fa alla Feltrinelli della stazione centrale di Milano. Avevo appena concluso gli esami, e volevo prendermi qualcosa da leggere come "premio". Sarà probabilmente l'unico acquisto dell'estate, perché ho deciso di finire tutti i romanzi che ho in camera e che ancora non ho letto. E ne ho, credetemi.

Ma, nel frattempo, mi godo Eco e la sua prosa strabiliante. Adoro il suo modo di condurre la narrazione, aumentandone o rallentandone il ritmo a piacere, di inserire quelle punte di ironia che rendono così piacevole la lettura e i personaggi. Adoro Eco, insomma, c'è poco da fare.

Alle superiori, di mia iniziativa, avevo letto Il nome della rosa. Il nostro professore di italiano ne aveva consigliato la lettura a un mio compagno, ancora in quarta ginnasio, ed io ero stata attratta dalla copertina del libro (questa, per intenderci) che raffigurava un labirinto. E avevo preso il libro. Lo ammetto, il primo tentativo di lettura non era andato proprio a buon fine. Mi ero lasciata scoraggiare dalle frasi in latino e cinque altre lingue parlate da Salvatore, l'ex dolciniano che Adso e Guglielmo incontrano, se non erro, al loro arrivo al monastero. Non capivo più niente, e avevo lasciato perdere. Un paio d'anni dopo ho deciso di riprenderlo in mano, e mi è piaciuto molto di più. L'ho praticamente divorato, e ne sono stata più che soddisfatta.

Comunque, eccomi arrivata all'Isola. Mi piace molto anche il fatto che la nave diventi un teatro della memoria, in cui Roberto ripercorre la sua vita e racconta, all'amata che lo aspetta in patria, alcuni avvenimenti storici tra cui l'assedio di Casale e la guerra per la successione al ducato di Mantova o esplora i recessi del suo animo. Se non sapete cosa leggere, provate L'isola del giorno prima.


In attesa di concludere la lettura e di proporvi una recensione più completa, vi lascio un piccolo assaggio, tratto dal dialogo tra Roberto e il signor di Saint-Savin durante l'assedio. A raccontare dei suoi romanzi mai scritti è Saint-Savin.



[...]

"Vorrei scrivere romanzi, che sono molto alla moda, ma penso a molti di essi, e non mi accingo a scriverne nessuno..."
"A quali romanzi pensate?"
"Talora guardo la Luna, e immagino che quelle macchie siano delle caverne, delle città, delle isole, e i luoghi che risplendono siano quelli dove il mare riceve la luce del sole come il vetro di uno specchio. Vorrei raccontare la storia dei loro re, delle loro guerre e delle loro rivoluzioni, o dell'infelicità degli amanti di lassù, che nel corso delle loro notti sospirano guardando la nostra Terra. Mi piacerebbe raccontare della guerra e dell'amicizia tra le varie parti del corpo, le braccia che danno battaglia ai piedi, e le vene che fanno all'amore con le arterie, o le ossa col midollo. Tutti i romanzi che vorrei fare mi perseguitano. Quando sono nella mia camera mi sembra che siano tutti intorno a me, come dei Diavoletti, e che l'uno mi tiri per un orecchio, l'altro per il naso, e che ciascuno mi dica: 'Signore mi faccia, sono bellissimo.' Poi mi accorgo che si può raccontare una storia altrettanto bella inventando un duello originale, per esempio battersi e convincere l'avversario a rinnegare Iddio, poi trapassargli il petto, in modo che muoia dannato."
coccola5 

lunedì 13 maggio 2013

Non conosco il tuo nome


Non scrivevo da quasi un mese, e adesso non riesco a fermarmi. Annoto di tutto, sul diario, sulle note del cellulare, su documenti di Word. Mi sento come una cocainomane dopo una settimana di astinenza, che si spara una dose doppia per recuperare. Ma non importa.

Ieri sera prendo il treno alle 18.25 per Milano. Mi accompagna in stazione mia sorella, e ritroviamo suo moroso, che evidentemente ha accompagnato un amico. L’avevo già visto una volta a casa mia, ma non conosco il suo nome. Lei me l’aveva presentato con un soprannome, e lui non aveva aggiunto altro. Mi era rimasto impresso per i suoi lineamenti delicati, il viso imberbe e pallido, l’espressione trasecolata, trasognata. Avevamo parlato cinque, forse dieci minuti e mi ero accorta che condividevamo le stesse idee di fondo. Tracce di un’affinità di pensiero.

Eppure, ieri mi chiede come sto. Strano, è la seconda volta che mi vedi. Sono bloccata dalla cervicale, gli rispondo ridendo. Cos’altro potrei dirgli, del resto? E, senza dire una parola, mi prende la valigia e la solleva oltre i gradini del predellino. Non riesco nemmeno a dirgli grazie, perché non mi guarda nemmeno. Troviamo un posto libero e mi chiede se voglio sedermi, ma dico di no. E a Verona, prima che possa aprir bocca, mi prende la valigia e la mette sulla cappelliera. Poi ci sediamo l’uno di fronte all’altra, si sono liberati dei posti. Parliamo appena, di malavoglia, commentiamo il coccodrillo di Andreotti scritto da El Pais, poi lui inizia a leggere. Lo fa per un po’, poi ripone il libro e chiude gli occhi. Dorme un po’ e al suo risveglio iniziamo a chiacchierare, di cose strane per due che quasi non si conoscono. D’amore, di famiglia, di sesso. Senza veli, falsità. In maniera limpida, naturale. E lui non si sconvolge, anzi mi accorgo che la pensa come me senza dirmelo.


Non concepisco il concetto di relazione. Solo l’amicizia e il sesso.
L’amicizia è un amore senza sesso.

Definiamo il tramonto all’orizzonte come il più bello della nostra vita. Senza averne mai osservati altri insieme.
Mi infonde calma, serenità. È quasi analgesico. Si placano i pensieri, le ansie e rimango piacevolmente colpita da questa sua capacità. Probabilmente nemmeno sa di averla, e questo lo rende più affascinante. Parla delle cose che odia ridendo, mi dice in un sorriso che non sopporta Gianna Nannini, che gli sta proprio qui, la eliminerei. Lo dice in tono serissimo, ma ridendo come un bambino.

La cervicale mi sembra tollerabile, quasi non esiste. Lui mi strega, e quando ci lasciamo sono quasi contenta di farlo, ma gli dico che spero di rivederlo, almeno tramite mia sorella. Non voglio che qualcuno eserciti un tale ascendente su di me, come aveva fatto E. Ma non ce l’ho con lui, è solo che ho quasi paura di un ragazzo che mi influenza così tanto, tutto qui.

Me ne vado serena, calmissima. E tornano le parole giuste, la capacità di concentrarmi sulle cose che faccio, di osservare gli altri con un sorriso, perché non so fare quello che fanno loro. Di ammirarli invece che detestarli.


L’amore di una sera. 
Spesso ne sa più d’amore chi non l’ha mai vissuto. 
Ma rischia di idealizzarlo, e di diventare misantropo dopo una delusione, dopo il disincanto.  Forse è meglio parlare d’amore, a volte. Parla d’amore quando senti che quello vero ti sta logorando come un’abitudine.  Forse hai ragione.

E non conosco il tuo nome.


coccola5