domenica 25 dicembre 2011

Verbum caro factum est

Prima del tempo, prima ancora che la terra cominciasse a vivere, il Verbo era presso Dio. Venne nel mondo e per non abbandonarci in questo viaggio ci lasciò tutto se stesso come pane. 
     da "Verbum panis"

Questi sono i miei auguri di Natale 2011. Solo questi, anche perchè, lo dicevo a Lm qualche giorno fa via Skype, la sapete una cosa? Ci sono anche stati momenti di difficoltà in questo periodo, ma... con Lui è tutta un'altra cosa.

coccola5

venerdì 23 dicembre 2011

Titanic - Non tradire i tuoi sogni

Un paio di giorni fa ho ricominciato a vedere Titanic. Penso che chiunque ricordi e abbia visto quel film, anche se uscì nel 1997. Io ricordo che le mie compagne di scuola dicevano di averlo visto al cinema, e che non gli era piaciuto. Noi andavamo al cinema soltanto il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, e chiaramente questo tormentone di cui tutti parlavano non l’avevo nemmeno intravisto.

Me lo regalò mia nonna quando uscì l’edizione in VHS, per la Comunione, assieme a un orologio dalla fibbietta gialla che ho portato fino all’anno scorso. Me ne innamorai subito: di Rose, di Jack, del loro fare all’amore libero, che non subiva le pressioni di una società come quella inglese di inizio ‘900. Beh, mi dicevo, se un poveraccio può fidanzarsi con una come lei, allora qualunque sogno può realizzarsi a questo mondo! Era l’età dei sogni, dei libri letti in meno di due ore, della tv mai guardata perché mia madre era assolutamente contraria.

Nel corso degli anni ho visto questo film talmente tante volte che lo conosco a memoria: ogni battuta, ogni gesto, sorriso, ogni spruzzo d’acqua dell’Atlantico. Neanche a dirlo, mi ero innamorata di Leonardo di Caprio. Per un po’ di tempo lo sognai spessissimo, e c’è un sogno che ancora ricordo perfettamente [e che non vi racconto per conservare quel poco di reputazione e dignità che mi sono rimaste!]. E invidiavo la bellezza di Kate Winslet, un’attrice che ammiro e seguo tuttora, dal momento che le sue scelte cinematografiche sono davvero interessanti.

Titanic è, per come la vedo io, un po’ un inno al romanticismo come lo intendiamo attualmente. Niente a che vedere con il movimento poetico, sia chiaro, ma un dare spazio ai propri sogni di ragazze di sposare il principe e vivere felici e contente. Il film trasmette quest’impressione anche se di fatto Jack muore, conserva comunque l’atmosfera da lieto fine nonostante la tragedia navale.

E poi... e poi c’è questa vecchina di 102 anni che racconta tutta la propria vita, una vita che di fatto si consuma proprio sulla “nave dei sogni”, sull’inaffondabile Titanic. Insomma, Titanic è il contrario del disincanto.

Dipende tutto da che cosa vogliamo, alla fine. È chiaro che, a meno di non essere Kate Middleton, nessuna di noi sposerà un principe (e di certo io non lo farei mai), ma il punto è: quanta parte della nostra vita rimane fedele ai nostri sogni?

Messa così il caro LM mi prenderà sicuramente a schiaffi, quindi mi affretto a spiegarmi meglio. In che misura siamo “disincantati” riguardo alla vita? Non ci aspettiamo mai niente o continuiamo a sognare ad occhi aperti, camminando a un metro da terra? Non credo sia una domanda da pettegolezzo, anzi. Al liceo, quando abbiamo studiato Freud e le sue teorie sull’interpretazione dei sogni, il nostro prof ci ricordava sempre che, se non sogniamo, muoriamo. Ma non tanto in senso metaforico, proprio in senso fisiologico. I nostri sogni notturni sono il “riposo” del nostro cervello, il momento di follia che si concede mentre noi chiudiamo gli occhi, sono i nostri desideri più reconditi che riemergono quando non possiamo frenarli.

Personalmente, cerco di essere realista, di non mentire troppo a me stessa. Cerco di farmi quotidianamente delle domande, di rimanere libera e fedele a me stessa. Di non tradirmi mai, anche se ogni tanto succede. È inevitabile, tutto qui, ma è comunque peccato (non in senso cristiano).

coccola5

domenica 18 dicembre 2011

Trag alles bei dir*

Alles, was ich habe, trage ich bei mir.
Oder: Alles Meinige trage ich mit mir.

Getragen habe ich alles, was ich hatte. Das Meinige war es nicht. Es war entweder zweckentfremdet oder von jemand anderem. [Herta Müller - Atemschaukel]

Trad: Porto presso di me tutto ciò che ho.
O, per meglio dire, porto con me l'essenziale.
Ho portato tutto quello che avevo. Non era l'essenziale. Era stato frainteso o apparteneva a qualcun'altro.*

In realtà devo ancora iniziare a leggere con calma questo libro. Non so perchè, ma presagisce una bella prosa: sensazioni che non saprei definire meglio di così. Per il momento mi sono letta solo l'incipit che, se me lo concedete, è già un bell'assaggio.

Mi piaceva l'idea di citare anche il testo originale perchè la scrittrice utilizza nelle prime due frasi due preposizioni simili, ma non identiche: bei e mit. Bei è la preposizione della vicinanza, del tocco amico sulla spalla. Darf ich dir dabei helfen? (Posso aiutarti a farlo?) Anche in una frase così semplice, immediata, conserva l'idea di vicinanza, ma mai di invasione dello spazio altrui. La seconda preposizione, mit, è il complemento di unione, di mezzo, talvolta anche di modo. Sembra quasi di fare un viaggio con qualcuno, se dico mit dir, con te.

Chiaramente non voglio scrivere un panegirico sulla lingua tedesca e le sue belle preposizioni, che per certi versi mi sono ancora un poco ostiche, ma mi piaceva sottolineare l'uso differenziato di bei e mit. Fra l'altro, e questo non si riesce a rendere bene nella traduzione italiana, tragen è usato anche con il significato di "indossare un abito", ed effettivamente qui ha il suo perchè.

Comunque sia, alles bei sich tragen, portare tutto con sè, mi sembra un bel post inaugurativo (che non so neanche se si dice, ma chissenefrega!). C'è chi si ascolta Il Barbiere di Siviglia come LM e chi, come me, si mette a leggere libri in tedesco. I casi della vita. Che poi come espressione è bellissima, e fa anche nostalgia: prendi tutto, non lasciare nulla all'oblìo del tempo e, al contempo, tienilo con te. Strana cosa, perchè il tempo lenisce le nostre ferite attraverso l'arte che conosce meglio: dimenticare.

E invece no, tieni tutto. Indossalo, trag es bei dir, su di te e sulle membra stanche. Fa che ti ricopra come un velo, che scenda sulle tue nudità.
E vorrei scrivere queste parole con più leggerezza, visti gli avvenimenti degli ultimi giorni. Un'altalena del respiro, come il libro di Herta Müller. Ma rimango consapevole che verranno giorni migliori, e questo perchè tutto scorre, prima o poi. Il fiume se lo porta via, giù fino al delta e all'incrocio con il mare. Mare nostrum, mare dei nostri abissi.

A Bose i monaci ci hanno insegnato che dobbiamo esercitarci a ringraziare, e allora ringrazio anche io, anche oggi. Ringrazio perchè sono andata a pattinare con F. e il suo ragazzo e ci siamo caduti addosso, uno sopra l'altro, e quando ci siamo visti in quella sorta di piramide umana siamo scoppiati a ridere come tre scemi. E però io ero felice. E lo sono ancora, sempre.

coccola5

* Il titolo del post significa: "porta tutto presso di te", e fa riferimento all'incipit del libro L'altalena del respiro di Herta Müller, edito in Germania dalla casa editrice Fisher con il titolo Atemschaukel (tradotto letteralmente nella versione italiana). Trovate il riferimento qui. La mia traduzione è aderente al testo e letterale: se qualcuno dovesse riferire delle correzioni, mi scriva tramite commento.

 

sabato 17 dicembre 2011

La gioia di vivere - Blog

Qualche giorno fa scrivevo una personalissima invettiva contro quanti parlano di mal di vivere. La partenza da questa prospettiva, che può essere considerata come il manifesto del blog, configura già Luce dell’anima mia come un inno. Un inno alla gioia di vivere, un inno alla Vita vissuta come un imperativo categorico (Kant docet).

Al di là delle proprie convinzioni personali, di una fede religiosa che può accompagnarci, di un credo politico o del proprio orientamento affettivo e sessuale, tutti siamo chiamati a fare una cosa: creare la nostra Sinfonia. Creare un capolavoro armonico, consci che la nostra esistenza subirà alti e bassi, che ci saranno momenti bellissimi e altri di disperazione nera. Ma, diceva Margaret Mazzantini in un suo libro, nessuno si salva da solo e allora abbiamo bisogno di un qualcosa che vada oltre, che sia più forte di ogni altra cosa. Ed è solo quando lo troviamo che iniziamo veramente a vivere.

Non è vero che già dalla nascita sappiamo vivere. Per la verità, vivere è un’arte delicata e complicata, un fragile equilibrio sopra la follia ma, diceva sempre Vasco ai suoi tempi d’oro, è come un comandamento. Io dico sempre che vivere è insieme il primo e l’undicesimo comandamento.

Ecco, allora, come si propone Luce dell’anima mia. E’ un diario personale innanzitutto, il racconto del mio tentativo quotidiano e insistente di Vivere. E poi è una condivisione, e in un certo senso è una convivenza. Forse più la seconda, perchè più che dividere materialmente la mia storia con voi, la vivo con voi attraverso il racconto. Un racconto fragile, forse anche un po’ spaventato, ma mai bloccato.

Non credo che ci sia molto altro da raccontare. Io non so definirmi, se non come una donna innamorata dei propri giorni, del proprio tempo e magari un po’ indifesa, un po’ insicura. Ma una donna coraggiosa. Definitemi voi.

coccola5

venerdì 16 dicembre 2011

Un libro mi ha cambiato la vita

Da un paio di giorni cerco di abituarmi alla guida non proprio ortodossa dell’autista del bus. Operazione che mi sta riuscendo in (minima) parte, visto che ieri sera, dopo che mi ero chinata per raccogliere un libro cadutomi, stavo per rimettere anche l’anima. Vi aggiornerò se ci saranno progressi in merito!

Rimane comunque il fatto che in bus leggo molto: mi tiene compagnia un testo di David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore. Grossman è un autore di Gerusalemme, da sempre impegnato a favore di una risoluzione pacifica del conflitto palestinese ma, oltre a questo, lo adoro perché mi ha innamorata di Gerusalemme e di Israele. Il suo stile – e il suo modo di scrivere nel complesso – sono, parlando di autori moderni, tra i migliori che abbia mai visto. Grossman ha un amore per le parole, per le storie e per i suoi personaggi che trasformano ogni sua frase in un capolavoro e in un mondo a sé stante. Niente frasi eccessivamente lunghe, uso ridotto ma sapiente del dialogo (nel libro che sto leggendo quasi mai virgolettato), formidabile uso del presente storico, cosa che, a mio avviso, a molti risulta un poco pesante.

Di lui avevo letto, diversi anni fa, un romanzo, fonte del primo amore, Qualcuno con cui correre. Non lo ricordo perfettamente nonostante lo abbia amato, ma tema fondamentale del testo è la ricerca di ciò che è stato perduto. Pretesto per questa ricerca è l’inseguimento di un cane, affidato al protagonista dal proprietario di un negozio di animali. Il cane, che non possiede guinzaglio, comincia a correre per tutta Gerusalemme e il ragazzo dovrà cercare persone, storie vecchie e nuove per ritrovarlo. Un testo che consiglio, soprattutto per chi vuole fare un viaggio. Lo consiglio a chi vuole mettersi in ricerca di sé, ma anche a chi vuole sfruttare il periodo natalizio per scandagliare un aspetto della sua vita che gli sta a cuore.

Tanti dicono che sono i libri a scegliere noi, sono le loro storie a innamorarci e a riproporci un modello di bellezza recuperata o da recuperare, ma io affermo esattamente il contrario. A chiunque me lo chieda, ricordo che siamo noi – e soltanto noi – a scegliere le nostre letture. Se questo può sembrarvi scontato, ripensateci. I libri che io scelgo definiscono un percorso umano e – possibilmente – di ricerca che intendiamo fare. Non è “lo stesso” leggere l’ultimo di Moccia o di Fabio Volo o leggere Calvino, Grossman (per esempio), Margaret Mazzantini o Dacia Maraini. E non è neanche lo stesso che leggere la Allende, Saviano o Herta Muller.

Ricordo che, quando avevo tredici quattordici anni, leggevo un sacco di libri che raccontavano le storie di tossicodipendenti, prostitute, persone in qualche modo disastrate dalla vita. Questa tendenza a scegliere storie particolari e autori come Irvine Welsh si è chiaramente riflessa anche in seguito. Tuttora scelgo storie particolari, storie di vita, come scrivevo secoli orsono. Verso i diciotto anni, per esempio, ho letto diversi testi di letteratura omosessuale, in seguito all’accettazione della mia bisessualità. L’ultimo che ho letto, parlo a te, LM, il mio vecchietto, è Chiamami col tuo nome, romanzo perfetto per spiegare cosa significhi davvero fare coming out.

Questi libri, e ormai posso dirlo, mi hanno aiutata a sviluppare la mia sensibilità sul piano sociale, hanno tenuta viva – anche in un momento di forte crisi – una spiritualità personale. Lasciate perdere Dio e gli altri, mi riferisco alla nostra vita interiore, che può o meno prescindere dalla religione e dall’osservanza strettamente intesa. Infatti, una cosa che ci hanno ricordato a Bose, è un concetto valido universalmente: “se tu non ti riempi di silenzio, di vita interiore, saranno gli altri a riempirti, nel bene e nel male”. LM carissimo, per dirla con le parole di uno autorevole, gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro.

Vi stringo forte,

coccola5

mercoledì 14 dicembre 2011

Lunga filippica contro Trenitalia

Ovvero, anche Demostene si arrenderebbe

L’intenzione per oggi era di pubblicare un post molto tranquillo sulle letture che sto facendo, un commento spassionato e allegro su un libro molto bello. Di fatto, tuttavia, le circostanze mi costringono a scrivere d’altro e questo blog è l’unico mezzo che mi rimane per far sentire la mia voce.

In data 8 dicembre 2011 gli orari dei treni sono cambiati come ogni anno. La differenza di quest’anno consiste però nel fatto che quel giorno e i successivi erano “ponte” e quindi la comunicazione è passata inosservata: testimonia questo anche la lunga fila di dimostranti all’ufficio informazioni. Le comunicazioni sono state scarse in stazione, sul sito inesistenti e, per di più, tardive. Stamattina, quindi, sono arrivata alle 11 per acquistare il supplemento consueto per l’Intercity delle 11.30 e il treno è stato cancellato. Non oggi, ma per sempre e nei secoli eterni. Kein mehr Intercity nach Mantua. Constatato questo con grande nervoso d’animo, ho preso un caffè per acquietare lo spirito e poi mi sono recata in ufficio informazioni.

Ho chiesto spiegazioni all’addetto che mi ha risposto confusamente, dicendomi tuttavia che essendo cambiati gli orari, sta a me fare attenzione. Inconfutabile considerazione, rispondo nel tentativo di mantenere i nervi saldi, ma sul sito non ci sono osservazioni di genere né si riscontrano cambiamenti di orario se si digita la destinazione. Vorrei poi chiarire che io non sono amministratrice di Trenitalia, sono invece utente (e utente bistrattato, aggiungerei) che paga un abbonamento e ha diritto ad avere informazioni complete e tempestive riguardo variazioni di orario, ritardi, soppressioni. Nessuno di questi punti è stato sinora osservato, anzi: numerose sono state le circostanze in cui mi sono trovata in situazioni inconvenienti per ritardi non annunciati, soppressioni dell’ultimo minuto. Mancava solo la cancellazione permanente di un Intercity.

Il mio treno, per correttezza Intercity 621 da Bolzano a Lecce via Mantova, non era frequentato da poche e spartute persone, anzi. Mi era capitato di avere difficoltà ad acquistare il biglietto perché il treno era al completo. Avrei avuto diritto, a maggior ragione, ad avere un’informazione completa sulla situazione attuale. Invece niente, ho perso un’ora di lezione e ho frequenza obbligatoria all’università.

Vorrei che le sciagure qui terminassero ma, ahimè (e ahinoi!) non è così. Dalle ore 21 di giovedì alle ore 21 di venerdì è stato indetto uno sciopero generale – anzi, universale – di treni, bus e non so cos’altro contro la manovra del novello governo Monti. Le fasce protette sono quella tra le 6 e le 9 di mattina e nel primo pomeriggio (io dovrei prendere il treno alle 19.40, è uno dei pochi garantiti). In altre parole, venerdì corro seriamente il rischio di rimanere a Mantova senza trasporti e ho deciso di rimanere a casa mio malgrado. A proposito, l’impiegato mi ha consigliato caldamente di rimanere a casa venerdì, senza pensare che io ho lezione all’università e altre persone lavorano.

Tengo a precisare altresì che non soltanto scioperano i treni, ma anche i bus urbani ed extraurbani di Atv, la compagnia di trasporti veronese, e lo fanno in queste modalità: giovedì sciopero generale dei bus extraurbani (quelli che prendo io per tornare a casa e arrivare a Verona), venerdì sciopero degli autobus urbani. Con un poco di fortuna, giovedì sera dovrei trovare un bus che dalla stazione dei treni mi porti a casa di mia nonna, che abita poco fuori dal centro cittadino. Venerdì invece, sta perfettamente alla disperazione come il sole sta al beltempo.

Di quest’anno, questo è il primo reclamo scritto e il secondo orale con il personale dell’ufficio informazioni. Non è la prima volta che mi trovo ad affrontare simili situazioni e ho iniziato le lezioni soltanto un mese fa. Questa situazione è intollerabile, considerato che quest’anno pago 52 euro di abbonamento, mentre l’anno scorso ne pagavo 5 in meno, cioè 47. Andare a scuola per me sta diventando come fare il pellegrinaggio a Santiago de Compostela a piedi ed è inutile ricordare che al prezzo non corrisponde affatto la qualità.

Cosa non meno importante è che Trenitalia si premura sì di rispondere ai reclami degli utenti, ma con una lettera prestampata. Di fatto, quindi, le lettere non vengono nemmeno aperte e le richieste della clientela raramente vengono prese in considerazione. All’ufficio informazioni sono stata bistrattata per le mie lamentele: mi rendo conto che non sarò certo l’unica a lamentarmi e che questo ha un effetto sull’umore dell’impiegato, ma io non ci sto.

In altre parole, credo che nemmeno Demostene, se vivesse in questi anni, riuscirebbe a scrivere una filippica sufficientemente efficace. Vi dirò di più: si arrenderebbe sicuramente!
Ma io, se pur non sono Demostene, sono una cliente regolare e voglio far sentire la mia voce con l’unico mezzo che mi rimane e che spero sarà ascoltato. Ho un account Twitter e Facebook, e condividerò questo mio post anche lì, nella speranza che venga letto da molte persone e che insieme si possa fare qualcosa.

Volete fregarci? Non ci riuscirete!!

coccola5

Contro chi dice "mal di vivere"

Ne parlavo, senza troppa convinzione, con LM qualche tempo fa: è un bel periodo? Faticherai a scrivere. Sembra assurdo e paradossale, ma di fatto è così. Non mi va di inoltrarmi in discussioni sull'uomo animale-che-si-lamenta, ma sono in tanti a dire che si scrive per il mal di vivere, e in effetti è vero.


Almeno, nel mio caso, vorrei scrivere molto di più quando sono di buonumore, ma i pensieri fluiscono più lentamente e inesatti di quando sono triste o giù di corda. Che poi, comunque, tutto sta nella definizione di mal di vivere. Che cosa vuol dire?
E' una malattia, tipo un'allergia molto brutta? E' uno stato psicologico che ci ostacola, o è invece una condizione umana poetica che, se da una parte favorisce la solitudine e l'isolamento, dall'altra va bene per uno scrittore? Non so se la mia risposta può essere una di quelle soprastanti, per un motivo molto semplice: io non ce l'ho, questo mal di vivere.


Mal di vivere pare dal presupposto che vivere sia un male, o comunque qualcosa che ci ferisce, che ci causa dolore o problemi. Io invece vedo il vivere come un'occasione per mettersi in cammino, per fare uno stupendo viaggio. In Maledetto Ciao, Gianna parla di gioia di vivere, espressione che amo perchè si contrappone nettamente a mal di vivere.
Spesso, quando muore una persona, quelli che lo conoscono dicono che era uno "con tanta voglia di vivere", e non si capisce tanto che vuol dire. Voglia di vivere può voler dire, e spesso è così, voglia di sopravvvivere, voglia di "vivere sopra la Vita". Attraversarla appena. Invece che ci voglia gioia per vivere lo dice solo Giannina.


La gioia non significa necessariamente far sempre casino, essere sempre allegri tanto per fare, ridere sempre di qualunque cavolata. Per come la vedo io significa lottare, incazzarsi e indignarsi per quello in cui si crede. E significa ridere fino alla fine del mondo con i propri amici e poi parlare fino alle tre di notte con la persona giusta, che ci capisce perfettamente. E significa avere il coraggio di fare delle scelte, anche se sembra scontato, volere a tutti i costi andare controcorrente senza abituarsi mai alle cose e al tempo. Significa accettare il tempo che passa, ma rifiutarsi di accettare le cattive abitudini. E significa innamorarsi così tanto da vomitare anche l'anima, di Dio o della persona che più ci si confà [mi domando se "confà" esista davvero, ho idea che sia una mia creazione].


E per me ha significato non avere tanti amici, anzi una sola. Sentirmi dire ogni giorno che parlo difficile, che sono una strana e fuori di testa, che libri come i miei non li legge nessuno, figurati!, che tu che vai in chiesa tutte le domeniche ci credi così tanto? Ma ha significato anche tante belle cose.


Questo lungo discorso voleva essere di introduzione a un post serio, sulle ultime novità tangibili, ma vedete bene che è andato un po' per le lunghe e non mi va di annoiarvi ancora. A meno che qualcuno non me lo chieda espressamente, tralascerei il discorso Bose. Se più di qualcuno fosse incuriosito dalla faccenda, pubblicherò un articolo, altrimenti vi mando il file di Word per e-mail. Davvero, la spiritualità personale non deve mai sopraffare o sfinire gli altri, quindi rispetto anche i miei lettori che potrebbero anche non condividere. Ad ogni modo, fatemi sapere.


Vi dico solo, in conclusione, che come per Dio.. anche con Trenitalia ci vuole fede, ma tanta, tantissima fede!


coccola5

giovedì 8 dicembre 2011

Un filo di inspiegabile malinconia

Non che oggi non sia stata una bella giornata, anzi. Una pausa serena dalla routine: non avevo lezioni all'uni, e ne ho approfittato per sbrigare un po' di burocrazia, come dico io.

Nel pomeriggio sono andata in città con mia mamma: volevamo entrambe fare alcuni acquisti e, con la scusa di una cena stasera tra parenti, abbiamo preso la palla al balzo e siamo volate a Verona. Ho sempre amato smisuratamente Verona, eppure, chissà come mai, stasera mi ha messo una certa qual malinconia. Un sentimento inspiegabile anche a me.

Vi è mai capitato di vivere un periodo bellissimo, senza nemmeno una pieghetta di malumore? Poi succede che, in un momento, ci assale la paura che un pensiero cattivo ci porti via quella perfezione dei sensi magicamente conquistata e scende un velo di tristezza tra un passo e l'altro.

Sono pronta, finalmente, per andare a Bose. Mi ci sono voluti tempo e impegno, ma ora so che il tempo è compiuto. Mi porto dentro la certezza irragionevole (solo nel senso che non la posso spiegare facendo uso della ragione) che sarà un'esperienza magnifica e che porterà ad un'ulteriore svolta nella mia vita. Devo solo capire qual è e, lasciatemelo dire, la cosa mi terrorizza.

Mi sono domandata spesso, in questi giorni, com'è possibile avere paura di essere amati. Al di là di una questione spirituale, per me questo discorso vale da quando me ne posso ricordare. Ho sempre avuto timore quando qualcuno mi dimostrava un affetto eccessivo, si mostrava troppo lusinghiero. Vuoi per quell'esperienza di ferita, vuoi perchè sono fatta strana, ma io rifuggo automaticamente tutti quelli che vorrebbero volermi (e scusate la semiripetizione) un bene dell'anima.
Lo so che sembra assurdo, ma non me lo so spiegare. E' una parte di me che devo accettare, e ci sto provando a dire che va bene così, che non mi posso forzare.

Domani pomeriggio parto, allora. Vi abbraccio tutti stretti. Ci si risente domenica sera!

coccola5

lunedì 5 dicembre 2011

E mi scappa da (sor)ridere

Ieri, dopo la S. Messa, abbiamo portato i nostri ragazzini a pattinare sul ghiaccio. Constatato che per raggiungere il posto ci vuole un'ora, constato che - con sommo rammarico nostro e del don - i ragazzi erano soltanto due, constatato che ormai avevamo i panini e sarebbe stato un peccato non mangiarceli!, siamo partiti alla volta di questa ridente cittadina. Niente di che, sia chiaro, un paesino di due o tremila abitanti che gode di un palaghiaccio sufficientemente ampio da contenere le cadute di circa dieci persone alla volta. Che non è poco.

A., l'altro animatore, ha fatto una macchina con le due ragazze, mentre io, S. (l'animatrice numero tre) e Al. (animatore numero quattro!) siamo partiti con l'auto di Al. Un'ora di ciacole, risate e buona musica. Abbiamo percorso a piedi la lunga discesa che porta alla pista e abbiamo fatto i biglietti.

Tanto buon divertimento. Tante cose buone, al prezzo di un sorriso e di un paio di pattini. E sapete qual è la cosa più bella? Accorgersi, percorrendo come un fulmine la pista e schivando i cadenti, che davvero sto cambiando, e nel migliore dei modi possibili. Sto cambiando perchè sorridere sta diventando una cosa che mi scappa. Sì, davvero, mi scappa. Proprio quando non me lo aspetto, proprio quando qualcuno dice una cosa gentile, proprio quando sono sovrappensiero o rientro a casa, involontariamente, sorrido.

Domenica scorsa avevamo fatto un incontro vicariale con i ragazzi di altre parrocchie veronesi e, prima di concludere, abbiamo svolto un momento di preghiera comune. Chi voleva poteva esprimere un ringraziamento al Grande Capo, per qualunque cosa, non importa quale. Visto che erano in tanti a farlo, anch'io, imbarcando rosso su tutta la faccia, a un certo punto mi sono sforzata di tirar fuori la lingua.

Grazie, Signore Gesù, per il tuo amore immenso che mi sta cambiando da cima a fondo. 

Già, come negare che il merito è tutto suo?

coccola5

Comunicazione di servizio:
Da giovedì 8 dicembre sino a domenica 11 dicembre il blog chiude per ferie. Il nostro don ci ha proposto un finesettimana a Bose, sopra Torino, in un monastero e, ben conscia che se avessi rifiutato sarebbe venuto a prendermi a casa, ho deciso di andare. Quindi, la vostra suorina si assenterà per il finesettimana. Spero di riuscire a scrivere ancora prima di giovedì. Nel frattempo, miei cari lettori, buona serata. [LM, mio carissimo e abbraccioso amico, non te la prendere, non resterò per sempre in monastero a Bose. Qualche possibilità che torni c'è ancora! Salutami naturalmente il tuo Smielino.]

domenica 4 dicembre 2011

Svariati tentativi dopo

Che volete che vi dica? Io odio i cambiamenti, li affronto male e lentamente, e non sono un'esperta di codici, traslochi blog et similia. Sicchè per trasferire Rock My World da Splinder mi ci è voluta un'eternità. Ricapitolo dunque qui velocemente le ultime - disperate - puntate.

Dopo la disperazione iniziale nel leggere che Splinder ci avrebbe abbandonato per sempre, ho deciso di passare all'azione. Tempo fa avevo creato su Posterous, altro servizio di blog che mi piace ma ancora molto povero, un piccolo blog di "ripartenza". Quando però mi sono accorta che non consentiva di trasferire il blog senza essere un esperto di informatica, la disperazione si stava trasformando in tragedia.

Ho tentato con Wordpress, che supporta piattaforme di blog a me totalmente ignote come Israblog e non Splinder, poi con Blogger e infine, cercando una guida che facesse al caso mio - in altre parole, una guida per incompetenti assoluti - sono approdata ad Altervista. Come vedete dal template, AT è in tutto e per tutto simile a Splinder, con la differenza che consente un passaggio incolume del blog. Vi lascio qualche dritta per il trasferimento, sia mai che a qualcuno serva:

1. Dalle opzione Configura di Splinder, cliccate su Esporta Blog e successivamente salvate il file in .xml (generalmente il pc propone in automatico questa estensione).

2. Create un account e un blog su AT (la homepage è: http://altervista.org/) e accedete alla bacheca del vostro blog.

3. Nella colonnina laterale, aprite la finestra Impostazioni e cliccate su Importa Blog.

4. Da qui caricate il file .xml che contiene i dati del vecchio blog, che avevate salvato precedentemente.

5. Una volta caricato il tutto, un'opzione sottostante vi consente di caricare anche le immagini. Ve la sconsiglio se avete molte immagini, perchè si rivela un'operazione pesante, quindi valutate caso per caso.

Divertitevi con il blog nuovo!

coccola5

ps. pubblico le novità personali in un altro post, solo per una questione di ordine.

giovedì 1 dicembre 2011

Trasloco

Visto che Splinder chiude i battenti, organizzo il trasloco: 

http://luxanimaemeae.posterous.com - Lux - Luce dell'anima mia

Ci si rilegge!!

coccola5

martedì 15 novembre 2011

Tanti auguri!

Vi assicuro, non rientra assolutamente fra le mie intenzioni lasciare il blog, anzi. Probabilmente, negli ultimi giorni i pensieri e la confusione - in certi momenti - si sono accavallati talmente tanto da non lasciare spazio ad altro.

L'evento di questi giorni, però, pare essere stata la festa di compleanno di mia madre. In occasione dei suoi cinquant'anni, le avevamo organizzato una festa sabato sera, naturalmente a sorpresa. Ciascuno di noi, mio padre compreso, ha preso parte all'organizzazione dell'evento a suo modo: mio padre e mia sorella hanno cercato un ristorante adatto, io ho realizzato un album fotografico assieme al fotografo della nostra cittadina, e mio fratello ci ha dato una mano con gli scherzi. Inizialmente eravamo preoccupati per la riuscita dell'effetto sorpresa, soprattutto quando mio fratello, che normalmente è un tutt'uno con la PlayStation, le ha detto che sarebbe andato a mangiare dalla nonna "per non stare da solo". Incredibile! Probabilmente, l'unica ragione per cui gli ha dato retta è che nel frattempo non trovava più il bancomat.
Alle 19.30 io e mia sorella ci siamo recate al ristorante per sistemare gli ultimi dettagli. Mio padre aveva "teoricamente" prenotato un tavolo per lui e la mamma, ed eravamo d'accordo di trovarci per le 20.30, ma i miei sono dei ritardatari cronici, e a un quarto le nove si stava scatenando uno stato a metà fra l'entusiasmo e l'isteria, una ridarella continua e in sottofondo. Quando sono arrivati nella sala, addobbata a festa e perfettamente apparecchiata, e tutti insieme abbiamo gridato Auguri! mi sono commossa. Di un pianto forte, irrefrenabile e quasi imbarazzante davanti a tutte quelle persone, dettato anche dall'emozione di sapere che ho al mio fianco una persona che mi ama.
Che mi ama con i suoi limiti, certo, ma che comunque fa del suo meglio: probabilmente non riuscirò mai ad affrontare con lei temi delicati come le Beatitudini per averne un'impressione, ma spero ci sosterremo sempre a vicenda.

C'è una frase di Jovanotti che pare adattarsi perfettamente a noi:
io e te, che abbiamo fatto a pugni fino a volerci bene.. (Il più grande spettacolo dopo il Big Bang)

Si riferisce anche a un altro fatto, ma lo riservo per la prossima puntata.

coccola5

giovedì 27 ottobre 2011

Dilemmi materni

Okay, se non fosse chiaro ho una confusione in testa da fare invidia. E non ho nemmeno il tempo di mettermi a riflettere un attimo ed escogitare un modo per dipanare questa matassa.
C'è un punto, però: le ultime due o tre persone che ho conosciuto hanno definito mia madre come "malata di una (non) strana forma di sindrome premestruale persistente". Mi chiedo se sono io a darne una descrizione sbagliata, o se le cose stiano effettivamente così.
Ai posteri l'ardua sentenza.

coccola5

sabato 22 ottobre 2011

Se altri possono, io no

Premessa.
Mi sembrava giusto inserire una breve premessa a questo post. Questa sera ho voluto scrivere di un argomento, quello della fede, che mi è più caro di tutti gli altri. Giunta a questo punto, all’inizio di un cammino di animatrice, mi sembrava giusto farlo. Anche qui sul blog, non posso fingere che il Grande Capo sia un aspetto marginale della mia vita. Significherebbe mentire a me stessa e, dopo tutto, anche a voi. Naturalmente ciò che vi racconto ha valenza per me, è un’esperienza personale e bella. Ma, in fin dei conti, innamorarsi del Grande Capo vale davvero la pena.

Negli ultimi tempi, come avrete notato, ho inserito qualche pensiero legato alla fede, e in settimana ho aggiunto alla colonnina laterale del template la preghiera del mattino. Questo di fine estate è stato, ed è ancora, un periodo di cambiamento, di trapasso, per essere esatti. Di trapasso, lento e difficile, da una condizione ad un’altra. Per me, che fatico particolarmente ad affrontare cambiamenti di qualunque genere, avere iniziato tutta questa ‘cosa’ è già un passo avanti.

Si tratta di rimettere a posto la mia vita. So che in genere questa viene classificata come un’odiosa frase fatta ma, credetemi, I mean it. Negli ultimi mesi ho assistito al lento ed inesorabile naufragio di una barca – la mia – nelle acque profonde e spaventose di un immenso oceano. Ci sono stati dei momenti difficili, perché a volte mi sembrava di non riuscire a modificare tutto questo ma, a quanto pare, mai dire mai. Diciamolo, i bei voti all’università, ottenere ciò che voglio quasi senza sforzo, godere di una libertà pressoché illimitata, non mi danno la felicità. Sono piccoli istanti che paiono soddisfarci, ma poco dopo già li abbiamo dimenticati.

L’anno scorso la nostra parrocchia ha accolto don D., il nuovo curato. Io l’ho conosciuto in una serata organizzata dagli scout cui era presente come ospite. Siamo entrati subito in sintonia: abbiamo una certa affinità di carattere, il che, essendo io in linea generale un’antisociale, facilita parecchio le cose. Inizialmente ci incontravamo sporadicamente, per caso, poi ci siamo accordati per vederci più di frequente. Un tacito accordo fra noi stabiliva, in sostanza, che io mi lasciassi guidare. Durante i primi incontri ero io a condurre la conversazione, a parlargli dei miei cavalli che mi ‘distraevano’ dall’Eucarestia domenicale, delle mie rade amicizie e dei miei rapporti a casa e con ‘quello là in alto’. Poi, di punto in bianco, mi sono ritrovata a dover rispondere a delle domande semplici, dirette: “ma tu glielo lasci un posticino a Gesù Cristo nella tua vita?”, “ogni tanto riesci a pregare?”, e una domanda tira l’altra. Mi sono ritrovata a un incontro per animatori di adolescenti mercoledì sera, coinvolta da una persona che stimo e, amo pensarlo, trascinata – a forza, direi! – dall’amore di Quello là in alto, del Grande Capo. E nemmeno due giorni dopo, don D. mi chiede se non vorrei diventare animatrice. Chi, io? Vedi qualcun altro qui? Allora proprio io. Sì, cosa ne pensi? Penso che la cosa mi elettrizza e mi spaventa. È normale avere paura. Dici? Dico. Accetto la “sfida”. Bene, si comincia stasera. Sei libera, no? Sono libera, sì.
Parlavo del mio rapporto con il Grande Capo – chiamiamolo così il mio Gesù Cristo, almeno per il momento – con F. giusto sabato scorso. E anche a lei ho fatto lo discorso che ho fatto con altri, e che è il punto focale di questo post.

Non è che non si possa vivere senza Gesù Cristo. Ce ne sono di persone che vivono senza, e anch’io ho avuto dei momenti di lontananza. La differenza sta nel modo in cui si vive, e io senza di Lui faccio una fatica bestiale. Quando sto con Lui faccio fatica, ma questa sensazione così grave si tramuta in sollievo e serenità. Io non sono convinta, a differenza di quanto diceva il mio amico LM qualche post fa, che la felicità sia questione di un attimo fugace. La felicità è uno stato che perdura nella misura in cui vogliamo che questo momento si prolunghi. 

E, per quanto io ci giri intorno, è con Gesù Cristo, con il Grande Capo, che sono felice. Sono esageratamente felice, perché conosco la portata del dono che mi è stato fatto, e cioè conoscere Lui. I momenti più belli sono quelli in cui Lui c’è. E non sono felice per un attimo, lo sono, passatemi il tecnicismo, continuativamente.

In altre parole, se altri possono vivere senza di Lui, io non posso. Non l’ho deciso io, l’ha deciso sempre lui, il Grande Capo. Il fatto è che vivere con lui significa ricevere un invito a nozze: e non si può dire no.

coccola5

giovedì 20 ottobre 2011

Del seccatore

Ci sono persone che si innamorano, o diventano amiche, di qualcuno che fino a tempo prima non sopportavano. A me succede di rado, perché generalmente sono molto selettiva e non coinvolgo molte persone nei rapporti interpersonali. Un paio di anni fa, tornando da scuola in bus, ho conosciuto un amico di mia sorella. Ci siamo trovati da subito affini nel carattere, ma tra una battuta e l’altra ho scoperto che non sapeva cosa fosse un amore platonico. Inutile negarvi la delusione. Trascurando i motivi di questa discussione, che probabilmente mi porterebbero a scrivere un post illimitato, prima che scendesse dal bus ci eravamo comunque scambiati i numeri di telefono con la promessa di risentirci.

Come sapete, sono single da diversi anni, ergo non siamo mai stati insieme, nemmeno platonicamente. Forse quella battuta era un segno! Ad ogni modo, a inizio settimana mi contatta su Fb. Scopro di piacergli fisicamente, e che – ve lo dico senza tante perifrasi – vorrebbe vedermi per farsi una scopata. Utilizzando una sottile vena di sarcasmo, cerco di fargli comprendere che non esiste nemmeno la remota possibilità che mi vedrà svestita, almeno non con queste premesse. Come sempre mi accade in queste situazioni, quando non ne posso più salta fuori il mio amore per la grammatica e per i vocaboli sconosciuti alle masse: generalmente non lo faccio di proposito, ma stavolta sì. Spero che mi chieda cosa significa questo o quello, lo faccio per infastidirlo e per essere conseguentemente lasciata in pace. Giacchè la cosa non sortisce l’effetto desiderato, il mio amico mi scrive chiedendomi di inviargli una mia foto sexy. Sempre più nervosa, e desiderosa di chiudere la faccenda in fretta, gli invio questa:

 -> Gianna che bacia una statua!! Ammetto che comunque l’attesa di una sua risposta mi divertiva. Ma io volevo una tua foto!, mi scrive. Fidati, questa per te è sufficientemente sexy.
Come conclusione non sarebbe male, ma c’è di meglio. Lui, imperterrito, continua a proporsi come mio amante e io a declinare l’invito, finchè alla fine, desiderosa do dormire e preoccupata per l’esame del giorno dopo, gli do la buonanotte e il benservito. “Non credi che la buona riuscita dei miei esami universitari abbia la precedenza sul cybersex all’1 di notte? E poi sono sicura che a masturbarti sei un genio, abbi fiducia in te!”. Fine delle scocciature.

coccola5

Comunicazione di servizio.
La colonnina nuova che trovate a sinistra, dal titolo Di te ha sete l'anima mia è uno spunto di preghiera per quanti si sentissero di condividerlo nel cuore. A me è stato proposto come pensiero mattutino, a cui va aggiunta la domanda che trovate scritta in corsivo. Mi sembra un buon modo per iniziare la giornata e, almeno per me, funziona bene. Tenete caldo il cuore, di qualunque cosa lo faccia battere forte.

giovedì 13 ottobre 2011

Ti telefono o no

Mentre facevo pausa dallo studio, pochi minuti fa, ne ho approfittato per fare un paio di telefonate. Dopo aver chiamato l'università per risolvere una formalità, ho digitato il numero di E. 

Non lo sentivo.. praticamente da Aprile. Lo avevo chiamato un paio di settimane fa dopo essere tornata in ristorante. I ragazzi mi avevano detto che si informava su di me, di tanto in tanto, e quindi - ne avevo dedotto io - probabilmente gli mancavo. Di sicuro pensava a me. Oggi ci siamo accordati per vederci domani, verso le 17. Un'oretta assieme prima che vada a lavoro. La cosa mi fa sorridere. Non si tratta proprio di gioia, è qualcosa di incerto fra l'attesa e il pregustare la scoperta. Sono curiosa di scoprire se ci sono novità, se ha fatto qualche passo avanti.

Di fatto la telefonata non è durata più di un paio di minuti striminziti e frettolosi. Sono abituata alle telefonate on the way. L'unica con cui parlerei per ore attraveso il ricevitore è F. Con lei le cose da raccontare, i dettagli e i particolari aumentano parola dopo parola. Da un argomento ne nasce un altro, come i fiori a primavera. Sbocciano gentili le risate, il tono della voce cambia lentamente e in modo misurato.

Di fatto, conosco sempre benissimo le persone di cui mi circondo. Alle scuole medie, la mia amichetta si chiamava Melania. Ne conoscevo tutti i possibili toni di voce, e ricordo che, rimanendo all'altro lato della stanza, percepivo esattamente i tempi della conversazione dal suo gesticolare, dal suo modo di muoversi.
Lo stesso è sempre valso anche con E. Dopo qualche tempo, ho imparato a conoscere il suo sguardo meglio di altre persone. Ogni tanto capitava di incontrare l'idiota di turno che diceva qualche cosa stupida in pubblico. E. lo guardava come si guarderebbe uno scienziato, gli occhi fissi sulla sua figura per qualche istante dilatato. Io, non so bene perchè, ho sempre pensato che si rifiuti di giudicare, probabilmente perchè - anche in quanto gay - conosce il peso del giudizio degli altri.

Non so quantificare il mio desiderio di vederlo domani. A distanza di mesi è difficile riprendere un rapporto, e sono certa che mi offenderebbe se E. fingesse che in questi mesi ci siamo visti tutte le settimane, come abbiamo sempre fatto. Mille pensieri vagano effervescenti nella mia testa: la preoccupazione per l'esame e la voglia di staccare, il modo in cui la prenderà mia madre e i miei 20 anni e, in fin dei conti, l'effettiva voglia di incontrarci. Mi sto chiudendo anch'io per qualche ragione: ultimamente spero come non mai di non trovare in giro persone che conosco e di non doverle salutare per forza. E' un periodo di assoluta apatia: parlo pochissimo - il che per me è più unico che raro - e ascolto poca musica, altro fatto per me straordinario.

Dire che sono confusa è riduttivo. Gira, gira, gira la testa senza fermarsi un attimo.

coccola5

mercoledì 12 ottobre 2011

Una possibilità di cambiare le cose

Da alcuni giorni cercavo lo spunto giusto per scrivere. Stamattina sono capitata su questo articolo di Repubblica praticamente per caso, ma volevo raccontarvi la storia. Forse qualcuno di voi l’avrà visto, I ragazzi stanno bene, il film con Julianne Moore uscito in aprile di quest’anno. Io ne ho avuto l’occasione ieri sera e stamattina cercavo qualche informazione sui figli delle coppie gay in Italia e sulla situazione attuale. Dopo aver letto un articolo, il motore di ricerca del quotidiano mi propone questa storia, così intitolata: La cabina per fototessere come casa. La storia di Giovanni, operaio senza lavoro.

Mi riservo di citare in fondo la pagina dove trovate l’articolo, e del resto l’argomento mi sembra già ampiamente sviluppato dal titolo. Sì, è la storia di Giovanni, questo imbianchino rovinato dalla crisi. Non è il primo, da qualche anno a questa parte, ad aver “cambiato casa”. La gente lo ha notato, com’è naturale, i bar in giro gli hanno spesso offerto colazione e pranzo ma, a parte questo, la sua città ha ammesso questo status quo soltanto quando a Giovanni sono sanguinati i piedi per un blocco della circolazione sanguigna.

Mi domando perché restiamo tutti a guardare. Io inclusa. Delle volte passo di fronte a delle scene di povertà e l’unica reazione accettabile che riesco ad avere è un senso di pietà, prima ancora che di compassione. Ciò che accomuna quasi tutti è che, a parte guardare queste persone e pensare “poverino”, non li aiutiamo veramente e nel modo giusto. Non offriamo loro un lavoro se possiamo farlo e, quel che è peggio, fingiamo che non esistano.

Con questo post non voglio fare la morale proprio a nessuno, se non a me stessa. Voglio appellarmi alla nostra possibilità di cambiare le cose e di fare concretamente un atto buono. Kant diceva che deve essere un imperativo morale. Ricordo ancora le parole del prof di Filosofia quando ci ha spiegato questo concetto: “non lo faccio perché mosso a compassione, perché devo redimermi da qualche colpa o perché spero di ottenerne un riconoscimento o una ricompensa, lo faccio perché devo farlo. Non c’è altra motivazione.”
Per il momento, ciò che posso concretamente fare è raccontare qui questa storia e farla conoscere a quante più persone possibile.

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/10/news/uomo_cabina-22969689/: qui l'articolo di Repubblica.

coccola5

venerdì 30 settembre 2011

Croce sul cuore

A volte non succede niente di importante per giorni. Con "importante" non intendo matrimoni, traslochi, o cose del genere, intendo accadimenti che lasciano un segno, anche piccolo, nel tuo cuore.
Quei giorni passano un po' nell'inattività, nell'apatia. Non vedi l'ora che sia sera per andare a dormire, sperando che farai un sogno memorabile. E quando la mattina dopo ti svegli, sei consapevole del fatto che le cose non cambieranno per magia.

Stasera ho visto un film, Stanno tutti bene. Niente di speciale, a mio avviso, semplicemente una piccola lezione per quei genitori che pretendono troppo dai loro figli, ma i film mi lasciano un pizzico di buonumore, e alle volte mi danno la spinta per riguardare dentro me stessa.
Non ci ho pensato troppo: ho spento la tv mentre scorrevano sullo schermo i titoli di coda e mi sono inginocchiata sul marmo. Ho promesso a Dio, ma soprattutto a me stessa, che quei giorni apatici e vacui sono terminati. Ci sono tante cose che posso fare, e ho tanto tempo da spendere bene, soprattutto ora che posso disporne come meglio posso. Ho un'infinità di ore per leggere, studiare, ascoltare musica, migliorare il mio tedesco e lo spagnolo. Ho chiesto scusa perchè non posso permettermi di sprecare i miei talenti, davvero.

Eccola qui la mia promessa. E' una cosa grande, ma non così tanto. Croce sul cuore.

coccola5

mercoledì 28 settembre 2011

No guasti, no party!

Da qualche giorno io e mia sorella abbiamo casa libera: i miei genitori si sono concessi un’ultima vacanza prima dell’inizio vero e proprio dell’anno scolastico e lavorativo. Così, lunedì ne ho approfittato per invitare F. qui da me, anche per avere un po’ di allegra e sana compagnia. Ci siamo trovate nel pomeriggio, dato che la mattina dovevo recarmi in uni per farmi dare degli appunti per un esame, e abbiamo preso il bus insieme. F. è, in un certo senso, una novellina delle zone di provincia: abita in città e, a quanto ne so, raramente si reca nei “dintorni”. Di conseguenza, mi fa sempre un po’ tenerezza quando viene da me: mi sembra di essere una vera e propria donna di mondo, abituata come sono a prendere mille autobus e treni, a destreggiarmi fra coincidenze, autostrade e mille avversità.

La sera ci siamo fatte una pasta alla carbonara per cena e abbiamo visto un paio di film, ma la vera sorpresa l’abbiamo trovata il mattino dopo. Alzatami, sento la voce di mio nonno che mi chiama (erano quasi le undici!) e mi spiega concitato che l’impianto elettrico è.. puff! svanito. Non eccessivamente sconvolta, avverto mio papà per telefono: mi dice che mi manda l’elettricista che lavora da lui a dare un’occhiata e di fargli sapere più tardi. Dopo un paio d’ore di lavoro, emerge il guasto e si riesce a sistemare e, soprattutto, a far tornare la corrente.

A dirla tutta, sono abituata a questo genere di inconvenienti. Quando i miei vanno da qualche parte, anche la casa si prende qualche giorno di ferie. L’ultima volta il fornello aveva deciso di scioperare e per qualche giorno siamo andati da mia nonna per tutti i pasti, quella precedente è saltato il telefono e con lui Internet, quella prima ancora Spirit, il mio gattone, è morto e.. mettiamo la ciliegina sulla torta? Un paio di anni fa, i miei si sono assentati per qualche giorno. Avevamo appena preso una gattina bianca, come quella che ho ora, e una sera, dopo cena, non l’abbiamo più trovata. Quindi, ne dedurrete, casa libera non equivale a grandi feste.

Per il momento speriamo di arrivare a fine settimana senza altri problemi.

coccola5

mercoledì 14 settembre 2011

Mina e la mia voglia di studiare

Dove se n'è andata la mia voglia di studiare? La sto cercando disperatamente. 

In compenso ascolto musica. Ascolto, Mina per la precisione. Vi lascio con Parole, parole, parole che io... beh, semplicemente amo.

coccola5

http://www.youtube.com/watch?v=wrlew2G6nvA

lunedì 12 settembre 2011

Senza godermi ancora (Tributo - anche - a Gianna Nannini)

Si dice, a volte, che amare qualcuno significa lasciarlo andare. So che questo è incontrovertibile e innegabile, ma ammetterlo significa inchinarsi a questa verità. Nulla è più difficile di guardare dentro sé e riconoscere che qualcuno o qualcosa non fa per noi, anche se ce ne siamo innamorati, e dobbiamo lasciare che prenda la sua strada.

Che si tratti di una persona o di un cavallo, per me la difficoltà è eguale. Il grado è sommo, lo è sempre stato per una qualche logica ragione. Non avrebbe potuto essere più difficile trattandosi di JW, un amore grandissimo e malato. Non so quanto ho pianto, lottato e scalpitato, non saprei misurare in quanta parte mi sono data. Eppure doveva essere nell’anima, e lì ti lascio per sempre, sospeso immobile, fermo immagine, un fermo che non passa mai.

È così, con questo spirito, che questa mattina sono uscita a cavallo dopo tre mesi abbondanti di inattività. Ma non è lui che ho sellato, piuttosto Carrie, quella cavalla di cui vi avevo narrato qualche post or’è. Una passeggiata innamorante, anche se dall’inizio dubbioso, perché la piccola è morbida alla mano (leggi: la si guida facilmente), forse perché non esce spesso, ubbidiente e molto serena d’animo. Cammina come voglio e dove voglio, va da sola se glielo chiedo, sta davanti e dietro, non impazza per la strada al galoppo né si impenna dallo spavento. Ha il cuore forte, a voler usare una metafora.

Ha un cuore uso alle abitudini di molti cavalieri, più o meno rispettosi della sua indole così docile, della sua avanzata età, del suo carattere. Ci siamo conosciute lentamente, noi due. Stranamente, e inaspettatamente, ha compreso la mia difficoltà nel risalire a cavallo dopo tanto. Ancor più particolarmente, in qualche maniera affettuosa è “entrata” nel mio dolore, nel mio malinconico sentimento di abbandono per JW, e ha camminato per tutto il tempo vicino a lui, concedendomi di toccargli le orecchie e di carezzare più lui che lei.

A pranzo ci siamo fermati in un ristorantino molto carino. Dopo che abbiamo legato i cavalli, i miei sono andati a sedersi a tavola e io, forte del fatto che dall’interno non mi vedevano, mi sono coccolata JW. È stato straziante, un disperato baciarsi e carezzarsi di chi ha compreso che un amore è fallito e finito e, come negarlo?, ho infine pianto. Appoggiata alla sua criniera con la testa, con la voce completamente strozzata e le guance rigate, gli mormoravo la mia nostalgia. Mi manchi tanto, mi manchi tanto, ho ripetuto per due o tre minuti. Quando mi sono accoccolata vicino a lui, mi ha baciato un paio di volte e poi si è voltato, come un amante che se ne vada tristemente senza più guardare dietro sé.

È stato emozionante, dopo tutto. Bello e meraviglioso infine. Cantavo Pazienza di Gianna Nannini anche a Carrie, mentre i pensieri si disperdevano nell’aria. Nel pomeriggio il bosco mi ha soccorsa. Come se dai rami potesse parlare il divino, le fronde degli alberi sussurravano piano, il cielo azzurrissimo mai si è rannuvolato od oscurato, mai i sentieri mi sono parsi ardui e impervi. E quand’anche lo siano stati, Carrie ascoltava la mia voce canterina.

E infine Franco, compagno nelle nostre passeggiate da una vita, che mi ha portata lontano al galoppo. Un galoppo dietro l’altro, ad occhi chiusi, un orgasmo sempre più grande ed innamorante, un sentimento di dolcissimo oblio e accettazione. Rinascere al galoppo, a cavallo, ecco perché non posso accantonare l’equitazione per via di un amore fallito. Se non fossi sempre e comunque salvata dai galoppi, non so che altro potrebbe ridarmi la vita e la gioia di vivere.

 Qui c’è tutto quello che volevo scrivere di oggi, tutti i miei contrastanti sentimenti. La giornata di oggi è stata poesia e musica, è stata dolore e gioia, serenità nuova e ritrovata. È vero, è tempo che le cose cambino per me, e io ho iniziato così. A cavallo, come sempre.

Ti bacio, JW, ti auguro di essere sereno, ti auguro che la tua paura venga sventrata dalla forza del tuo galoppo. Fa come se fosse un muro nero di cartongesso: saltale dentro e divorala. Distruggila con le tue zampe forti, con le macchie bianche della tua schiena. Verrà un giorno in cui staremo ancora insieme, ma non è ora quel tempo. Dobbiamo avere pazienza, come dice Gianna, mio adorato JW. Ti stringo forte al petto, lì dove ti strofini sempre. Se c’è una tua strada, seguila con forza, con le falcate dei galoppi. Ti prometto che ti salveranno sempre.

coccola5

venerdì 9 settembre 2011

Tre righe di tempo

Ho qualche riga di tempo. Ho qualche riga da scrivere – e di libri, grazie al cielo.

L’unica libreria di Verona che rimane aperta in orari serali è in pieno centro, vicino la chiesa di S. Anastasia. Non è particolarmente vasta, ma compro lì la maggioranza dei libri e dei vocabolari che mi servono, e poi l’atmosfera è piacevole.

Una sezione di dimensioni accettabili è dedicata ai classici greci e latini, e ogni tanto si trova qualche nuova edizione, una traduzione rivista dell’Iliade o di Sallustio, uno sconticino su quei libri che a nessuno – tranne a me e pochi altri, suppongo – viene in mente di leggere. È così che stasera, destreggiandomi fra novità editoriali, libri in lingua e classici BUR in sconto, noto un’edizione in due volumi di lirica greca, edita da Bompiani. La carta è ottima, vi sono note e testo a fronte in greco, mi accingo a guardare il prezzo sperando che sia abbordabile. E... 18 euro! Lirici greci sarà mio la prossima settimana, non appena avrò ricevuto lo stipendio di questo mese.

Per il momento mi “accontento” di Umberto Eco: ho finalmente acquistato un libro che mi ha sempre incuriosita, Dire quasi la stessa cosa. Per una maniaca della lingua e della grammatica come me, è un vero calmante dell’anima (dopo Gianna Nannini, è ovvio). Non vedo l’ora di iniziare a leggerlo e di raccontarvi qualche cosina.

Si si, e poi? Passa ad altri lidi narrativi, la grammatica nuoce alla salute psichica..*
Davide? Il lavoro? F.? E. è morto? Orbene, risponderò a puntate. Oggi, in tre righe, vi dirò di Davide.

L’ho rivisto oggi a fine turno. Come sapete, è ora in un altro bar della G.A. Faceva il figherrimo (dai, me lo concedete invece che “superfigo”?!)  con i suoi amici, e mi ha chiesto di aspettarlo per fare due chiacchiere. Dopo dieci minuti mi accompagna alla macchina e intanto parliamo. Davide è uno dei pochi colleghi con i quali eludo perfettamente l’argomento lavoro. Inevitabilmente ci ritroviamo sempre a parlare d’altro: masturbazione (!), gusti musicali, famiglie ammattite.. c’è una buona sintonia fra noi, e a me – come negarlo? – fa davvero bene una compagnia così positiva.

Nel prossimo episodio vi racconterò del lavoro: ce n’è da scrivere, ma devo calibrare una giusta dose di ironia per voi.
coccola5 

lunedì 5 settembre 2011

11 agosto

Quest’anno ho completamente dimenticato l’11 agosto, la festività di S. Chiara d’Assisi. Dall’estate del 2008 sono particolarmente legata a s. Chiara: quell’anno il campo-scuola si svolse ad Assisi, cittadina che ho amato tantissimo, e ricordo quanto mi legai ai luoghi della santa, alla sua vicenda biografica e alla sua vocazione così strana e – solo – apparentemente assurda. Assieme agli animatori visitammo tutte le chiese di Assisi, fra cui quella dedicata a lei, e lì scoppiai a piangere come una bambina. Ero entrata con due amiche e decidemmo di inginocchiarci a pregare. Non c’era tantissima gente all’interno della chiesa e l’inginocchiatoio davanti al crocifisso era libero. Lì trovai una preghiera che conservo tuttora a casa. La cosa davvero strana di quel momento fu che la preghiera si impresse nella mia mente in modo indelebile alla prima lettura: la ricordo perfettamente, e la recito abbastanza spesso quando ne sento il bisogno.

S. Chiara mi ha sempre un po’ “salvata”: non voglio dire che esaudisce tutte le mie preghiere, ma sento vivida la sua presenza nella mia vita. È a lei che torno spesso col pensiero quando sento il bisogno di semplicità, di stabilità o di una certezza. Lei c’è, in altre parole.

Queste poche righe sono una pubblica ammenda per essermi dimenticata del suo giorno, nonostante lei mi abbia aiutata in così tante circostanze. Il mio pensiero dunque va a lei questa sera.

Non ho mai raccontato l’episodio di Assisi apertamente. Lo conoscono poche persone: oltre alle due compagne che erano con me quel giorno, soltanto mia mamma e la mia nonna paterna. Di queste, solo mia nonna ha compreso appieno l’importanza per me di quella vicenda e, francamente, in pochi sanno qualcosa della mia vita spirituale, per non dire nessuno.

Che cosa voglio dire? Voglio dire che spero mi perdonerete anche voi se non vi racconto dei 30.000 ospiti di sabato a Gardaland, se non vi racconto dei leggeri e passeggeri alterchi fra colleghe o della mia giornata di oggi. Abbiate pazienza, ogni tanto le necessità mi sovrastano e questa è una di quelle.

coccola5

domenica 21 agosto 2011

La cosa più figa al mondo

Di riposo. Dopo sei giorni di lavoro una lunghissima dormita ci voleva. Mi sono addormentata all’1 iersera, in “piena regola”, cioè soltanto slip e reggiseno sotto il lenzuolo verde.

Stamattina, contrariamente alla norma, mia madre mi ha chiamata alle 11.40. Solitamente a casa mia la sveglia suona alle 8.15, e questo trecentosessantacinque giorni l’anno compresi i bisestili, il giorno di Pasqua e di Natale e i nostri compleanni. È una regola della casa. Adesso però si rende conto che la sera sono proprio sfinita e che ho bisogno di dormire maggiormente, almeno nel giorno che ho di riposo. Certo, è venuta a svegliarmi con la sua solita cortesia (Allora, ti vuoi alzare?!), ma considero questo di oggi un grande progresso!

A pranzo ne ho approfittato per parlare con i miei dell’equitazione: per me esiste l’idea (e la possibilità economica) di comprare un cavallo, loro invece aspetterebbero. Il lavoro nella Grande Azienda mi consentirebbe l’acquisto di un pargoletto equino e circa due mesi di mantenimento, ma poi? Mio padre dice che, a questo punto, potrei chiedere la mezza fida di Carrie, una cavallina che nessuno usa da tanto. Ha il mantello di un marrone molto scuro, ha circa vent’anni ma fa davvero poco movimento: in mezza fida mi costerebbe cento euro al mese e la cosa sarebbe fattibile, ma... il problema è che questi cavalli, che di solito chiunque usa, principianti e non, non sono abituati alla mano di un solo cavaliere e sotto questo punto di vista sono abbastanza difficili da gestire. Carrie, anche per la sua età, è molto tranquilla e perfettamente affidabile, almeno in teoria. La pratica è un altro discorso. Per il momento, dunque, non abbiamo deciso nulla, se non di provarla alla prima passeggiata e poi decidere il da farsi.

Senza cavallo non riesco proprio a stare. In realtà, di chi non posso fare a meno è JW, e ogni volta che ci penso è un dolore lancinante. Quasi nessuno, se non – forse – chi legge il blog, ha intuito la mia immensa sofferenza. Perderlo, ritrovarlo e perderlo di nuovo è stato davvero arduo da accettare. Si trattava di riconoscere che cavallo e cavaliere non sono fatti l’uno per l’altra. O meglio, accettare anche il fatto che, se pure un cavallo come JW ti ama al punto di seguirti senza longhina, non riesce però a superare le sue paure e a fidarsi completamente di te.
Io e Beauty, la cavalla che avevo prima di lui, eravamo un tutt’uno, perfettamente in sintonia sempre. Mi fidavo di lei al punto da lasciare le redini per qualche minuto, in caso di necessità.

Mi resta sempre la mia micina, è vero, che adesso mi osserva dal letto mentre scrivo. È gelosa incredibilmente del mio pc, perché non possono stare sulle mie gambe contemporaneamente, però la notte si fa spazio fra le mie gambe e si addormenta lì fino alle tre, le quattro di mattina.

Qual è la cosa più figa al mondo, secondo te? mi ha detto Davide qualche giorno fa.
Il galoppo a cavallo.

coccola5

sabato 20 agosto 2011

PR, il problema e altri racconti

Si ricomincia, e l'orario di oggi è, se possibile, peggiore dei giorni precedenti. 12-15 e di nuovo in cassa dalle 19.30 alle 23. Particolarmente distruttivo, ne converrete.
Devo tuttavia dire che come orario non mi dispiace per la sola ragione che mi consente di starmene al lago di Garda con i piedi in ammollo per tre ore. Proprio vicino a noi c'è una spiaggetta, e allora vale la pena approfittarne.

Compagnia di questi ultimi giorni è Il Corsaro nero di Emilio Salgari, grazie al Corriere della Sera. Ogni settimana, di mercoledì, esce un classico dell'avventura: fra questi Verne, Salgari (ma non verrà pubblicato Sandokan), Twain, London e altri. I libri escono al prezzo di 6,90, quindi mi sembra buona cosa approfittarne. 
Il Corsaro nero mi piace molto, anche se non avrei mai pensato di "prendermi" per un libro simile. A quanto pare, leggere di indisciplinati pirati mi affascina parecchio. Non credo che come libro si possa definire un capolavoro: ogni tanto, a mio avviso, è rimasta nella penna qualche virgola ed è invece uscita qualche espressione inadatta al tema, ma in generale il linguaggio dei pirati parrebbe essere presente.
Ogni tanto mi ritrovo a ridere da sola per qualche battuta presente al suo interno o ad avere un po' di batticuore sperando che il Corsaro nero riesca nelle sue imprese... i classici sintomi di un lettore incallito come me! ;)

Sapete che mi aspetta ora, prima di andar via? Un bel po' di pulizie della mia camera che, se potesse, urlerebbe certamente. Ah sì, e la gestione di un fratello quattordicenne parecchio fuori di testa (da ieri rinominato appositamente per il blog PR, Psicopatico Rompiscatole). Ieri sera ha annunciato solennemente che "voleva uscire per picchiare G.", suo amico (sì, in effetti questo è da verificare!). Io e mia madre abbiamo avuto un bel daffare a trattenerlo e quando l'ho rimproverato per aver mandato a quel paese mia madre mi è arrivato un destro sul braccio sinistro. Mica male, no? 

In tre parole, questa casa è un covo di matti.

coccola5

venerdì 19 agosto 2011

Lavoro, cena, letto. Lavoro, cena, letto. Moltiplicate per sei (giorni). I vostri genitori vi considerano come un'apparizione, voi vi vedete come un noioso e meccanico bradipo. Al lavoro dicono che siete bravini. Vaff...!!

Davide? Siamo un duo avventuroso, noi. Son salita con lui per la prima volta in motorino e gli ho quasi fatto passare dei guai: io senza casco, in due su uno scooter, secondo voi dove siamo passati? Davanti alla caserma dei carabinieri!! Si, si.. tutto è bene quel che finisce bene, però che spavento! 

E poi gli manco, pare. Dice che a pulire i vassoi senza le mie strambe conversazioni si annoia. Dunque ti manco? Eccome!

A presto, miei fidati lettori, il lavoro chiama. [E pare che si viva per lavorare, e non il contrario, ahimè.]

coccola5

lunedì 15 agosto 2011

Ti aspetto. Per pietà.

So che scrivendo farò ordine fra i miei pensieri, e quindi al momento mi sembra un’attività decisamente utile da compiere. C’è qualche novità sul fronte lavoro, e vale a dire che il numero dei litigi furibondi tra me e la cassa si è decisamente ridotto: abbiamo trovato un tacito accordo che ci permette di convivere (io non piango esaurita e soprattutto conto bene il fondo e lei.. beh, lei fa sempre il suo lavoro!) e, definito il patto di stabilità fra le parti, sto molto meglio.

In compenso sono partiti tutti: i miei sono a cavallo per il week-end e torneranno domani, F. è partita per la GMG di Madrid e D… D. è partita, ma in un senso differente. Quello che mi ha sorpreso, è stata la batosta: pensavo di essere oramai un’esperta in fatto di scelta di amicizie, e invece mi sono dovuta ricredere. Il punto è che io vedo l’amicizia come un prendersi cura l’uno dell’altro, e con lei non succedeva. Mi ha detto che ho l’innata capacità di scomparire nel nulla, le ho risposto che lo sapeva fin dall’inizio e che è un fatto caratteriale cui non so porre rimedio. E comunque, a non sapere nemmeno dei problemi di mio padre e a non farsi sentire per tre mesi, era lei. Giusto per puntualizzare lo stato di cose. Non penso a lei quasi mai ora: il pensiero che ci rivedremo casualmente mi tocca solo in maniera laterale, forse sono talmente amareggiata che non voglio nemmeno pensare alla nostra rottura e a cosa succederebbe se.

Considero da sempre gli amici quasi come degli amori – e chi ha letto della mia amicizia con E. può confermarlo - persone per le quali do ogni cosa, ogni singola cellula di me stessa e rompere con loro in modo più o meno traumatico, più o meno accidentale, mi ferisce immensamente. Non tutte le persone restano per sempre, però spero sempre che condividano con me una parte di percorso abbastanza lunga. E questo è quanto: ci sarebbe altro da aggiungere, ma preferisco spostarmi su lidi più interessanti e divertenti, almeno per il momento.

Partiamo dall’argomento più facile: F. Come vi dicevo, è partita per le vacanze con un grande zaino da trekking e, sottolinerei, è partita anche grazie a me. Perché tanta modestia? Perché ieri sera, dopo lavoro, ci siamo viste con l’esplicito intento di “fare lo zaino, ti prego”. Fortunatamente aveva già sistemato sul letto le cose da portare. Una precisazione ci sta: sistemare può essere sostituito da buttare alla più caotica rinfusa senza particolari conseguenze sintattiche e semantiche. Si, perché sul letto – e nelle stanze adiacenti – regnava sovrano il caos. Le ho fatto sistemare i pantaloni con i pantaloni, le maglie con le maglie e le scarpe con le scarpe e insieme le abbiamo insacchettate e disposte nello zaino in ordine di “utilità” (per chi non lo sapesse, l’ordine è circa questo: maglie e pantaloni sotto, intimo più sopra, sopra ancora pigiama e cambio per il giorno successivo, infine un avemaria – o un’imprecazione, a seconda del soggetto svaligiante - per riuscire a chiudere lo zaino e sacco a pelo e stuoino). Sua sorella – e lei stessa – mi guardava ammirata e continuava a ripeterle: “vorrei vedere quando lo zaino lo farai tu!!” e intanto se la rideva di gusto. In tutto questo abbiamo cenato e ciacolato.

E questo ormai ci porta al secondo – e ultimo, contenti? – argomento. Di che abbiamo disquisito? Di molte cose, questo è certo, e a me gli argomenti raramente difettano, ma anche, e sottovoce per non turbare la sua famiglia, di Davide. Il collega che mi attrae terribilmente e di cui vi accennavo il post precedente. Un gran bell’elemento, quello. Castano, carnagione chiara e occhi scuri, qualche minuscolo taglietto sul viso: non eccessivamente piacente secondo gli attuali canoni estetici, abbastanza sfacciato da dirti qualunque (quasi – e grazie al cielo) cosa appena gli venga in mente. Sabato abbiamo pulito insieme i vassoi, e intanto mi raccontava la sua storia dannata, io gli spiegavo che in questo senso gli faccio compagnia. Insomma, lui ha la sua storia con cui impressionarmi (parziale perdita di memoria dopo un incidente di arti marziali, famiglia sgangherata e altre varie) e io ho la mia (incidenti vari di percorso, carattere spaventoso e spaventevole e altre varie): così composti, nessuno dei due si impressiona poi molto. Non io, almeno. Storie così ne ho sentite almeno cento e ci ho fatto il callo: non che le ritenga superficiali, anzi, ma conosco spesso il prologo e il proseguo e anno dopo anno non ci lascia più muovere a pietà o compassione. Detto questo, veniamo – dialogicamente parlando – al sodo: ci ritroviamo a parlare delle nostre compagnie di letto. Che si tratti di una seconda persona o delle nostre dita, come nel mio caso, mi è piaciuta l’estrema naturalezza della conversazione, con qualche risata e altre parti serie. Quindi, dicevi, ti tocchi e poi dormi da dio?, mi fa, riprendendo il filo del discorso. Sì, hai colto il punto. Ti rilassi al punto che stai proprio bene e quindi poi dormi anche bene. Inizialmente lui ride. Perché me ne parli? Perché lo faccio io, più che altro perché è naturale e tutti, in misura diversa, lo facciamo. Che senso ha nasconderlo? Non mi dà torto, mi fa notare che mi sto rilassando e che parlo più lentamente adesso, io vorrei rispondergli che, se potessi, me lo scoperei seduta stante, invece ribatto che non mi va la psicanalisi. Mi asseconda e poi cambiamo argomento: ridiamo in continuazione e i colleghi che passano notano la nostra complicità. Al momento della distinta cassa me lo ritrovo di nuovo vicino. Che fai?, gli chiedo. Ti aspetto. Per pietà. See, per pietà. Comunque resta, mi fa piacere., gli rispondo in fretta. Il momento più ansiogeno è quello e mi fa piacere che qualcuno mi affianchi in silenzio. Lui però parla in continuazione con me e con V., una nostra collega, e alla fine sbotto: E piantatela di parlare e  schiamazzare! Sto facendo la distinta, mi serve concentrazione! Abbassano la voce e io riprendo a smazzettare le banconote e le monete. Poi si offre di darmi una mano e gli dico cosa fare, infine mi accompagna all’auto. Che poi, vedi, noi che abbiamo il riposo la domenica siamo quelli più fighi!, esclama cammin facendo. Quindi intendi che sono figa anch’io?, azzardo ridendo. Beh, non proprio!, ride anche lui, ma in realtà lo pensa.

Posso dirlo? Mentre altre colleghe parlavano con lui, una puntina di gelosia c’era. E dai, per una volta speriamo bene. Se non mi faccio prendere dal panico potrei farcela.

coccola5

venerdì 12 agosto 2011

Mi sto tirando fuori

L’intento era quello di raccontare della rottura con D., per altro nell’aria già da qualche tempo, ma non voglio stancarvi con queste cose. È un rapporto che se ne stava andando da un po’, averlo lasciato non mi fa stare peggio.

E invece… ci sono cose belle ogni giorno. Scoprire un’altra fan di Gianna al lavoro, stare benissimo in cucina come in cassa, trovarmi benissimo col mio collega che fa il matto e ride in continuazione, essere in buoni rapporti con le mie responsabili. E riuscire a fare la distinta da sola. E non trovare la fila al casello dell’autostrada, il che, credetemi, è un autentico miracolo.

C’è qualcosa di nuovo in questo lavoro: mi sta un poco abbandonando il senso di inadeguatezza, di eccessiva timidezza e freddezza. Gli ultimi giorni mi hanno sfinita al punto da causarmi uno sfogo sottocutaneo sulla schiena, ma ora sembra essere iniziata la discesa. Non voglio mettere troppo le mani avanti, ma sto bene. È così esilarante dirlo e sapere che è vero.

Mi conoscete, non so mentire su di me. Ogni volta che l’ho fatto è crollata poi parte della mia vita, e dalle batoste qualcosa si impara. Ogni tanto mi faccio un po’ paura, ma so che sto diventando vera. Sto diventando donna e la persona che ho immaginato a lungo di essere: amabilmente di sinistra, attenta ai temi sociali ed ambientali, informata sulla politica, abbastanza schietta da non lasciarmi calpestare e altrettanto sensibile da non offendere il prossimo.
Certo, soffro ancora di una tale ansia da far preoccupare chi mi sta intorno, ma per qualche insolita ragione, lo considero un problema secondario.

Faccio sempre i miei strani sogni. Mi tocco spesso perché così sto bene con me stessa e perché ne sento il bisogno quotidiano, parlo delle donne che mi attizzano con gli amici che mi sono vicini e ascolto ogni giorno due ore di musica come un mantra che poi funziona. Considero sempre il galoppo a cavallo la cosa più bella, libera e arrapante sull’universo e non riesco a non pensare che senza JW ho perso una parte di me, ma ancora non riesco a stimare il danno.

Ora sono proprio io, forse faccio un po’ paura, ma mi sto tirando fuori. (G.N.)

coccola5

mercoledì 10 agosto 2011

Sfinita

Non ce la faccio più. Per tutto: amici che scopri non essere tali, l'ansia di gestire una cassa, 120km al giorno in autostrada, rientro all'1 di notte dal turno serale, ragazzi di ripetizione che danno buca all'ultimo secondo...

La cosa buona di oggi? Solo un caffè. Quello che mi ha offerto mia zia E. stamattina. E' bello anche scoprire che, sotto sotto, non siamo tutti degli stronzi impuniti. 

coccola5

martedì 9 agosto 2011

Due pensieri o tre

Senza scrivere non riesco proprio a stare. Vorrei parlarvi di tantissime cose, ma due mi premono in particolare. Sono due brevi riflessioni, due pareri, niente di più o di meno. Mi piace l’idea di mettervene a parte, ecco.

Innanzitutto avevo promesso di scrivere qualche riga sul libro che ho letto, Da qui vedo la luna di Maud Lethielleux. Si può sicuramente dire che lo stile del libro è molto semplice per chi è abituato al “gergo della strada”, o comunque a leggere libri di autori come Irvine Welsh, che trattano argomenti legati alla strada. Un po’ più difficile da comprendere potrebbe risultare se non ne capite niente, ma ci si abitua comunque in cinque o sei pagine. Il libro racconta la storia di Moon, una ragazza di 18 anni che vive per strada già da due anni, ed è innamorata della semplicissima vita che conduce. Fra gli altri senzatetto ha trovato un fidanzato, Fidji, che la accompagna in ogni giornata. Ma Moon ha una marcia in più rispetto agli altri suoi amici: decide di scrivere un libro di memorie per Fidij, libro che presto prenderà una piega più che altro fantasiosa. Frega un bloc notes e qualche penna in edicola e inizia a scrivere. Le sue parole e i suoi pensieri, che dapprima escono con fatica, iniziano poi a uscire spontaneamente, scrivere diventa per Moon un autentico bisogno fisiologico. Quando Slam apprende del suo libro, decide di rivolgersi, tramite un’amica presso cui vive, a delle case editrici e con uno scherzo fa in modo che Moon possa essere contattata dagli editori. Il che accade: due case editrici sono interessate al libro e la ragazza si presenta da loro, ripulita grazie a Slam. Ma quando sceglie l’editore, questi inizia a chiedere dei tagli e delle modifiche a quel testo giudicato inizialmente ottimo, poi addirittura la riscrittura dell’intero manoscritto. Per Moon il colpo è talmente grosso che tenta il suicidio. Ma poi, cullata fino al risveglio dal coma proprio dai personaggi della sua storia, decide di provare a rivolgersi nuovamente all’altro editore, che sceglie di pubblicare il suo libro.

Quello che del libro mi ha veramente colpita è stato l’amore per le parole da parte della scrittrice, usate con precisione, parsimonia e sapienza. Sotto questo aspetto, un lavoro molto ben fatto. Va anche detto che alcuni passaggi non sono chiarissimi, anche se con un pizzico di immaginazione si capiscono, e questo è un piccolo neo (o forse un pregio, non saprei dire..) del libro. Interessante anche il fatto che il libro sia frutto dell’esperienza personale della scrittrice, che aveva vissuto ella stessa per due anni sulla strada. Direi davvero un 8, se dovessi votare questo libro.

Il secondo pensiero è di tutt’altra natura, e perdonate il brusco cambio di argomento. Rientrando a casa questa sera, ho visto ancora una bandiera alzata al balcone di un appartamento. Una bandierina triste e isolata, a dire il vero. E con il brutto tempo di oggi, non dava un’impressione migliore, poverella. Mi ha fatto un poco ripensare al 17 marzo e a tutti gli eventi collegati. Francamente, non ho mai visto tante bandiere come in quel giorno e anche noi, benché io fossi contraria, l’avevamo alzata al balcone. Dopo due mesi, il 2 giugno precisi come la scadenza di una cambiale, l’abbiamo riposta e ripiegata. Fine della festa, fine dell’unità.. o sbaglio?

Il motivo per cui sono fortemente contraria all’alzabandiera in balcone o a casa è molto semplice. Il mio essere italiana, il mio sentirmi unita come cittadina e il mio sentimento nazionale non vengono dal tricolore appeso pochi giorni. Al contrario, vengono dal mio modo di comportarmi come cittadina: pagare le tasse regolarmente, impegnarmi per lo Stato nel modo che posso (scrutinatrice alle elezioni, volontariato, comportamento solidale con gli altri cittadini) e non tradire mai la mia italianità. In che senso? Nel senso che non predico bene e razzolo male: mi lamento sempre di come vanno le cose e non faccio nulla per migliorarle.
Piuttosto mi informo su quanto accade, partecipo attivamente al dibattito, partecipo a manifestazioni o eventi laddove lo ritenga necessario e utile per migliorare le cose. Credo che informarmi (e informarsi in generale) sia fondamentale: l’ho già scritto qui tante volte e non voglio ripetermi, ma ribadisco che, a parer mio, partecipare alla vita politica dello Stato, anche solo essendo informati sulle notizie del giorno, sia il modo migliore di essere italiani. Sapere cosa succede, andare a votare informati e coscienti e non a caso (o non andarci affatto, che reputo orribile). Trovo che sia uno dei pochi modi davvero validi, oltre a un atteggiamento che viene da sé stessi, per combattere quello che non troviamo giusto.

+Prima di chiudere volevo raccontare qualcosa di leggero e bello. Non so se l’ho già scritto, ma ho ritrovato un amore per le canzoni dello Zecchino d’Oro, della mia infanzia quindi. Le trovo piene di spirito costruttivo e non eccessivamente infantili (nel senso negativo del termine, perché si trovano parole “difficili” per l’infanzia, come sirtaki, ciuco ed espressioni che magari un bambino non conosce). Fra l’altro spesso hanno una o due strofe in lingua straniera (una addirittura in islandese).

Adoro questo atteggiamento costruttivo delle canzoni, mentre non sopporto il buonismo (qui intendo il pensare che tutto vada sempre bene, cosa che odio sconfinatamente), il compromesso come modello di vita, le parole belle senza letteratura. Per chi non l’avesse capito, parlo di Jovanotti e Ligabue. Proprio non riesco a soffrire i messaggi delle loro canzoni. E l’ultima canzone di Jovanotti, Il più grande spettacolo dopo il big bang, è una continua sfinente anafora.. dove sta l’amore per le parole?

Ditemi cosa ne pensate! ;-)

Ribadisco, come scritto nei riquadri a sinistra del template del blog, l’invito a scrivermi, se lo voleste. Il mio indirizzo e-mail è il seguente: princeton_girl23@hotmail.it. Parlatemi di qualunque cosa, in semplice amicizia e scambio di pensieri, e sarò lieta di rispondervi appena avrò un minuto libero, quindi a breve.

Ricordo, tuttavia, l’uso preferenziale dei commenti e degli mp: se dovete comunicarmi link mancanti o errati, mancanza dei credits per qualcosa o altre cose di questo genere lasciatemi un MP, per brevi pensieri sui post lasciate un commento. Portate pazienza se insisto su questo aspetto, ma è una questione gestionale del blog, per così dire.


Un abbraccio a tutti i lettori,
coccola5 

martedì 2 agosto 2011

Quella donna lì


Un nuovo mattino inizia, senza le note di Gianna o di qualche altro cantante, senza troppe parole.
Spalanco gli scuri della mia camera da letto, strappo via le lenzuola e le porto in lavanderia, spolvero, riordino, aspiro, rifaccio il letto. Passo l'aspirapolvere nelle camere da letto degli altri. 

Un ordinario martedì mattino. Più tardi chiamo D. Avremmo tante cose di cui parlare, in realtà, e non so perchè non mi decida a scriverle. Pazienza.

Mi sa che le canzoni di Gianna ci stanno. Mi sono innamorata di quella donna lì.

coccola5

giovedì 28 luglio 2011

Una grande inettitudine


Avete ragione. Da quando sono tornata ho un poco abbandonato il blog, e non per mancanza di ispirazione, ma per... la ritrovata voglia di leggere! E' una ragione semplicissima e quasi stupida, se vogliamo, ma è questa la verità. Ho iniziato ad andare più di frequente in biblioteca (prima compravo tutti i libri che leggevo) e sto prendendo a prestito vagonate di libri. Ed è giusto, dunque, che vi citi qualche titolo e magari che recensisca personalmente.

Federica Manzon, Di fama e di sventura. - Edizioni Mondadori, 19,50 euro.
In genere, sono restia a comprare libri editi da Mondadori, per il loro prezzo alto (20 euro per un libro mi paiono eccessivi) e per il capo della loro casa editrice ma va anche detto che pubblicano anche storie inusuali alle volte, che mi coinvolgono per qualche particolare motivo. E questa è una di quelle. Avevo letto un'intervista all'autrice su Vanity Fair, e il libro mi aveva affascinato. In biblioteca l'ho ritrovato casualmente e l'ho preso in prestito. 
Definirei questo libro, molto semplicemente, un'altalena. E' già il titolo a premonirlo e questi due elementi, la fama e la sventura, si intrecciano nella vita di Tommaso. La nascita di Tommaso, avvenuta il giorno più caldo dell'estate, è accompagnata dalla profezia della fattucchiera del paese, che parla già di un bambino particolare e fragile. E non si sbaglia. L'infanzia di Tommaso alterna momenti "protetti" dagli abbracci della nonna Vittoria alle estati in campagna con i malefici zii. E lì, quando Tommaso sembra aver fatto un nuovo amico, la sua già difficile fiducia nelle persone lo tradisce. La nonna decide che il ragazzo studi in collegio, e Tommaso conosce lì Ariel, il suo miglior amico e campione del nuoto. Ariel che sembra non tradirlo mai, nemmeno durante i rimproveri del preside. Ma è Tommaso a tradirlo per primo, con una ragazza. In seguito all'espulsione dal collegio, il protagonista inizia un nuovo lavoro presso una società assicuratrice: la sua naturale inclinazione per i numeri e il suo intuito gli aprirà le porte di una grande carriera in quel di Trieste, nel libro mai esplicitamente nominata. Ma il novello manager non sarà mai tanto felice quanto è bravo nel suo mestiere. Il suo matrimonio si rivela un fallimento, la comunicazione con il figlio Lorenzo si inceppa frequentemente, persino il trasferimento in Canada per lavoro non riesce a stimolarlo. Il ritrovamento della ragazza del liceo non riesce a distrarlo da questa terribile apatia, ma sembra, a poco a poco, aprire un varco in questa sua immensa solitudine. Luce ha la pazienza di aspettare, per qualche motivo non riesce a staccarsi da una relazione apparentemente malata. Luce è degna del suo nome, accompagna Tommaso nell'anno precedente al crollo mondiale delle Borse, nella perdita del figlio, in un turbine di accadimenti. 
Preferisco non dirvi come si chiude il romanzo, anche se qualcuno lo potrebbe immaginare.

Tommaso mi ha davvero colpita. Ho ritrovato in lui, nel vortice di apatia e di solitudine che lo accompagna, tantissimo di me stessa. Si potrebbe azzardare che Tommaso soffra di depressione, eppure io sono convinta del contrario. Tommaso porta in sè la malattia di chi non sa perdonare una ferita troppo grande e al contempo fatica a integrarsi con le persone e l'ambiente che lo circondano. Non riesce a fidarsi dell'altro e questo fa sì che ripieghi sistematicamente in sè stesso. Anche con Luce, il suo amore più vero, sembra non aprirsi mai completamente. Va da lei ma non riesce a trascorrere insieme la notte, la cerca e le si allontana anche quando sono insieme. Tommaso ha un carattere inspiegabile, che infatti tutti coloro che non hanno il privilegio di avvicinarlo definiscono pessimo, ma non è esattamente così.

Tommaso è, in una parola, un inetto. Fa parte di quel gruppo di persone che sanno vedere la vita nel profondo e rimangono scottati dalla verità che conoscono. Mi ricorda, per certi versi, Zeno, il personaggio di Svevo. Ce ne aveva parlato al liceo il professore di italiano, ed ero rimasta ad ascoltarlo incuriosita. Quella parola, inetto, mi si è scolpita nella mente perchè descrive anche me. Non voglio affermare di aver conosciuto una qualche verità celata ad altri, ma è vero il resto. Non sono capace di adattarmi, in altre parole. E questo diventa spesso un problema. Quelle persone che, come Tommaso, avvicino e poi allontano perchè rischiano di vedermi troppo nel profondo, non hanno niente che non vada bene. Sono io, piuttosto, a non riuscire a liberarmi, o più facilmente ad accettare, i lati negativi del mio carattere. Se da una parte ne percepisco i difetti e vorrei migliorarli, dall'altro non ci riesco e questo alle volte mi fa stare male. Così finisce che lego più facilmente con il mio cavallo o con il mio gatto, che si donano spontaneamente, mi consolano e non chiedono di sapere nulla in cambio. Riverso su di loro l'affetto che non so dimostrare a gesti o a parole. 
E finisce che i pochi cui racconto qualche angolo di verità non la immaginano affatto, abituati a vedere la corazza, e si ritrovano senza niente da dire. Il fatto è che non sai mai se quelli che vedono tutto poi lo accettano. Così è più facile evitarli e non tentare di scoprirlo. Forse, sotto questo aspetto, io e Tommaso ci assomigliamo parecchio.

Volevo raccontarvi anche del libro che ho finito ieri, Da qui vedo la luna di Maud Lethielleux, che mi è altrettanto piaciuto, ma ve lo riservo per il prossimo post. 
Aggiungo solo un'ultima cosa e, credetemi, non è un sentimentalismo: da quando ho aperto un qualsiasi blog, e Rock My World in particolare, questo è il post più sincero che abbia scritto.
Come dice la mia cara Gianna, abbiate cura di splendere. E di essere felici.

coccola5

lunedì 4 luglio 2011

Il biglietto del ladro


Domani ce ne andiamo in vacanza, e torniamo il 18 luglio. Nell'agitazione generale (leggasi: mia madre è quasi isterica), vi racconto questa chicca casalinga:

Mamma: Ragazzi (riferendosi a me e ai miei fratelli), oggi puliamo tutta casa che domani andiamo via.
Io: Scusa, non sarebbe meglio fare le valigie e lasciar stare le faccende?
Mamma: Dobbiamo fare anche le pulizie. Almeno se entrano i ladri trovano pulito.

Ho evitato di commentare, ma dentro mi è rimasta questa immagine: il ladro mi porta via ori e gioielli e poi, prima di andarsene, mi lascia il seguente biglietto: 
     "cose da portar via ce n'erano. Mi raccomando, la prossima volta però voglio trovare i pavimenti lavati e i tutto il bucato fatto."

coccola5

sabato 2 luglio 2011

Mi lascio sopraffare


Qualche giorno di assenza. Mercoledì, subito dopo gli esami, ho sistemato due magliette e il pigiama in una borsa e sono corsa da mia nonna Giovine a Verona. Volevo fuggire un poco dal clima di tensione di casa mia, che recentemente mal sopportavo. Mia madre si sta agitando come una matta perchè la prossima settimana andiamo in vacanza una settimana. Continua a pensare che non deve lasciare nulla a casa, che deve fare le pulizie e che deve preparare le valigie, chiamare l'albergo, confermare prenotazioni a destra e a manca.
In tutto questo io salvo il salvabile, vale a dire la pazienza. 

Da mia nonna sto benissimo. Giochiamo a carte, la aiuto in qualche faccenda, le faccio la spesa e lei mi insegna qualche cosa a uncinetto. Mi dai soddisfazione, dice, perchè tu impari velocemente

Ho deciso di lasciarmi stare in questi giorni. Di non continuare a scandagliarmi tutta meticolosamente cercando il perchè di ogni millimetro. Almeno per qualche giorno mi do tregua. Pare che questo meccanismo porti velocemente a un esaurimento precoce dei nervi e non voglio. Mi riempio dei buoni pensieri della mia nonna Giovine, che alcuni ricordo e altri meno. Mi riempio dei commenti al tg di mio zio, del caffè nel latte la mattina assieme ai biscotti, gli stessi che da mia nonna mangio sin da quando sono piccina. Gli stessi pavimenti, gli stessi respiri e gli stessi sorrisi. Ripercorro qui il mio essere piccola, mi lascio un poco sopraffare dai ricordi. Lo so che male non fa, per una volta.

coccola5

martedì 28 giugno 2011

Go(o)d things


Da non credere. Oggi pomeriggio ho dato l'esame di mediazione orale tedesca e al momento ho in mano un articolo del Süddeutsche Zeitung. Paul Kirchhof plant die Steuer-Revolution. Chi sia Paul Kirchhof non lo so ancora, e nemmeno cosa sia la Steuer-Revolution, ma sono curiosa.

Con mia madre, tornando da Mantova, abbiamo parlato anche di curiosità. Io trovo che sia una caratteristica fondamentale, irrinunciabile oserei dire, in una persona. Mi piacciono le persone che fanno tante domande, che non hanno paura di chiedere e alle volte di sembrare stupide. Secondo me hanno una marcia in più per osservare il mondo. 
Ricordo quanto mi incavolavo da piccola perchè non riuscivo a capire cosa dicevano le canzoni in inglese che ascoltavo, i tedeschi che parlavano con quell'accento e quell'intonazione che tanto mi affascinava. 

Ad ogni modo, l'esame di oggi è andato bene. Del mio anno, il secondo, eravamo quattro ragazze: una è stata bocciata, io sono tornata a casa con un 28. Sudato, molto sudato. Ci ho lavorato tutta la settimana leggendo articoli, guardando video, leggendo lettere commerciali. In realtà, oserei dire che credevo che l'esame fosse più difficile. In un certo senso ci speravo, nel senso che in una scuola per traduttori e interpreti al secondo anno dovremmo effettivamente avere un livello abbastanza alto. La prof mi ha fatto interpretare anche in simultanea, ma dovrò trovare un modo per esercitarmi perchè la mia resa sembrava più una consecutiva.

Bene, bene, bene. E adesso ho qualche programma per quest'estate: vacanze a parte, ho una pila di libri da leggere. Sto acquistando gli inserti di Repubblica e rimpolpando un poco la mia biblioteca. Quest'estate vorrei davvero mettermi sotto e leggerli. Voglio migliorare e perfezionare il mio tedesco, come vi dicevo, e probabilmente riprendere in mano gli studi di russo. Avevamo iniziato un corso a scuola lo scorso anno, ma non avevo tempo per seguirlo e infine sono stata costretta a rinunciare. Con le giornate estive vorrei riprenderlo un po' in mano e vedere cosa posso combinare da sola. 
Se una mia amica resterà a Verona, ne approfitterò per fare un po' di conversazione in tedesco, che ne ho davvero bisogno, nonostante il 28 di oggi. E poi.. poi si vedrà. Voglio andare tanto a cavallo, galoppare fino allo sfinimento e sentire l'acido lattico nelle cosce e nella schiena il giorno dopo. So che con JW non può funzionare, ma magari farò un po' di salto a ostacoli con C., il mio istruttore. Non voglio iscrivermi a gare, lo farei solo per piacere personale.
Più o meno così, quest'estate 2011. Non ho al momento particolarmente voglia di vedere tante persone, spesso preferisco passeggiare o fare una gita in bici per i fatti miei, con la musica nelle orecchie e la voce canterina. 
Resto aperta alle sorprese. Che questi mesi portino cose buone. :)

coccola5

lunedì 27 giugno 2011

Milioni di parole tedesche

E' stratardi, tecnicamente alle 14 ho un esame, ma io - a quest'ora - preferisco pensare che sia ancora domenica sera.

Ho letto milioni di parole tedesche, me ne ricordo la metà, non fa niente. Mia mamma vuole accompagnarmi a Mantova questo pomeriggio per l'esame. Inizialmente voleva venire anche mia nonna (una sua sorella abita in provincia), poi una febbriciattola del nonno l'ha convinta a rinunciare, e quindi siamo in due. O in tre, se viene mia sorella.

Qualche tempo fa mi sono iscritta a un forum su Gianna, un posticino carino, piccolo e raccolto. Ho fatto amicizia con le ragazze che postano più frequentemente e ogni tanto ci sentiamo su Fb o Skype. Francamente non sono sempre propensa a fan club o simili, in genere peccano di monopensiero: l'unico argomento possibile e immaginabile è e deve essere (in questo caso, ad esempio) Gianna, si ascolta tendenzialmente solo musica di Gianna, lei è la sola e la migliore. Non ho trovato questo atteggiamento qui, il che mi è piaciuto e mi ha spinta a iscrivermi. So che talvolta organizzano dei raduni, ma non so quando potrò partecipare. In genere mi sconvolge sempre il fatto di vedere dal vivo una persona conosciuta online: online c'è solo uno "spiritello", una persona immaginata mai come questa realmente è. (http://giannanannini.forumfree.it/

Ad ogni modo, devo trovare una radio tedesca da ascoltare online. Entro la fine dell'estate voglio - devo - avere un tedesco impeccabile. Perdonatemi se questo argomento spunta fuori continuamente nel discorso, la cosa dipende solo parzialmente da me.. in gran parte è l'effetto dell'ansia preesame. 

Una piccola particolarità, una virgola in questi giorni fatti spesso di noia. Sono stata colpita - letteralmente - dal verde bottiglia. Ha lasciato un ampissimo spazio alla mia immaginazione, non so bene perchè. Voglio qualcosa di verde, una maglia, un paio di orecchini..

Memorandum per i prossimi giorni (nonchè per evitare lacrime future): avere tanta pazienza, e tanta paziente voglia di ricominciare. Con alcune persone (anche nella mia famiglia.. indovinate chi?) questa dote si richiede. O è necessaria?

coccola5
ps. sabato con mia madre ho fatto due torte. Mi ripropongo di provare.. e di portarvi come prova le foto e le ricette! :)